Qu@*ring la lingua italiana, di Charlotte Ross, da me tradotto e rielaborato

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La lingua parlata e scritta non è solo un cruciale mezzo di comunicazione ma anche uno dei modi principali con cui facciamo senso di noi e di noi nel mondo. Le complesse relazioni tra lingua, cultura e identità continua a coinvolgerci e a sfuggirci quando proviamo a capire come gli elementi reciprocamente costituenti di questo triangolo abbiano un impatto su ognuno/a e su tutti/e, individualmente o collettivamente.

Le lingue, le culture e le identità non sono fisse ma evolvono nel tempo e cambiano a seconda del contesto. Sono spesso (sempre) performative poiché dicendo certe frasi o perfino facendo rituali culturali banali noi non stiamo semplicemente facendo un’affermazione o portando avanti un’azione ma stiamo costruendo e rinforzando le identità culturali individuali e condivise.

Le enunciazioni o i comportamenti performative/i sono atti individuali che diventano consolidati attraverso la ripetizione e quindi possono apparire naturali e inevitabili; stabiliscono delle norme. E poiché ogni cosa che facciamo o diciamo avviene all’interno di un contesto socio-culturale siamo sempre in relazione con modelli normativi di comportamento “sexed, gendered and racialized” anche se quello che diciamo o facciamo non è in linea con questi modelli.

La lingua è importante poiché è molto più che una serie astratta di segni. Come sosteneva Michel Foucalt la lingua ha il potere non solo di nominare e descrivere le cose ma di crearle sebbene quest’abilità spesso rimanga nascosta. I discorsi sono pratiche che sistematicamente formano gli oggetti di cui si parla, i discorsi non sono sugli oggetti, non li identificano ma li costituiscono e nel fare ciò occultano la loro stessa invenzione.

Quindi il modo in cui parliamo delle cose e delle persone ha un impatto materiale sul modo in cui quelle cose e quelle persone vengono viste, il loro status e come vengono trattate. Tuttavia siamo spesso inconsapevoli, o pretendiamo di esserlo, del fatto che stiamo contribuendo a questo processo. Potremmo nasconderci dietro le regole e le norme della grammatica dicendo che la nostra lingua è corretta secondo i dizionari attuali e ignorando il fatto che la lingua è culturale ed è spesso altamente patriarcale, sessista e binaria nella sua concezione delle identità.

Quali sono le conseguenze del tollerare e perfino difendere queste norme linguistiche? Bene, queste norme sanzionano alcuni comportamenti e ne stigmatizzano altri; danno autorità a certe idee e ne marginalizzano altre, convalidano alcune identità e silenziano o fanno violenza ad altre.

E qui che arriva la lingua queer. Judith Butker parla del queering come “un’esposizione che disgrega la superficie repressiva della lingua”, che rivela la dinamica di potere nascosto al lavoro dietro le scene.

Con “queer language” penso a “queer” sia come nome che come verbo: lingua che disgrega la normatività e il processo di disgregazione della normativa della lingua.

Recentemente gli/le attivisti/e queer e coloro che si discostano dalla lingua “gender binary” che esclude hanno forgiato un’alternativa per la lingua scritta usando l’asterisco o il segno @che rimpiazza la desinenza “gendered” della parola. L’asterisco è diventato associato al movimento LGBTQ come un simbolo di sfida contro l’imposizione normativa del sesso e del genere binario e per celebrare la dissidenza. Esprime la frustrazione verso le costrizioni della lingua quotidiana ma trasmette anche la giocosità della sfida attraverso un segno grafico che agisce come un jolly.

http://www.queeritalia.com/blog-1/2017/1/10/quring-the-italian-language

 

 

 

 

 

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