accadde…oggi: nel 1755 nasce Giustina Renier Michiel, di Adriana Chemello

http://www.treccani.it/enciclopedia/giustina-renier-michiel_(Dizionario-Biografico)/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/le-donne-nate-a-venezia-women-born-in-venice/

Nacque a Venezia il 15 ottobre 1755, nella parrocchia di San Stae, dal N.H. Andrea Renier e da Cecilia Manin. Suo padrino fu il letterato Marco Foscarini. Ebbe natali illustri: la famiglia apparteneva al Libro d’oro del patriziato veneziano e diede alla Repubblica gli ultimi dogi (il nonno Paolo Renier e lo zio materno Lodovico Manin, che fu l’ultimo doge).

Dai tre ai nove anni venne educata nel convento delle monache cappuccine di Treviso. Uscita di convento, venne collocata in una casa di educazione aperta in Venezia da una signora di origine francese; qui si accostò alla lingua e alla letteratura francesi, apprese l’arte del disegno, della traduzione, della musica e delle lettere. I genitori assecondarono le sue inclinazioni per le humanae litterae, consentendole di trascurare le tradizionali occupazioni femminili. Rimase in questa casa fino ai vent’anni quando, nell’ottobre del 1775, andò sposa al nobile Marco Antonio Michiel, discendente da antica famiglia veneziana, con una dote di 50.000 ducati pagata dal nonno Paolo.

Poco dopo il matrimonio si trasferì a Roma, al seguito del padre nominato ambasciatore della Serenissima presso il papa Pio VI. I salotti romani accolsero con entusiasmo la giovane sposa, appellandola la «Venerina veneziana» (Zannini, 1841, p. III), un omaggio alla leggiadria delle maniere e alla vivacità dell’ingegno. A Roma era attorniata da artisti e letterati: tra costoro si distingueva il giovane Vincenzo Monti, mentre da Vivant Denon apprese la tecnica dell’incisione a bulino.

Tornò a Venezia nel gennaio del 1779, in seguito all’elezione del nonno Paolo Renier a doge della Serenissima. Negli anni tra il 1776 e il 1778 nacquero le tre figlie: Elena (1776-1828), andata sposa ad Alvise Bernardo, Chiara (1777-1787) e Cecilia (nata nel 1778), unitasi in matrimonio con il nobile bresciano Lodovico Martinengo dal Barco. Del solido legame affettivo con le figlie reca testimonianza il folto epistolario conservatosi. La sua esperienza matrimoniale non fu molto felice. Nell’agosto del 1784 pose fine a questa «molesta coabitazione» (Urban, 1991, p. 165) e divorziò da Michiel.

Dopo la morte del doge Renier, Giustina fu libera dagli impegni ufficiali e poté dedicarsi con agio agli studi. Aprì allora il suo ridotto, prima in corte Contarina a San Moisè, poi in Procuratia di San Marco, trasformandolo in un luogo di incontri internazionali per letterati e artisti, contribuendo a formare la sensibilità letteraria e patriottica delle nuove generazioni, senza mai entrare in competizione con l’altro famoso salotto della contessa Isabella Teotochi Albrizzi. Nella società veneziana di fine Settecento, l’ingegno delle donne colte aveva trovato nella pratica del salotto un palcoscenico ideale e un luogo di aggregazione molto ambito. Il salotto di Giustina Renier divenne uno spazio di libertà di parola e di pensiero frequentato da Ugo Foscolo, Antonio Canova, Ippolito Pindemonte, Melchiorre Cesarotti, Madame de Staël, Vincenzo Monti e Lord Byron, tale da essere considerato, per lunghi anni, un «centro di venezianità» (Urban, 1991, p. 165). Per questi motivi il salotto di Giustina Renier divenne un sorvegliato speciale della polizia austriaca che mal tollerava lo spirito patriottico di coloro che lo frequentavano. Aperta al dibattito delle idee, ben disposta al confronto, come dimostrò la sua Risposta alla lettera del signor De Chateaubriand sopra Venezia (1807), Renier ebbe fitte corrispondenze con letterati e artisti, da Foscolo a Canova, da Pindemonte a Cesarotti e con alcuni di costoro si legò con vincoli d’amicizia, in particolare con Wilhelm August Schlegel e Madame de Staël. I frequentatori del suo salotto le riconobbero una «particolare sagacità» e un «vivacissimo spirito» nell’inventare soprannomi ed epiteti bizzarri che veniva esternando con battute fugaci, cogliendo con arguzia piccoli particolari o lati deboli dei suoi interlocutori, accanto a una «spontanea giovialità, che a nulla di ridicolo sapea perdonare» (Teotochi Albrizzi, 1833, 1840, p. 123).

