accadde…oggi: nel 1909 nasce Isa Pola, di Stefania Carpiceci

http://www.treccani.it/enciclopedia/isa-pola_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/le-donne-nate-a-bologna-women-born-in-bologna/

Nome d’arte di Maria Luisa Betti di Montesano, attrice cinematografica, nata a Bologna il 19 dicembre 1909 e morta a Milano il 15 dicembre 1984. Incarnazione di un divismo nostrano, semplice e familiare, seguì un percorso analogo a quello di altre attrici italiane: inizialmente votata al ruolo di vamp, fu successivamente spinta dalla trasformazione del cinema italiano del secondo dopoguerra a interpretare figure femminili più vere e moderne, intelligenti e romantiche. Artista multiforme, nel corso di un’intensa e prolifica attività perfezionò un mestiere inizialmente improvvisato senza alcuna preparazione accademica, ma che alla fine la rese una delle protagoniste indiscusse dello spettacolo italiano della prima metà del 20° secolo.

Cresciuta a Bologna con i genitori di origine veneta, studiò pianoforte negli anni dell’adolescenza, per poi approdare casualmente al cinema. Scoperta dai produttori dell’Itala Film, dopo una particina in I martiri d’Italia (1927) di Silvio Laurenti-Rosa, le fu offerto un ben retribuito contratto di cinque mesi, poi rescisso per le intemperanze dell’attrice, allora appena sedicenne. Bionda e appariscente, fu scelta per i ruoli di maliarda negli anni del cinema muto: dopo Boccaccesca (1928) di Alfredo De Antoni, ebbe una parte di rilievo nel 1929 in Miryam di Enrico Guazzoni. Conservò in parte la stessa fisionomia anche in La canzone dell’amore, il primo film sonoro italiano, diretto nel 1930 da Gennaro Righelli, in cui era l’antagonista di Dria Paola. Ma la metamorfosi da donna inquieta a ragazza romantica avvenne con La telefonista (1932) di Nunzio Malasomma, nel quale, moderna Cenerentola, interpretò il ruolo di una centralinista, modesta e di buoni sentimenti, che convola a nozze con il capufficio. Negli anni Trenta partecipò con ruoli più o meno di rilievo a molti film (diretta, tra gli altri, da Alessandro Blasetti, Guido Brignone e Mario Camerini), affermandosi in particolare in lavori di maggio-re spessore quali Acciaio (1933) di Walther Ruttmann, Ragazzo (1933) di Ivo Perilli e Le scarpe al sole (1935) di Marco Elter.

Nel biennio 1936-37 passò dal cinema al teatro: fu infatti scritturata dalla Compagnia del teatro veneto, dove recitò accanto a Cesco Baseggio mettendosi alla prova in testi goldoniani e pirandelliani; nel frattempo era ritornata al grande schermo con film a volte modesti, come L’anonima Roylott (1936) e Sono stato io! (1937), entrambi diretti da Raffaello Matarazzo, o Gli uomini non sono ingrati (1937) di Brignone. Le due strade artistiche intraprese dall’attrice si intrecciarono nel caso di La vedova di R. Simoni, prima allestito in palcoscenico e poi trasposto sullo schermo cinematografico in un film di Goffredo Alessandrini del 1939.

Nel 1944, dopo la parentesi teatrale, interpretò con grande modestia e sobrietà il ruolo di una moglie adultera, alla fine tacitamente ritenuta dal figlio di sette anni responsabile del suicidio paterno, in I bambini ci guardano di Vittorio De Sica, che fu indubbiamente il film più significativo della sua carriera. Nel dopoguerra alternò ruoli del passato, come quello della dark lady in Furia (1947) di Alessandrini, a personaggi più autentici, come quello della cinica borghese di Tre storie proibite (1952) diretto da Augusto Genina. L’ultima apparizione cinematografica risale al 1957 nel film Amore e chiacchiere ‒ Salviamo il panorama di Blasetti. Dopo alcune esperienze televisive in adattamenti di testi teatrali, si ritirò definitivamente dalle scene negli anni Settanta.

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