forestierismi e professioni femminili: due settori degni di attenzione, di Cecilia Robustelli e Claudio Marazzini

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L’Accademia della Crusca ha tra i suoi obiettivi principali lo studio dell’uso della lingua italiana contemporanea e dei suoi mutamenti che oggi, grazie ai moderni strumenti di ricerca e di comunicazione, è possibile cogliere al loro primo manifestarsi. Grande attenzione viene dedicata al linguaggio istituzionale, da quello amministrativo  a quello normativo, per il la sua funzione fondamentale nella necessaria comunicazione fra stato e cittadinanza, base della vita democratica: se non si comunica bene, viene meno la partecipazione. L’Accademia segue quindi con molta cura l’evoluzione di tale linguaggio ed esamina le innovazioni che vi sono introdotte, per verificare se esse risultino effettivamente un miglioramento, cioè producano maggiore chiarezza e trasparenza nella comunicazione istituzionale, oppure abbiano l’effetto contrario: e in tal caso, l’Accademia non esita a pronunciarsi.

Due sono le questioni grammaticali e le conseguenti innovazioni che oggi, per la loro incipiente diffusione nella lingua italiana e nel linguaggio istituzionale, meritano un attento monitoraggio: la diffusione dei neologismi, soprattutto degli anglicismi, e l’uso delle forme femminili relative a ruoli istituzionali ricoperti da donne.

 

Anglismi ingannatori: come si falsifica la comunicazione a danno della chiarezza

 

Per la prima questione l’Accademia si è espressa ufficialmente in occasione del convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi (Firenze, Accademia della Crusca, 23-24.2.2015) organizzato in collaborazione con la Società Dante Alighieri e l’Associazione Coscienza Svizzera. L’Accademia ha dichiarato la propria perplessità di fronte a un uso di parole straniere nella lingua italiana, dettato più da una moda che da una reale necessità, sottolineando il dovere di “restituire agli italiani la piena fiducia nella loro lingua in tutti gli usi, compresi quelli scientifici e commerciali, senza combattere battaglie di retroguardia contro l’inglese e consapevoli che il lessico è di per sé la parte più sensibile al mutamento e alle innovazioni di ogni lingua” (C. Marazzini). Particolare attenzione all’uso di parole straniere viene richiesta al linguaggio istituzionale, in considerazione delle sue finalità comunicative e del diritto individuale a una comunicazione chiara e comprensibile da parte delle istituzioni, l’unica che possa garantire la comprensione dell’azione amministrativa posta in essere dello stato. La mancata conoscenza del singolo termine da parte del comune cittadino o la natura elusiva ed equivoca del termine stesso possono infatti oscurare il senso e il significato dell’intero messaggio, oppure possono renderlo fuorviante. La cronaca di questi giorni, con il coinvolgimento di tanti piccoli risparmiatori nel fallimento di alcune banche italiane, ignari sottoscrittori (ingenui o disinformati) di patti ad alto rischio, dimostra che l’informazione corretta non consiste in una ridondanza di informazioni: oggi le banche ci fanno sottoscrivere decine e decine di pagine di un presunto “consenso informato” che in realtà è fin dall’inizio un’evidente operazione di lettura impossibile. Se poi queste oscure e sbrodolate pagine di presunta chiarificazione contengono termini come  currency, warrant, rating, bond, l’inganno diventa anche maggiore. Sappiamo che la maggior parte dei piccoli risparmiatori italiani sono anziani e pensionati che non sanno l’inglese, ma i diritti di un cittadino sono validi anche se non sa le lingue straniere, e anche se non conosce il lessico tecnico dell’economia e della finanza.

L’Accademia da tempo cerca di contribuire alla chiarezza e trasparenza del linguaggio attraverso un monitoraggio dei forestierismi relativi al campo della vita civile e sociale che si affacciano alla lingua italiana. Tale compito è ora affidato in parte al gruppo INCIPIT, fondato recentemente, formato da studiose e studiosi italiani e stranieri che, senza alcun autoritarismo linguistico, ma sul piano della collaborazione, intende segnalare forestierismi di dubbia utilità e propone agli operatori della comunicazione e ai politici valide alternative italiane. Il Gruppo INCIPIT è intervenuto per ora due volte: in un primo comunicato ha condannato l’uso di “hot spot” per indicare i centri di identificazione dei richiedenti asilo; in un secondo comunicato ha condannato l’uso di “voluntary disclosure” per indicare la “collaborazione volontaria” messa in atto da chi fa emergere capitali occultati all’estero. La seconda sostituzione pare affermarsi, perché l’Agenzia delle entrate nel proprio sito adopera ormai l’espressione italiana, molto più trasparente e più facile da pronunciare. La sostituzione del primo termine,  da noi reputato politicamente scorretto e offensivo, purtroppo non pare abbia convinto il Ministro competente per gli Interni, che il 16 dicembre (trasmesso dal GR1 delle 8 di mattina) parlava di «chi usa gli hot spot per non fare la relocation ai migranti…». Ma non si poteva dire, più chiaramente e più elegantemente, “chi usa i centri di identificazione per impedire il trasferimento dei migranti?”.

 

Professioni al femminile e correttezza linguistica

 

Anche sulla seconda questione, l’uso delle forme femminili relative a ruoli istituzionali ricoperti da donne, l’Accademia si è già espressa in tempi recenti e in più occasioni, ma questa volta per dare un parere positivo: condividendo con il Comune di Firenze il progetto Genere e linguaggio e le Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo (2012) redatte dalla propria collaboratrice prof. Cecilia Robustelli; dedicando all’argomento uno dei Temi sul suo sito a cura della stessa; inserendo il tema fra quelli previsti dagli incontri di aggiornamento sull’italiano dedicati dall’Accademia all’Ordine dei Giornalisti della Toscana.

La questione, al di là della facile ironia di alcuni, è tuttora di grande attualità e viene periodicamente ripresa dalla stampa, oltre a essere oggetto di interesse da parte delle stesse istituzioni, come prova la fondazione del Gruppo Esperti del Linguaggio, costituito presso la Commissione Pari Opportunità dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, di cui fa parte anche la prof. Robustelli. Le nuove forme femminili relative a ruoli istituzionali ricoperti da donne rappresentano la risposta della lingua italiana all’ingresso delle donne nelle istituzioni dello stato, e così come la Costituzione ne riconobbe la presenza in quello del lavoro definendo la donna con il femminile “lavoratrice” (art. 37), così è opportuno che il linguaggio istituzionale oggi le riconosca in quello delle istituzioni definendole con il genere grammaticale pertinente, secondo le regole della lingua italiana. L’Accademia, pur senza sovrapporre meccanicamente la distinzione del genere grammaticale nelle sue funzioni strettamente linguistiche e la distinzione dei sessi, auspica pertanto che i termini che indicano ruoli istituzionali (e, per estensione, quelli che indicano lavoro o professione) riferiti alle donne siano di genere grammaticale femminile, dal momento che ciò permette anche la sicura identificazione della persona cui si fa riferimento e quindi l’eliminazione di ogni l’ambiguità. Si eviteranno così anche usi discriminanti e formulazioni che mal si accordano con le funzioni del linguaggio istituzionale, a tutto vantaggio della sua chiarezza e trasparenza. Per quanto riguarda le specifiche questioni di tipo redazionale che possono presentarsi per l’introduzione delle forme femminili si rimanda alle Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, pubblicate sul sito dell’Accademia.

 

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