Il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797, che segnò la caduta della Serenissima, impresse una battuta d’arresto anche al salotto di Giustina che, anziché ritirarsi in campagna sull’esempio dei patrizi veneziani, preferì spostarsi dalla laguna verso lo Studio patavino, trasferendosi per alcuni mesi all’anno nella città universitaria per far tesoro delle lezioni dell’abate Cesarotti e seguire i corsi di botanica, fisica, chimica, geometria, coltivando la sua curiosità onnivora e la sua intelligenza fervida. Ebbe una grande passione per la botanica e si cimentò nella descrizione di piante e fiori, nel disegno e nelle incisioni in rame degli esemplari presenti nell’orto botanico di Padova.

Giustina Renier ebbe il merito di dare per prima in Italia, tra il 1797 e il 1800, le traduzioni integrali di alcune tragedie di William Shakespeare, Otello, Macbeth e Coriolano, che vennero apprezzate dallo stesso Foscolo, il quale, in segno di riconoscenza, le inviò una copia della sua Orazione a Bonaparte con una dedica alla «traduttrice di Shakespeare». Nella Prefazione della traduttrice al primo tomo delle traduzioni si leggono interessanti notazioni critiche sulla questione del tradurre, con una riflessione sul genere tragico a cui attribuiva una rilevante valenza pedagogica nei confronti delle donne, per «intrattenerle» e «istruirle», «regolando con gli esempi le loro nascenti passioni» (Opere drammatiche di Shakespeare volgarizzate…, 1798, I, pp. 5 s.).

L’Origine delle Feste veneziane che Luigi Carrer (1838) definì «un tempio innalzato alla gloria della sua patria» (p. 12), rappresenta la sua opera più matura. Ebbe origine da una richiesta rivolta nel 1808 dal governo francese alla municipalità su «Questions statistiques concernant la ville de Venise» (Zannini, 1841, p. VII). L’incarico ufficiale di stendere le risposte venne affidato al bibliotecario della Marciana, Jacopo Morelli, e all’erudito conte Jacopo Filiasi che coinvolsero nell’impresa Giustina Renier.

Nelle intenzioni dell’autrice, l’opera avrebbe dovuto essere un «romanzo storico» (Carrer, 1837, p. 240); di fatto oscilla tra saggio e narrazione, nostalgia e documentazione, memoria e ricerca erudita. Renier scelse di interrogare la memoria della sua città per recuperare eventi, momenti, situazioni di un tempo remoto, abbandonando l’impostazione cronologica della storiografia ufficiale per assumere un punto di vista in apparenza marginale come «la descrizione dei giuochi e delle feste popolari dei Veneziani» (p. 239).

Le Feste veneziane riportarono in vita usi e costumi di un mondo remoto, restituendone il loro autentico e primitivo significato, e rappresentarono un efficace antidoto allo struggimento nostalgico e al languore sentimentale. Renier enunciò la finalità del lavoro in una lucida dichiarazione di intenti nella Prefazione all’edizione del 1829. Ribadì il «carattere suo proprio» di ogni festa, distinse le feste religiose dalle civili, rimarcando la lungimiranza dei «Veneti legislatori» nel conciliare «la divozione e la pompa» per «eccitare sempre più l’entusiasmo patriottico» (Origine delle Feste…, 1829, pp. XII s.). Restituì a ogni festa veneziana il suo significato e al popolo la sua funzione «come attore, come spettatore, e come giudice insieme», facendo delle feste i «monumenti» attraverso cui «il presente diretto dalla cognizione del passato, tramandava al futuro un carattere nazionale» (pp. XV-XVIII).

Durante la stampa delle Feste veneziane ebbe qualche problema con la censura austriaca, ma fu soprattutto dopo i moti di Romagna del 1831 che gli austriaci accentuarono i controlli censori. Un episodio, in particolare, venne interpretato dagli amici della Renier come un affronto alla sua memoria, quando il giorno del suo funerale l’Ateneo veneto cooptò tra i propri soci corrispondenti un’improvvisatrice napoletana, Rosa Taddei, respingendo la proposta avanzata da Zannini di onorare il valore e i meriti letterari di Giustina nominandola prima donna affiliata all’Ateneo. Il Direttivo dell’Ateneo, obbedendo con docilità ai desideri governativi, scelse la napoletana. Prendendo pubblicamente le distanze da questa decisione, Zannini tenne il 7 maggio all’Ateneo un discorso commemorativo di Giustina che ebbe notevoli ripercussioni polemiche e che verrà dato alle stampe solo nel 1841.

Carrer (1838, p. 10), uno dei primi biografi, nel tratteggiare il profilo della letterata, l’accostò alla figura mitica di Antigone, cogliendo l’essenza dell’impresa intellettuale di Giustina enunciata nella Prefazione dell’opera (Origine delle Feste, cit., p. XXII). L’Antigone veneziana aveva affidato alla posterità le ceneri della Repubblica innalzandole un monumentum, a cui con sensibilità femminile aveva aggiunto un omaggio filiale alla patria che simbolicamente l’aveva generata (pp. XXXVII s.).

Morì nella sua casa di piazza San Marco nelle Procuratie vecchie, il 7 aprile 1832 e fu sepolta nel cimitero di S. Cristoforo.

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