“Storia”, racconto di Adele Libero, prima parte
Pomeriggio estivo, ma che di colpo si è mutato, ha trovato forza e colori invernali ed ha spazzato luglio in un colpo. Fulmini sono caduti vicino casa, è mancata la corrente spesso ed un atavico senso di timore ha reso per qualche minuto più infelici gli uomini e le bestie.
Ma Ilaria proprio in quelle ore doveva uscire, con Gianni, il suo fidanzato, per incontrare per la prima volta Sara e Francesco, i futuri suoceri. L’appuntamento era in terreno neutrale, al Bar Biffi, il più bello e centrale di Napoli. Per fortuna stava smettendo di piovere – diamine, si era in luglio – per cui poteva indossare il vestito nuovo a fiorellini verdi e rossi su sfondo bianco, una vera delizia, presa in saldo a meno della metà del prezzo. Le stava bene tutto, ovviamente, con quel fisico asciutto ma ben delineato, il lungo collo sul quale si posavano i capelli chiari, mesciati da poco.
Nel mentre si dava un’ultima occhiata allo specchio Vanna, sua madre, la sollecitò ad uscire. Non volevano mica fare tardi? Anche Vanna era ancora molto bella, appena cinquantenne, aveva un fisico invidiabile ed occhi azzurro cielo che rubavano subito l’attenzione di chi la guardava. Ma Lucio, il marito, faceva buona guardia alla compagna e le passava sempre un braccio alla vita, per non farla scappare, diceva !!
Una volta pronti presero la Funicolare che li avrebbe condotti dal Vomero al Centro di Napoli in pochi minuti ed alle diciannove, puntualissimi, erano già seduti al tavolino del bar. Appena intravide Sara e Francesco Vanna sentì una fitta al cuore, inspiegabile, forse. I loro visi erano stampati nella sua memoria, incontrati già in passato, circa venticinque anni prima. Sara era anche lei una bella donna, solo un po’ corpulenta, ma con un bel viso sorridente. Francesco, il papà di Gianni, che era ad un passo dietro di loro, guardava con attenzione in direzione del bar per scrutare a sua volta i futuri consuoceri.
Ma anche Sara quasi si bloccò, per l’emozione, ad un certo punto. Anche a lei apparve subito chiaro che i volti dei genitori di Ilaria erano volti noti, riemersi da un passato che i quattro avrebbero voluto cancellare per sempre e che adesso ritornava prepotente, forse a riprendersi i regali meravigliosi che avevano avuto.
Solo i fidanzati si abbracciarono felici di rivedersi ed iniziarono le presentazioni di rito. Non avevano colto l’apprensione e l’ansia che si erano dipinti sulle facce dei loro genitori. Vedendoli così indecisi e muti credettero che i “vecchi” si fossero fatti prendere dall’emozione. Così continuarono loro stessi a parlare, discutendo del più e del meno, prendendo le ordinazioni e parlando a casaccio di gusti e preferenze.
Dopo un po’ Vanna si riprese ed iniziò a comportarsi normalmente, continuando solo a scrutare bene i suoi nuovi amici. E pian piano anche loro si sciolsero e l’incontro si avviò su un terreno regolare. Prima di lasciarsi Vanna chiese a Sara il numero di telefono, in caso di bisogno.
I ragazzi andarono con i genitori di lui per un impegno comune mentre Vanna e Lucio restarono soli e si incamminarono verso la Funicolare per tornare a casa.
“E’ lei, vero? Anzi sono loro? “, domandò Vanna al marito, che annuì tristemente. Magari non fossero loro. Sapevano la verità perché sicuramente anche loro nascondevano il segreto al figlio Gianni. Vanna ricordava bene la clinica spagnola, un bell’edificio sul lungomare di Lloret de Mar, dove si erano recati tanti anni prima perché le analisi avevano sentenziato che Gianni non poteva concepire un figlio suo. In Italia, all’epoca, la fecondazione eterologa non era ammessa e, quindi, la speranza di diventare madre risiedeva, per Vanna, solo in un intervento all’estero.
Era stata fortunatissima: il primo tentativo era andato a buon fine ed era tornata in Italia già incinta. Parenti ed amici non conoscevano questo segreto e tutto era filato liscio fino a quel pomeriggio.
Vanna ricordava che nella saletta di attesa, nonostante la grande privacy, avevano fortuitamente incontrato un giorno quei due sposini italiani, giovani e simpatici ragazzi, coi quali avevano scambiato qualche parola.
