accadde…oggi: nel 1911 nasce Virginia Carini Dainotti, di Angela Nuovo

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Il 26 maggio 2003 è morta, dopo breve malattia, l’illustre bibliotecaria e studiosa Virginia Carini Dainotti.

Virginia è stata la maggiore sostenitrice, in Italia, del modello di biblioteca pubblica americana, la cosiddetta public library, ovvero la biblioteca effettivamente rivolta all’intera comunità di lettori, in grado di offrire un vero servizio di lettura e di informazioni quale diritto primario di ogni cittadino. Nella sua intensa attività e carriera, cominciata nel 1933 come semplice bibliotecaria e terminata da Ispettrice del Ministero, Virginia Carini Dainotti impresse un segno visibile nelle scelte teorico-pratiche della politica bibliotecaria del nostro paese, specificatamente nel settore allora nascente della biblioteca pubblica, al quale dedicò la battaglia di tutta la sua vita.
Nata a Torino nel 1911, la Dainotti cominciò la sua carriera negli anni Trenta quando, trovatasi a dirigere la biblioteca statale di Cremona a soli 26 anni, ne dispose la rifondazione e la riorganizzazione ispirandosi vigorosamente ai modelli più avanzati di biblioteca pubblica: nessun atteggiamento di deferenza al regime si rintraccia nella sua attività, pur dovendo istituzionalmente rivolgersi spesso al potente gerarca fascista di Cremona, Roberto Farinacci. Formatasi a Torino, era stata infatti allieva, al Liceo Massimo d’Azeglio, di Augusto Monti, come spesso era solita ricordare. Dopo aver sposato il prefetto di Cremona, Pietro Carini, si trasferì a Roma nel 1943 e ivi intraprese una vasta azione di rinnovamento del mondo bibliotecario italiano. Dapprima direttrice della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, è dal 1958 Ispettore generale del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1970 è nominata Presidente della Biblioteca pubblica e Casa della cultura Fondazione Achille Marazza di Borgomanero. In attività fino ai primi anni Ottanta, l’apice della sua attività e influenza va però identificato negli anni Sessanta, allorché vennero pubblicati i due volumi La biblioteca pubblica istituto della democrazia (1964) che costituiscono ancora oggi uno spartiacque nella storia della biblioteconomia italiana: in essi l’Autrice propone sostanzialmente il trapianto e l’adattamento nel nostro paese della public library statunitense. Nel suo pensiero la public library è un istituto indispensabile allo sviluppo della democrazia, perché è rivolto non a determinate categorie sociali, ma a tutto il pubblico dei lettori e a tutta la comunità dei cittadini.
Ruolo fondamentale in questa concezione ha avuto il superamento della tradizione italiana legata alla biblioteca popolare, da lei definita «istituzione fondata sul paternalismo delle classi dirigenti che provvedevano all’educazione del popolo». La critica della biblioteca popolare è chiaramente condotta in nome di una biblioteca per tutti che non contenesse alcun riferimento di classe nella definizione della propria utenza. Sempre attiva e dinamicamente espressa nel pensiero della Dainotti è l’idea che la biblioteca, come autentico servizio culturale, debba essere profondamente inserita nella società e in essa debba espandersi.
Profondamente impegnata nella crescita generale della professione bibliotecaria in Italia, Virginia Carini Dainotti spese molte energie per l’Associazione italiana biblioteche. Entrata tuttavia in forte polemica (da repubblicana quale era: aderì a un certo punto al Partito repubblicano italiano) con la diffusa visione marxista che si proponeva di imprimere una svolta nel mondo delle biblioteche italiane secondo una linea ideologica da lei non condivisa, scontò dagli anni Settanta una marginalizzazione progressiva. Non vennero adeguatamente raccolti i suoi appelli alla professionalità, all’etica del lavoro bibliotecario, al diritto di informazione in biblioteca come diritto di accesso a una pluralità di informazioni, alla lotta a ogni tipo di censura, anche quella nutrita delle migliori intenzioni. D’altronde, non fu realmente possibile alla Carini Dainotti, la cui attività coincide con la lunga stagione dei governi democristiani degli anni Cinquanta e Sessanta, realizzare se non in minima parte i suoi progetti: denunciò costantemente la dispersione di denaro pubblico in tante minime iniziative senza futuro, come pure la gestione clientelare dei posti di lavoro in biblioteca che deprimeva la professionalità, della quale fu sempre lucida sostenitrice. Da parte dei governi centristi di allora si avvertiva certo un’estraneità e forse addirittura una preoccupazione per il carattere così spiccatamente laico e democraticamente avanzato della public library, che la stessa Carini aveva in più occasioni sottolineato.
Bisogna così attendere i tardi anni Novanta perché bibliotecari e studiosi ne rileggano le opere con occhi diversi, e, in una situazione storica ormai lontana dai furori ideologici degli anni Settanta, ne riscoprano l’attualità. Nel 1999 l’Università di Udine le dedicò il convegno Virginia Carini Dainotti e la politica bibliotecaria del secondo dopoguerra, al quale si rimanda per la bibliografia degli scritti: e con eloquente scelta, fu proprio l’AIB a pubblicarne nel 2001 gli atti. La Facoltà di Pedagogia dell’Università di Padova le offrì nel 2000 la laurea honoris causa (da lei non accettata) in quanto creatrice presso la biblioteca di Cremona, nel 1938, della prima sala per ragazzi in Italia. Concesse l’ultima intervista, in quello stesso 2000, a un giovane laureando, durante la quale ricordò di aver lottato per il superamento della visione della biblioteca come «qualche cosa di ammuffito, generalmente alloggiato all’interno di vecchi palazzi e popolato di vecchi signori». Sintetizzò così il pensiero di una vita: «L’essenza della biblioteca è quella di un organismo vivente, in continua trasformazione: possiede una memoria, da cui la cura verso il passato, concretizzata attraverso la conservazione; ma rivolge anche l’attenzione a ciò che le sta intorno, da cui la cura verso la larga platea di tutti coloro che sono in possesso di un livello, anche se minimo, d’istruzione. La biblioteca è al servizio degli sviluppi che la cultura assume: aspetta che i bisogni diventino reali e maturi, nonché auto-coscienti, per fornire poi una risposta adeguata».