Donnità, silloge poetica di Edda Billi, a cura di Paola Mastrangeli, Iacobelli editore, recensione di Daniela Domenici

Sentendomi profondamente poeta nell’anima spero di essere in grado di recensire questa superba silloge poetica di Edda Billi, curata da Paola Mastrangeli e con la postfazione di Carla Vasio; questo incipit mi sembra necessario perché raramente mi è capitato di parlare di testi poetici, la mie recensioni sono, da anni, a libri di narrativa di vario genere.

Ma Edda Billi mi ha stregato con queste sue liriche, un centinaio, suddivise in cinque raccolte: “Lucy”, “Calce viva”, “La giostra della frullana”, “Barlumi” e “I mangiatori si simboli” splendidamente commentate, a inizio di ogni sezione, da Paola Mastrangeli che sa cogliere il fil rouge che le lega, il messaggio che Billi ci vuole proporre. Quella di Edda, donna, femminista, lesbica e poeta, è “la parola lucida e dolente di un’anima che scava e vola, che sa sorprendere la la natura segreta di cose e animali, che dà alla rabbia e al dolore la quiete della pietà, che conosce l’incanto d’amore trovato e perso ed è capace di prendere per mano, come un’amica attesa, anche la morte”: quest’analisi sintetica e perfetta delle liriche di Billi, in quarta di copertina, ci dà un’idea della molteplicità di temi a cui la poeta Billi ha dedicato le sue liriche.

Sarebbero innumerevoli le poesie che vorrei estrapolare qui, ne scelgo una a nome di tutte che è anche quella che dà il titolo alla silloge, un neologismo creato da Billi

Donnità

Sono una poeta maldestra

perché non scrivo rime

per addomesticare il cuore.

Avrei bisogno di pozzi e di fontane,

di donne dalla testa rossa

che cantassero antiche melodie

e persino di un contrabbasso

che facesse da sfondo.

Rimango muta

di fronte al ragno che tesse

le sottili malinconie dei giorni

dispari,

aspetto che si svegli

la vita

perché sono soltanto

una poeta maldestra

che ama le donne

dai grandi piedi

che poggiano con cura

sulla terra.

 

 

 

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