Nessuno può volare, di Simonetta Agnello Hornby, recensione di Daniela Domenici

“…come noi non possiamo volare, così non avrebbe mai più potuto camminare: questo non gli avrebbe impedito di godersi la vita in altri modi…nella vita c’è di più del volare e forse anche del camminare. Lo avremmo trovato quel di più”: in queste parole di Simonetta Agnello Hornby, avvocata e scrittrice siculo-inglese, c’è, in sintesi, il cuore di questo suo libro: la tremenda malattia, la sclerosi multipla, che colpisce all’improvviso, nella sua forma più grave, George, il figlio maggiore, già sposato e padre di Elena e Frankie, e la reazione sua e del resto della famiglia a questo evento che cambia, anzi, stravolge le prospettive e i progetti di vita di tutti coloro che vivono intorno a Simonetta e a George.

È uno straordinario racconto a due voci, chiaramente distinguibili, “una specie di controcanto”, che parte da lontano, dall’amatissima Sicilia quando l’autrice era una bambina che adorava stare in campagna, nella tenuta di Mosè, il suo trasferimento a Londra a fare l’avvocata minorile e, infine, il giorno tremendo in cui, dopo tante analisi, arriva la diagnosi, senza possibilità di appello, sulla patologia di George. La madre e il figlio ci raccontano, ognuna/o dal proprio punto di vista, con un’ironia leggera e commovente, i tanti ostacoli che incontrano, sia le barriere architettoniche che quelle psicologiche, in questo nuovo percorso da “rotellato”, gli innumerevoli particolari a cui prima non avevano fatto caso, specialmente durante le visite ai musei, alle chiese e negli spazi aperti ma anche la straordinaria solidarietà spontanea e istintiva di persone trovate durante il viaggio che intraprendono insieme da Londra alla Sicilia per provare a superare “in volo” luoghi comuni e pregiudizi sulla disabilità.

Concludo con queste parole di George “se fossi rimasto chiuso in casa per paura dello stigma sociale non avrei mai incontrato quello che a me piace chiamare ben-igma, il suo opposto, quel sentimento quasi universale della nostra specie che ci spinge ad aiutare chi è meno fortunato, una sorta di empatia che va al di là di ogni interesse personale”: grazie a Simonetta e a suo figlio George.

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