accadde…oggi: nel 1825 nasce Laura Bon, di Sisto Sallusti

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Nacque a Torino il 24 ott. 1825 da Francesco Augusto e da Luigia Ristori-Bellotti, ed era sorellastra di Luigi Bellotti-Bon. Esordì bambina nella compagnia Carlo Goldoni diretta dal padre in società con L. Romagnoli e F. Barlaffa. A Milano, nel 1841, T. Zocchi la scritturò come ingenua; nell’autunno 1844, mentre recitava a Casale Monferrato nella compagnia di R. Jannetti, fu notata da Vittorio Emanuele, duca di Savoia, che le dimostrò un vivo interesse.

La B. fornì acclamate interpretazioni di personaggi passionali, e a venti anni assunse il ruolo di prima attrice assoluta nella compagnia di A. Pisenti e P. Solmi: ottenne successi clamorosi in Il ricco e il povero di E. Souvestre e soprattutto in Era io!, che G. Gattinelli tradusse dal francese per lei. Entrata nella compagnia di V. De Rossi, nel 1847 recitò, con grande successo, al Teatro Re Vecchio di Milano come protagonista in Teresa di A. Dumas padre e in Maria de’ Medici di F. Meucci. Nel 1848 si riunì al padre nella Compagnia lombarda e recitò in Clotilde di Valery di F. Soulié e A. Bossange, impersonò Ketty in Chatterton di A. de Vigny e lady Macbeth in Macbeth di W. Shakespeare.

Poco prima di salire al trono, Vittorio Emanuele, che l’aveva rivista mentre recitava nella Luisa Strozzi di Giacomo Battaglia al Teatro Nazionale di Torino, la costrinse a lasciare le scene; la B. ne visse lontana per diversi anni, nel castello di Moncalieri, in devota sottomissione al re, al quale dette, dopo un infelice parto prematuro, nel 1853 una bambina, Emanuela. La relazione durò sino a quando egli fu conquistato dalla più avvenente Rosina Vercellana, sicché, avendogli apertamente manifestato la sua gelosia nei confronti della rivale, la B. fu costretta a lasciare il Piemonte quasi improvvisamente. Il Piccini non precisa l’anno in cui gli dettò i suoi ricordi: nel libro, ricco di notizie non sempre cronologicamente esatte e di aneddoti romantici, è oggi difficile sceverare il vero dal fantastico. Di natura irrequieta e bizzarra, ingenua e vanitosa, la B. si attribuì delle missioni diplomatiche per conto di Vittorio Emanuele II.

Riprese a recitare, fra le altre, nelle compagnie di R. Rossi e del Gattinelli, e divenne capocomica ella stessa; il pubblico continuò ad applaudirla, ma, non potendo rientrare in Piemonte, dovette accontentarsi di far parte di compagnie minori, perché le migliori dovevano, per contratto, dare spettacoli a Torino e a Genova. Nel 1858 si recò a Firenze con la compagnia di E. Pagnini e, prima al Politeama fiorentino, e poi al Teatro Nuovo il 1º luglio, volle riprendere la Medea di G. B. Niccolini; la serata in onore dell’autore presente al Teatro Nuovo, e di cui abbiamo una descrizione di F. Martini, fu dai liberali trasformata in una vera e propria manifestazione politica, impedendosi quasi agli attori di recitare.

Il Niccolini dedicò alla protagonista la tragedia e un sonetto in cui affermava che gli era apparsa, trascinata dal suo temperamento, una furia più esagitata della stessa Medea. Il giudizio complessivo del Martini sulla B. non è affatto positivo: egli attribuiva il suo grande successo alla sua avventura amorosa. La B. recitò in seguito al Theater in der Josephstadt di Vienna la Medea di C. Della Valle e la Maria Stuarda di F. Schiller (il Martini riferisce addirittura che la B., per poter recitare nella capitale austriaca, si presentava come mediatrice del re per sollecitare un’alleanza con l’Austria e ottenere, a tempo opportuno, il Veneto mediante compensi da determinarsi).

Il 24 apr. 1865 al Teatro a Ponte Nuovo di Napoli riprese la Medea del Della Valle, che era divenuto il suo cavallo di battaglia, entusiasmando i critici napoletani; poi passò a Genova, all’Anfiteatro delle Peschiere, e a Trieste al Teatro filodrammatico, con la compagnia di A. Papadopoli, festeggiata dai patrioti triestini; nel giugno 1867 recitò, per beneficenza, nell’Erodiade di S. Pellico, al Teatro Carignano di Torino. Sempre in quell’anno si sarebbe verificata, secondo il Piccini, un’altra missione diplomatica della B., questa volta a Parigi presso Napoleone III per manifestargli i segreti propositi del cancelliere Bismarck circa una soluzione della questione romana. Tornata a Firenze, la B. vide il re, a palazzo Pitti, per l’ultima volta e ne ricevette un cospicuo dono. Da allora la sua vita divenne sempre più randagia e travagliata, nonostante i guadagni ricavati dal lavoro, la pensione corrispostale dalla Real Casa e le recite di beneficienza date per lei dai compagni d’arte.

Memorabile è rimasto un fastoso spettacolo che i migliori attori del tempo allestirono al Teatro Niccolini di Firenze il 9 marzo 1870; fu recitato l’Oreste di V. Alfieri, interpreti A. Ristori, A. Maieroni, T. Salvini e la B. nella parte di Clitennestra. Purtroppo ella non aveva in sé alcuna capacità di recupero: negli ultimi anni della sua vita dette fondo alle sue sostanze, vendette documenti delicatissimi e cimeli preziosi, riducendosi a recitare, con squallide compagnie, in umili teatri. A Venezia visse tra pratiche devote e richieste di aiuto materiale, e in Campo San Fantin si spense il 24 luglio 1904 per malattia cardiaca.

Giovanni Prati le dedicò un sonetto, A Francesco Petrarca perLaura Bon, dove, sfruttando un po’ faticosamente l’omonimia con l’ispiratrice dell’aretino, la definiva “tutta amor nei grand’occhi e nel sembiante”.

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