La stanza dei ricordi, di Lia Lo Bue, recensione di Daniela Domenici

Stupendamente struggente questo libro di Lia Lo Bue, docente d’inglese e scrittrice siciliana, che ho divorato nel battito d’ali di una farfalla e che mi ha ammaliato come il volo di un aquilone; se volete emozionarvi entrate nella stanza dei ricordi di Lia e ne rimarrete magicamente affascinati come la sottoscritta.

Cito dalla splendida prefazione di Angelo Campanella, che mi trova pienamente concorde “Nel romanzo di Lia Lo Bue nulla è prevedibile, perché ogni porta schiude realtà inattese, apre spiragli verso un mondo parallelo, che è magico, ma ha la concretezza della realtà…Nel testo, anche i piani temporali si avvicendano in coerenza con il dualismo che fa da sfondo a dialoghi di brillante ironia, alternati a scene visionarie nelle quali il confine tra il reale e la dimensione onirica è labile e, come accade nella migliore tradizione del realismo magico, il lettore non sa a quale delle realtà attribuire maggiore consistenza ontologica…”: il realismo magico, che perfetto accostamento, un ossimoro assolutamente ad hoc per definire l’essenza di quest’opera di Lo Bue che si svolge tra Agrigento, città dove la protagonista, che è una prof, vive e lavora, e Racalmuto, la città dell’infanzia e dei ricordi.

Per arricchire ulteriormente questa sua storia, che è straordinariamente densa di ossimori e sinestesie, l’autrice inserisce anche alcune frasi in stretto dialetto agrigentino, pronunciate da uno dei collaboratori scolastici della prof, i quali danno ulteriore colore alla narrazione che inizia con la protagonista che ha perso, in senso metaforico, la chiave della stanza dei ricordi; come perfetta conclusione, dopo un ultimo capitolo che ci fa subito pensare alla visione distopica di Orwell o di Huxley, inserisce queste parole “come si fa a perdere la chiave della stanza dei ricordi? Rischia di dimenticare tutto. Sa una cosa…? È proprio per questo che scrivo. Per non dimenticare”: bravissima Lia, continua a scrivere!

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