accadde…oggi: nel 1918 nasce Muriel Spark, di Francesca Massarenti

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Per le strade del sobborgo di Peckham sparge zizzania un uomo che si è fatto asportare le corna dalla testa. Una governante di mezz’età sta lavorando a maglia, solleva l’orlo della gonna fino a scoprire la linea di pelle tra la calza e la giarrettiera in cambio di una sterlina posata sul tavolino dal padrone di casa, che la sta guardando. Un plico di pagine macchiate di vino e stufato sta per essere battuto all’asta, è il manoscritto dell’opera più famosa del fu Poeta Laureato. Una segretaria nervosa si offende e strepita quando la commessa rimarca che il tessuto del vestito a quadrati verdi e viola che sta provando è stato trattato per respingere le macchie. La gatta Bluebell si intrufola nel cappotto di zibellino dell’ospite invitata per il tè a casa di Muriel Spark che, come d’abitudine, archivia il ricordo – l’immagine di “meraviglie di pelliccia” martoriate dal gatto – per rimaneggiarlo in seguito. Spark “ama impilare dettagli”, e gran parte della sua opera (ventidue romanzi, quarantuno racconti, sceneggiati per la radio e storie per bambini, tanta poesia) è il risultato di assemblaggi e rielaborazioni, a cui non mancano somiglianze inquietanti e doppioni tematici, di scampoli di vita vissuta rintracciabili nel suo smisurato archivio di lettere e carte.

Curriculum Vitae, l’autobiografia di Spark, si interrompe alla pubblicazione, nel 1957, del primo romanzo, The Comforters, la cui protagonista sente la propria voce narrante battere a macchina la storia della sua vita. Spark appena accenna al sodalizio con il New Yorker, che nel 1961 dedica un intero numero alla novella più letta, The Prime of Miss Jean Brodie. Non fa menzione del prolungato soggiorno a Roma, né di Oliveto, frazione di Civitella in Val di Chiana (Arezzo), dove per quarant’anni coabita (more uxorio, si mormora) con la scultrice Penelope Jardine – unica detentrice dei diritti sulla sua opera – e dove è sepolta. Nessun commento sul riciclaggio dei suoi titoli, The Public Image, ritoccato da John Lydon per battezzare il gruppo messo insieme dopo lo scioglimento dei Sex Pistols; The Transfiguration of the Commonplace, sgraffignato da Arthur C. Danto al trattato metafisico scritto da Suor Helena in Jean Brodie, in pieno accordo con la sua teoria dell’arte indistinguibile dalle cose di tutti i giorni.

Nei romanzi di Spark potrebbe sembrare di scorgere i classici espedienti dei generi di intrattenimento da classifica. The Driver’s Seat funziona come un giallo, sebbene vittima e mandante siano la stessa persona. Le telefonate cortesi ai pensionati di Memento mori hanno il potenziale inquietante di un thriller psicologico. Ma il gusto di Spark si crogiola negli abbinamenti pacchiani e nello scardinare i nessi logici: “sono una donna, o un mostro intellettuale?” si chiede Sybil alla fine di Bang-Bang You’re Dead, e dovrebbero chiederselo anche tutte le ragazze in carriera che si accapigliano in (anti) rom-com come The Girls of Slender Means e Loitering with Intent. Dopo anni di “brain work” dietro a recensioni e scartoffie, nel 1954 arriva la proposta di un editore: scrivere un romanzo, o una raccolta di racconti. Spark, però, pensa a sé stessa come poeta, e inoltre è convalescente: il razionamento del dopoguerra la lascia malnutrita, le destroamfetamine che prende per bloccare l’appetito (e lavorare di continuo: nel periodo 1950-54 pubblica studi critici su Mary Shelley, William Wordsworth, John Masefield e Emily Brontë) hanno iniziato a provocarle allucinazioni.

Spark si converte al cattolicesimo nel 1953, ribatte a chi alza il sopracciglio che “non c’è stata alcuna rivelazione”, nella fede cattolica c’è tutto quello che ha “sempre sentito, conosciuto e creduto”: una visione esistenziale che in molti hanno visto tracimare nella sua prosa, soprattutto nei suoi narratori manipolatori e sputasentenze. L’esecuzione delle trame è spesso combinatoria: si appoggia alla stratificazione testuale, radica la ricerca comica nell’analogia, o meglio, nella farsa delle cose scambiate di posto. Chiedendosi quali postulati di una storia restino invariati al cambiare delle contingenze, Spark proietta situazioni assurde all’interno di sistemi in cui è ridicolo voler separare il serio dal grottesco: mondi in cui è possibile pungersi con uno spillo dentro a un pagliaio e il diavolo è impiegato come responsabile delle risorse umane, e fa il ghostwriter di biografie nel tempo libero.

