brave new world: when Aldous Huxley wrote ‘Brave New World’, by Loredana De Vita

https://writingistestifying.wordpress.com/2018/06/19/brave-new-world-when-an-hedonistic-vision-changes-in-a-distopian-depressing-reality/

When Aldous Huxley wrote ‘Brave New World’ he was particularly impressed by the assembly-line in Henry Ford’s industry. He realized that this vision of work and the relationship among the men it proposed could be an apparent solution to the many risks of unemployment, but he understood also the dangers of a society based on individualism and on the dream of an eternal happiness.

The research for happiness and personal welfare decreased the feeling for the other and their needs creating a self made world where each one could do and obtain whatever he wanted in the name of progress and interest. It was an opportunity to imagine a world where every person was free from the pain for the future, free from sane competition, free from the inner thought, free from relationships where love was implied.

What we imagine is a society where the promoted community, identity, stability is a rule accepted and shared; what we forget is that in such a society there is no ambition to improve themselves, there is no personal research of meaning, there is no choice. Everything is organized and established; every person is nothing but a useless (or replaceable) piece in the social hierarchic gear.

Huxley imagined a world where people were born in capsules according to categories in which they believed to be happy and content, while the truth was they were controlled and manipulated. There was no real happiness, neither a research for it. It was an illusion, because the result was obtained at the cost of freedom. People accepted their category because they were conditioned to, not because they had chosen it. The apparent absence of sufferings was due not to the cooperation among the people, but by controlling them physically and psychologically through the sleep-teaching technique or by assuming the soma,  a drug which could control the instinct by guiding it to burst only in determined moments as in a ritual (the orgy-porgy party).

Culture, free thought, love were controlled. The least people knew and understand the best they supposed to be. It is in this act of complete renounce to choices that the hedonistic society changes in the worst dystopian world. It is in this condition of complete control and unsubjectiveness that the title Brave New World, which derives from a sentence pronounced by Miranda in Shakespeare’s The Tempest alluding to her welcome to the civilized world confronted to the savage island where she lived, becomes the harsh irony and criticism of a society where civilization means the loss of values and principles.

To break this anguishing and frustrating life, a corrupted one though it is not clearly visibile, there is John the savage. He speaks through Shakespeare’s words, full of meaning and emotions, rich of thought and deepness, never superficial and empty. John proclaims his right to believe or not, to love or not, to live or to die. He makes is choice, a very painful one, but one which tells us there is still a possibility to choose.

Against the wall of true freedom the society collapses; against the certainty that there is much more out of the personalism and individualism the government is scared: whatever is out of control becomes a danger to the stability... it doesn’t matter if that stability is built for the few,  without any regard for the real meaning of community and identity. Power ends in itself, it is not worried for other’s safe, others do not exist if not as useful instruments to be bodies and minds exploited .

Once more a lesson to be learnt.

 

Quando Aldous Huxley scrisse “Il mondo nuovo” (in italiano si perde l’aggettivo “Brave” che in inglese moderno si traduce con coraggioso, ma che nell’inglese shakespeariano usato da Huxley bisognerebbe tradurre con eccellente, il che aumenterebbe l’ironia), egli era particolarmente impressionato dalla catena di montaggio dell’industria di Henry Ford. Huxley comprese che questa visione del lavoro e la relazione tra gli uomini che era proposta poteva apparire come una soluzione all’alto rischio di disoccupazione, ma comprese anche i pericoli di una società basata sull’individualismo e sul sogno dell’eterna felicità.

La ricerca della felicità e del benessere personale diminuivano il sentimento per l’altro e i suoi bisogni creando un mondo che si faceva da solo dove ciascuno poteva fare e ottenere qualsiasi cosa volesse nel nome del progresso e dell’interesse. Era una possibilità immaginare un mondo dove ogni persona fosse libera dal dolore per il futuro, libera da ogni sana competizione, libera da un pensiero interiore, libera da qualsiasi relazione che implicasse l’amore.

Ciò che immaginiamo è una società in cui la stabilità, identità, comunità promosse siano una regola accettata e condivisa; ciò che dimentichiamo è che in una tale società non c’è nessuna ambizione che spinga a migliorare se stessi, non c’è nessuna ricerca personale di senso, non c’è nessuna scelta. Tutto è organizzato e stabilito; ogni persona non è altro che un inutile (o sostituibile) pezzo nell’ingranaggio sociale gerarchico.

Huxley immaginò un mondo in cui le persone nascessero in capsule secondo delle categorie nelle quali credevano di essere felici e contente, ma la verità era che erano controllate e manipolate. Non c’era felicità reale, e neanche una ricerca di felicità. era un’illusione, perché il risultato si otteneva al costo della libertà. Le persone accettavano la propria categoria perché condizionate a farlo, non perché lo avessero scelto. L’apparente assenza di dolore non era dovuta alla cooperazione tra le persone, ma controllandole fisicamente e psicologicamente attraverso la tecnica dell’insegnamento durante il sonno o assumendo il soma, una droga in grado di controllare l’istinto e guidandolo a esplodere solo in determinati momenti come in un rituale (the orgy-porgy party).

La cultura, il pensiero libero, l’amore, erano controllati. Meno le persone sapevano e comprendevano, meglio stavano. È in questo atto di rinuncia completa alle scelte che la società edonistica si trasforma nel peggiore mondo distopico. È in questa condizione di controllo e assoggettazione completa che il titolo Brave New World,  che deriva da una frase pronunciata da Miranda nella Tempesta di Shakespeare alludendo al suo dare il benvenuto al mondo civilizzato rispetto all’isola selvaggia dove lei viveva, diventa la dura ironia e critica di una società in cui la civiltà indica la perdita dei valori e dei principi.

A interrompere questa vita angusta e frustrante, corrotta sebbene questo non sia visibile, arriva John the savage (il selvaggio). Egli parla con le parole di Shakespeare, piene di significato ed emozioni, ricche di pensiero e profondità, mai superficiali e vuote. John rivendica il suo diritto di credere o meno, di amare o meno, di vivere o di morire. Egli fa la sua scelta, una scelta molto dolorosa, ma una di quelle che ci fa ancora credere che ci sia una possibilità per scegliere.

Contro il muro della libertà vera, la società collassa; contro la certezza che c’è molto di più del personalismo e dell’individualismo il governo si spaventa: qualsiasi cosa sia fuori controllo diventa un pericolo per la stabilità… non importa se quella stabilità è costruita per pochi, senza attenzione per quello che significa davvero comunità identità. Il potere finisce a se stesso, non si preoccupa della salvezza degli altri, gli altri non esistono come utili strumenti da essere sfruttati nel corpo e nella mente.

Ancora una volta una lezione da imparare.

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