accadde…oggi: nel 1925 nasce Irina Arkhipova, di Giordano Cavagnino

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Nata il 2 gennaio 1925 a Mosca aveva in origine affiancato il canto a studi tecnici – laurea in architettura – rivelandosi come cantante solo nel 1953 con l’affermazione al concorso internazionale di Varsavia. Nello stesso anno si iscrive al conservatorio di Mosca – in precedenza aveva studiato solo in forma privata – dove diviene allieva di Savranskji. La qualità del lavoro svolto prima dell’entrata in conservatorio contribuì ad accelerare la sua affermazione, l’anno successivo debuttava in scena a Sverdlovsk.
Il palcoscenico della cittadina siberiana servì alla Arkhipova per formarsi definitivamente come cantante nonché per debuttare gran parte dei ruoli che avrebbero caratterizzato la sua successiva carriera: Carmen, Charlotte, Marina, Marfa, Eboli. La gavetta in provincia termina nel 1956 quando debutta come Carmen al Bolshoj; da quel momento sarà una colonna fondamentale del primo teatro moscovita rivelandosi rapidamente come una delle più straordinarie voci di mezzosoprano mai apparse sulla scena non solo sovietica.
Nel 1959 è protagonista di un momento storico per i rapporti non solo musicali fra URSS e occidente, è infatti l’interprete femminile di una serie di rappresentazioni di “Carmen” al fianco di Mario Del Monaco, primo grande cantante occidentale ad esibirsi in un teatro sovietico. Di quelle recite dirette da Melik-Pashaiev rimane una straordinaria documentazione video. Il successo della produzione moscovita e l’ottimo rapporto con Mario del Monaco segneranno l’inizio della carriera occidentale dell’Arkhipova che pur rimanendo legata al Bolshoj si esibì con frequenza nei maggiori teatri europei. Nel 1960 il debutto in Italia – Napoli, Teatro di S. Carlo – sempre come Carmen e sempre al fianco di Del Monaco rinnovando un sodalizio vincente che si sarebbe riproposto sui maggiori palcoscenici mondiali – Londra, Milano, New York.
Nel corso degli anni l’Arkhipova si è esibita regolarmente in un repertorio vastissimo tanto al Bolshoj tanto nei maggiori teatri mondiali sia in occasione di tourné del teatro russo – come quella scaligera del 1964 in cui fu Helene in “Vojna i mir” di Prokopev – sia in produzioni autonome dei teatri occidentali – memorabile la sua Azucena ad Oranges nel 1972 (fortunatamente documentata in video) testimonianza di una grande libertà che gli era concessa dalle autorità sovietiche e del sincero amore per la sua patria che decise di non abbandonare mai a differenza di altri artisti sovietici sedotti dai lustrini della star-system occidentale.
L’Arkhipova si esibì ancora al Metropolithan nel 1997, all’età di 72 anni, nell’”Evgenji Onegin” di Cajkovskji mostrando mezzi vocali ancora straordinari. Nel 1993 aveva avuto l’onore di vedersi dedicato un concorso nella sua Mosca quando era ancora stabilmente attiva sul palcoscenico del Bolshoj.
Quella dell’Arkhipova era voce straordinariamente estesa, compatta, saldissima in tutti i registri. Di natura sostanzialmente mezzosopranile sapeva spaziare con naturalezza da ruoli di autentico contralto – memorabile la sua Ulrica nel “Ballo in maschera” verdiano – a parti dalla tessitura quasi sopranile, da autentico Falcon, su tutte la sua incisione della “Orleanskaja devista” di Cajkovskji con la direzione di Gennadji Rozhdestvenskji, sicuramente fra le cose più belle in senso assoluto documentate dal disco.
E’ quasi impossibile ricostruire in queste poche righe una carriera lunga e articolata come quella dell’Arkhipova ma è giusto ricordarla almeno in quei ruoli che l’anno visto trionfatrice assoluta. Se la sua voce si è identificata in modo quasi totale con molti dei grandi ruoli russi di cui è stata l’interprete per antonomasia – insieme alla più giovane collega Elena Obratsova – da Marina Mnishek a Marfa, da Polina ad Hélene Kuragina alla Ljubava di “Sadko” , non meno importanti furono le sue prove nel repertorio verdiano: Azucena, Ulrica, Eboli, Amneris. Punta di diamante di una scuola verdiana sovietica di un livello altissimo e ingiustamente quasi sconosciuta in occidente, specie per il frequente uso delle traduzioni in russo dei libretti che suonano ovviamente insolite all’orecchio italiano.
La grandezza di Irina Arkhipova si univa – stando a quanto raccontano coloro che l’hanno conosciuta di persona – ad una non comune sensibilità, ad una grande disponibilità e umanità che ne facevano una persona e non solo un’artista di qualità non comuni la cui arte vivrà fortunatamente per sempre.

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