Nel 1951 esce la prima raccolta poetica, The Fanfarlo and Other Verse, e Spark vince il concorso per racconti dell’Observer con The Seraph and the Zambesi, sconvolgendo la redazione quando si scopre che dietro lo pseudonimo “Aquarius” scrive una donna. Con il premio, si compra un vestito di velluto blu e un’edizione completa della Recherche di Proust. Mentre i racconti scorrono perlopiù come (ben riusciti) esercizi di forma, Spark intavola romanzi cruciverba che richiedono letture ripetute e angolazioni insolite per essere risolti, in cui spezzetta e ricompone gli indizi incurante del concetto di spoiler. Nei lavori più iconici il racconto è circolare: la scena d’apertura svela già tutti i risultati degli intrighi che verranno ricostruiti nelle pagine a seguire, fino a tornare al punto di partenza. Nelle cumulative tales di Spark, tuttavia, la sfilza di frasi relative incassate non serve ad espandere la trama, ma per creare l’ambiente attorno a quanto è già successo, concludendosi, nella scena madre: un immutabile presente storico dal quale è bandito il privilegio del senno di poi. La gavetta presso Argentor – periodico dell’associazione nazionale dei gioiellieri – le permette di essere assoldata come direttrice della Poetry Review, rivista della Poetry Society, incarico che Spark accetta perché nel contratto è previsto l’usufrutto di un appartamento. L’esperienza è negativa:

ero stata selezionata per quell’impiego sul presupposto che potessi essere manipolata, mentre io ero dell’opinione che chi sta al volante, guida.

È l’individuo isolato, infatti, che può tenere testa all’unica voce narrante riconosciuta da Spark, qualcosa a metà tra la provvidenza e il fato. È il caso di The Public Image, in cui un’attrice mediocre, ma accorta, imbastisce un suo rebranding radicale senza nemmeno prendere fiato dopo un funerale improvviso. Succede qualcosa di simile in The Driver’s Seat, un racconto a catena in cui tutto lo shopping di Lise acquista un senso collegando ogni oggetto a quello comprato prima, fino a restituire il quadro completo del suo piano vacanziero-suicida.

Da un colloquio di lavoro in cui discetta di Ivy Compton-Burnett, di cui stava leggendo un romanzo in sala d’aspetto, Spark esce con un impiego presso i servizi segreti britannici. L’ufficio che la assume si occupa di black propaganda: cura trasmissioni radiofoniche musicali e falsi notiziari in tedesco per manipolare l’umore delle truppe avversarie e minare la fiducia dei civili tedeschi verso il Reich. Negli ambienti protetti e delimitati – l’isola deserta di Robinson, i manubri di bicicletta a separare i maschi dalle femmine in Jean Brodie, o il soggiorno del dramma teatrale Doctors of Philosophy – Spark trova le condizioni ideali per ripetere, inalterato, il suo esperimento preferito: osservare come funziona una comunità che vuole essere autarchica. Così un monastero che rifiuta l’ammorbidimento della regola imposta dal Concilio Vaticano II, ma sostituisce i telai con laboratori di elettronica e infesta le proprie celle di microspie, diventa un’allegoria dello scandalo Watergate. Una classe di scuola media funge da diorama di un regime fascista, nei cui ranghi “il gruppo della Brodie” riepiloga i migliori stratagemmi che permettono al potere di debordare. L’identità individuale è legata all’affiliazione con il gruppo esclusivo, la “crème de la crème”. L’adozione di gusti e giudizi del capo è indiscussa: “Giotto è il più grande pittore italiano, è il mio preferito”. Si accetta la retorica del destino inevitabile, a cui è giusto sacrificarsi, come The Lady of Shalott, o Anna Pavlova, ma sempre mantenendo “un’espressione di compostezza, nella buona e nella cattiva sorte”.

Il matrimonio, nel 1937, porta il cambiamento tanto atteso: un nuovo cognome (Spark), il trasferimento in Rodesia (l’attuale Zimbabwe), un figlio (Robin, avuto con un travaglio difficile). In due anni, la depressione del marito si aggrava, la violenza domestica diventa quotidiana e Muriel gli nasconde il revolver. Bloccata in Africa, Spark riesce (accollandosi tutte le spese) a divorziare e, rientrata nel Regno Unito, sceglie di “vivere la guerra” a Londra, sotto le sirene dei bombardamenti, “squilibrate ninfe marine dei tempi andati che ruttano nell’anno 1944”. La tentazione di leggere le società racchiuse di Spark come piccole utopie, però, è pretestuosa. Spark mostra come basti l’inserimento di un elemento esterno (sotto forma di memento mori telefonici o furti di ditali da ricamo) per fomentare l’auto-sabotaggio. Quando c’è il rischio che l’idillio appaia troppo zuccheroso, come tra le stanze del May of Teck – ostello londinese per ragazze di pochi mezzi dove l’unico abito elegante (uno Schiapparelli!) si indossa a turno – è lo stesso momento storico, una guerra appena conclusa, insieme agli ordigni inesplosi che ha seminato, a intervenire per voltare pagina. E la fuga è concessa solo alle predestinate, riconoscibili dal girovita snello a sufficienza da farle scivolare attraverso un oblò.

