accadde…oggi: nel 1900 nasce Caterina Picolato, di Maria Luisa Righi

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Nacque a Torino il 6 maggio 1900 da Adriano e da Felicita Battioni. Terminate le scuole elementari iniziò a lavorare prima come sarta e poi come operaia meccanica. Nel 1918 aderì al Partito socialista, divenendo presto tra le militanti più attive della città. Grazie al suo impegno, nel marzo 1920 le sartine della ditta di alta moda femminile, una categoria per lo più organizzata nella cattolica Federazione dell’Ago, avviarono un’agitazione diretta dalla Camera del Lavoro che si concluse dopo oltre un mese con consistenti aumenti salariali e il diritto a nominare la commissione interna. Picolato fu quindi assunta dalla Camera del Lavoro per occuparsi del sindacato dell’abbigliamento e da allora dedicò la sua vita all’impegno politico. Era altresì attiva nel Comitato di propaganda femminile socialista della provincia di Torino, a nome del quale scrisse una lettera alla Difesa delle lavoratrici, pubblicata il 4 aprile 1920, per auspicare un congresso nazionale delle donne socialiste (lo stesso comitato inviò al giornale un articolo dal titolo eloquente: Perché siamo comuniste secessioniste, 9 gennaio 1921).

Picolato aderì al Partito comunista d’Italia (PCd’I) dalla fondazione, entrando a far parte del comitato sindacale comunista e divenendo vicesegretaria della sezione di Torino. Nell’aprile 1921 aprì, insieme ad Angelo Tasca, il I Convegno delle comuniste piemontesi. Poco dopo partecipò al III Congresso dell’Internazionale comunista (22 giugno – 12 luglio 1921), seguendo in particolare la commissione sul lavoro tra le donne, dalla quale provennero le ‘commissioni femminili’ – organismi che costituirono a lungo la forma precipua di organizzazione delle iscritte dei partiti comunisti.

Tornata in Italia, continuò a esplicare, come si legge in una nota prefettizia dell’ottobre 1921, «attiva propaganda di principi sovversivi» (Roma, Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen, nota prefettizia da Torino del 6 ottobre 1921). In seguito alla stretta repressiva, nel 1923 Picolato si trasferì, insieme con Teresa Noce, a Milano, assumendo il nome di Maria Marchini e lavorando come sarta. Lì furono in rapporti con Camilla Ravera e Rita Montagnana.

Il 20 settembre le due giovani donne furono arrestate e rinchiuse a San Vittore. Trasferite poco dopo a Torino, furono prosciolte in istruttoria e liberate all’inizio di dicembre del 1923.

In seguito, diradò l’impegno politico a causa della tubercolosi contratta in carcere, ma mantenne i contatti con l’organizzazione clandestina comunista, collaborando al Soccorso rosso per l’aiuto ai familiari delle vittime della repressione. Mai scoperta dalla polizia, nel gennaio 1937 fu depennata dal novero dei sovversivi.

Tra l’agosto 1941 e il dicembre 1942 coadiuvò Umberto Massola nel ricostruire il Partito comunista a Torino e in provincia e nella diffusione de l’Unità clandestina. Con Nella Marcellino diresse il lavoro tra le donne, ma si occupò anche di tenere i contatti con gli operai della Lancia e delle officine Rasetti.

Nel maggio 1943 fu inserita, unica donna, nella direzione provvisoria del Partito comunista italiano (PCI) e venne nominata responsabile femminile per l’Italia settentrionale. In quel ruolo, nel novembre 1943, promosse l’incontro a Milano con le comuniste Giovanna Barcellona e Lina Fibbi, la socialista Lina Merlin e l’azionista Ada Gobetti, dal quale scaturì il documento di fondazione dei Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà (GDD), che ai temi della liberazione dal nazifascismo accompagnava precise rivendicazioni femminili (parità di salario, accesso a qualsiasi impiego, diritti politici).

