Susanna Wesley, madre del metodismo, di Sara Tourn

https://riforma.it/it/articolo/2019/01/17/quella-sconfinata-liberta-di-spirito?fbclid=IwAR3z1Q0vraaoJ9qc6VLn8ZRKkRPDZ7ZYAJIFTst7xzY9-5rMfQFJ1-dAVhk

In pochi casi una figura femminile viene chiamata “madre” di una confessione cristiana, osserva la pastora metodista Mirella Manocchio, presidente del Comitato permanente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia : «Spesso il cristianesimo si declina al maschile, anche nel mondo protestante, quindi soprattutto in contesti in cui è ancora molto presente una visione maschile della società e dell’ambito religioso, può fare la differenza ricordare che tra i fondatori, tra coloro che hanno dato un’impronta forte alla propria denominazione, c’è una donna. Permette alle donne di non sentirsi sole, è un esempio da seguire per portare avanti il proprio impegno».

La sua importanza come “madre del metodismo” va ben oltre l’ambito familiare, infatti (ricorda Manocchio) «non si limitò a fare la moglie di pastore o a influenzare (fortemente) i figli, John e Charles, ma scrisse preghiere, preparò e condusse studi biblici e momenti di preghiera durante le assenze del marito, anche molto lunghe. Fu lei a tenere in vita la comunità durante questi mesi, andando controcorrente perché all’epoca ciò non era possibile».

Quindi la sua leadership non fu accettata senza obiezioni… «Quando Susanna prese in mano le sorti della parrocchia del marito, con un approccio alla fede secondo cui questa (vissuta in modo personale e intimo) doveva avere dei risvolti nel vissuto quotidiano, quindi una visione molto vicina a quello che sarà poi l’approccio metodista, venne osteggiata da una parte della parrocchia e dal vicario mandato in sostituzione del marito. Non ebbe insomma vita facile, ma essendo una donna forte non si lasciò intimidire e andò avanti, convinta che fosse quello a cui il Signore l’aveva chiamata».

Successivamente, soprattutto nell’ultimo secolo, osserva ancora Manocchio, è stato rivalutato il carattere dirompente della sua figura, «il fatto che avesse tenuto in piedi la comunità, svolgendo un ministero ante litteram: questo è un elemento che è rimasto nel metodismo, in cui fin dalle origini c’è una grande apertura alle donne: ci sono le predicatrici, le donne scrivono in prima persona le loro esperienze di fede, mentre solitamente si scriveva sulle donne, ma non erano loro a farlo direttamente. Nell’ultimo secolo questo aspetto “di rottura” è servito alle donne per sostenere alcune loro battaglie».

Oggi le chiese metodiste sono presenti in tutto il mondo, con diverse declinazioni a seconda dei contesti culturali: la figura di Susanna Wesley è ancora di ispirazione? Manocchio porta l’esempio del Ghana, dove «c’è un gruppo femminile di ausiliarie della chiesa che si richiama direttamente a Susanna Wesley e al modo in cui impostò le relazioni familiari e all’interno della comunità. Questo gruppo si occupa di moltissimi aspetti, dall’educazione dei bambini, all’istruzione delle donne analfabete, all’assistenza negli ospedali e nelle carceri, affiancando i pastori nelle loro attività. Pur essendo la società ghanese ancora di stampo patriarcale, le donne in queste chiese hanno una forza indiscutibile».