Spark nasce, Muriel Camberg, il primo febbraio 1918 a Edimburgo, da madre inglese la cui madre aveva marciato, brandendo un ombrello, insieme a Emmeline Pankhurst.

Spark non può permettersi l’università, si iscrive ad una scuola professionale dove impara a gestire la corrispondenza commerciale e il précis-writing, una tecnica per esprimere significato economizzando parole. Le forme in cui la conoscenza si elabora, si conserva e si trasmette sono la maggiore preoccupazione di Spark. Ecco allora giustificata l’ossessione per gli spazi chiusi del sapere ufficiale: scuole, biblioteche, archivi, monasteri, gallerie, uffici. E ancora di più si nota la ricorrenza degli incontri fortuiti, o non autorizzati, negli interstizi di tempo strappati alle commissioni, dentro spazi di servizio – soglie, cucine, sale d’aspetto, camere in affitto, abitacoli, filari di pioppi – in cui il pettegolezzo è indistinguibile dal discorso politico e la cultura effimera delle incombenze comuni si attacca, rimescolandosi, alle preghiere mandate a memoria per consolarsi.

Presso l’istituto per ragazze che frequenta, gratuitamente, grazie a continue borse di studio, Spark si crea la fama di “poeta della scuola”. Per Spark il “romanzo come forma d’arte è una variante, un’estensione della poesia”, e infatti ogni sua prosa sembra seguire una metrica più o meno rigida, ascrivibile a schemi poetici tradizionali, perlopiù orali e di origine popolare. Le rivelazioni profetico/prolettiche di Jean Brodie funzionano come il primo e il terzo verso di una villanelle, ripetute alternativamente con minime aggiunte di dettagli, fino alla quartina conclusiva, il materializzarsi del piano, intaccato dal “tradimento” della pupilla, ma non meno triste. L’infanzia di Spark non è separata dalla vita degli adulti, fare la spesa è “una lezione di geografia”. Impara presto che i bambini possono nascere anche fuori dal matrimonio e che i veterani della Grande Guerra mendicano per l’inadeguatezza dei servizi sociali.

Allineandosi ai protagonisti della tragedia classica che non hanno potuto agire altrimenti, le monache di The Abbess of Crewe si considerano al di sopra del giudizio morale comune, proprio come fantocci delle nursery rhymes, intrappolati dalla provvidenza allitterante delle proprie rime. Suor Alexandra, che per diventare badessa di Crewe fonda la sua strategia elettorale sui consigli di Machiavelli, è un personaggio da filastrocca per bambini. Notevoli gli elementi di nonsense – l’indimenticabile suor Gertrude dal suo “carattere hegeliano” che fa propaganda anticoncezionale in Nepal e riappacifica i clan in Africa – coerenti per una storia che ambisce a “entrare nel dominio della mitologia”.

Spark nasce, Muriel Camberg, il primo febbraio 1918 a Edimburgo, da madre inglese la cui madre aveva marciato, brandendo un ombrello, insieme a Emmeline Pankhurst, e da padre ebreo scozzese la cui madre poteva, contemporaneamente, sedersi sui propri capelli e leggere per tutto il giorno la Bibbia alla finestra. I conoscenti dei genitori sono personalità incantevoli, come la pescivendola Fish Jean, ricchissima, le cui dita inanellate di diamanti, così vuole il pettegolezzo, si tuffavano senza remore tra le aringhe e gli sgombri, altrettanto scintillanti. Tra le etichette della spesa – il burro Buttercup, la carne Angus, i panini dolci Sally Lunn – si annidano, in futuri “baleni”, i ricordi delle certezze ieratiche dei primi anni di vita. L’osservanza del rituale del tè occupa, in Curriculum Vitae, un capitolo a sé: “si porta la teiera al bollitore, mai il contrario, la si riempie, ma mai fino all’orlo”, “zuccherato o senza zucchero era l’unica scelta personale concessa”. E dove la regola sostituisce la scintilla, la pagina di letteratura torna ad essere un foglio di carta, macchiato di caffè, riempito di righe d’inchiostro da una mano che imburra fette di pane, che conta gli spiccioli. La mano di una persona le cui carte ingrigiscono, la cui casa-museo si impolvera, ha bisogno di una governante, può essere colpita da una bomba da un momento all’altro, o messa a soqquadro per scrivere una poesia.

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