I GDD, di cui Picolato era la responsabile, si diffusero rapidamente e il 16 ottobre 1944 furono ufficialmente riconosciuti «come organizzazione aderente al Comitato di liberazione nazionale» (Grassi, 1977, p. 195). Il 5 novembre 1944 partecipò alla conferenza dei triunvirati insurrezionali che si svolse a Milano. Sino al 25 aprile fu con Lina Fibbi anche la staffetta del Comando volontari della libertà e del suo comandante, Luigi Longo, con il quale ebbe in quel periodo una breve relazione sentimentale.

Dopo il 25 aprile continuò a far parte della Commissione femminile del PCI. Nominata membro della Consulta, intervenne in aula il 2 ottobre 1945 ricordando il contributo delle donne alla Resistenza, ma avvertendo anche che, di fronte alla pressione dei reduci, non si doveva ricorrere «alla misura più facile, ma più ingiusta e più inumana, di licenziare le donne».

Al V Congresso del PCI, a Roma (29 dicembre 1945 – 6 gennaio 1946), fu eletta membro candidato del Comitato centrale e di questo organismo responsabile della Commissione femminile. Candidata alla Costituente nel collegio Siena-Arezzo-Grosseto (e inclusa nella lista nazionale) non uscì eletta. Alle elezioni per la I legislatura, invece, non fu candidata.

Le divergenze manifestatesi all’interno della Commissione femminile indussero il PCI a riorganizzare l’organismo. Dopo aver rifiutato incarichi all’Unione donne italiane (UDI), al 1° Congresso nazionale della CGIL (Firenze, 1-7 giugno 1947) fu eletta nel Comitato direttivo e nella Commissione femminile nazionale. Alla prima riunione della commissione, il 13-14 ottobre 1947, le democristiane, secondo le quali l’organismo doveva solo promuovere la partecipazione femminile, si opposero alla nomina di una responsabile, ma le comuniste e le socialiste, che intendevano fare della commissione uno strumento a sostegno delle rivendicazioni delle lavoratrici, elessero responsabile Rina Picolato. A quell’incarico fu confermata negli anni successivi (dal 1956 entrò anche nel direttivo dell’Istituto nazionale confederale di assistenza, INCA-CGIL). Confermata nel comitato direttivo della CGIL ancora nel maggio 1960, le sue condizioni di salute non le consentirono di festeggiare la battaglia per la parità salariale, conclusasi vittoriosamente il 16 luglio di quell’anno.

Sotto la sua guida, caratterizzata dai suoi tratti semplici e cordiali, la commissione femminile della CGIL promosse costantemente, anche se con eccessiva timidezza, le rivendicazioni delle lavoratrici (la tutela della maternità, la lotta alle discriminazioni, la parità salariale), promuovendo la sindacalizzazione delle donne e il formarsi di una nuova leva di sindacaliste. La battaglia nella quale diede uno dei suoi migliori contributi fu quella in difesa delle lavoratrici a domicilio, nelle quali riconosceva lo stesso spirito che animava le sartine torinesi con cui aveva iniziato la sua militanza: «la volontà» – come scrisse nel suo ultimo articolo – «allora come adesso di migliorare il tenore di vita, esigenza di sentirsi libere e non schiave nel luogo di lavoro, desiderio di avere più ore a disposizione da dedicare alla casa, allo svago, al riposo» (Uno sciopero di quarant’anni fa: le sartine torinesi nel 1919 [ma 1920], in Rassegna sindacale, 55-56, giugno 1962).

Negli stessi anni continuò a fare parte degli organismi dirigenti del PCI: confermata membro candidato del Comitato centrale al VI Congresso (Milano, 4-10 gennaio 1948), fu eletta nella Commissione centrale di controllo al VII e all’VIII Congresso (Roma, 3-8 aprile 1951; 8-14 dicembre 1956). Al IX (Roma, 30 gennaio – 4 febbraio 1960) nel collegio centrale dei sindaci.

Nel 1961 rappresentò, per l’ultima volta, la commissione femminile della CGIL al convegno dell’Umanitaria sui Licenziamenti a causa di matrimonio (Milano, 25-26 febbraio 1961). L’avvicendamento con Donatella Turtura avvenne ufficialmente alla III Conferenza nazionale delle donne lavoratrici (Roma, 9-11 novembre 1962).

Morì a Roma il 18 febbraio 1963. Non si sposò, né ebbe figli.

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