accadde…oggi: nel 1522 nasce Lucrezia Gonzaga, di Roberta Monica Ridolfi

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Nacque il 21 luglio 1522, forse a Gazzuolo (o a Mantova), da Pirro, signore di Gazzuolo, fratello di Luigi, conte di Sabbioneta e da Emilia d’Annibale Bentivoglio, nipote di Giovanni (II), signore di Bologna. In tenera età, il 22 genn. 1529, rimase orfana del padre, e il 19 novembre dello stesso anno della madre. Affidata alle cure della nonna paterna, Antonia Del Balzo, la G. fu educata nelle lingue toscana e latina, nell’eloquenza e nella poesia, mostrandosi sin dall’inizio assidua e costante nello studio. Morta la nonna, nel 1538, all’età di novantasette anni, il cardinale Ercole Gonzaga mandò la G. ad abitare presso Luigi Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, cugino della giovane. In questa piccola corte due matrone, Ginevra Rangone, moglie di Luigi, e Costanza, sorella di lei e consorte di Cesare Fregoso, si preoccuparono di continuare la sua educazione e la G. visse così anni felici e tranquilli.

Ebbe come precettore Matteo Bandello, il quale, conosciutala anni addietro nella casa paterna, era rimasto affascinato dalla sua avvenenza e dalla sua cultura e volle farle da pedagogo, istruendola soprattutto nella filosofia e negli autori classici. La G. faceva rapidi progressi negli studi, meravigliando sempre più il suo maestro, che la celebrò nelle sue rime e scrisse in suo onore un intero poema di undici canti (Canti XI de le lodi de la signora G. di Gazuolo, e del vero amore, col tempio di pudicizia, e con altre cose entro poeticamente descritte), compiuto nel 1538 e pubblicato ad Agen nel 1545, nel quale ne lodava la bellezza, la modestia e la cultura. Inoltre, nelle Novelle del Bandello, la XXI della seconda parte è dedicata a Lucrezia.

Ma tutto questo non durò molto: dopo la morte del Fregoso nel 1541, il Bandello rimase al servizio della moglie Costanza Rangone e la seguì nell’esilio, prima a Venezia, poi in Francia. La G. fu costretta a sposare Giampaolo Manfrone iunior, figlio di Giulio e Beatrice Roverella, condottiero d’armi per la Repubblica di Venezia. Manfrone, avendo intenzione di prendere in moglie una Gonzaga, aveva posto gli occhi inizialmente su Eleonora, sorella di Giulia, e cugina della Gonzaga. Luigi Gonzaga, però, perduta la prima consorte, e rimaritatosi con Caterina Anguissola, sorella del conte Giovanni, non volendo avere più in casa la G., le procurò le nozze con il Manfrone, che furono celebrate in Mantova nel carnevale del 1541. La G. fu condotta dal novello sposo prima a Verona poi, poco dopo, alla Fratta, presso Rovigo. La scelta di questo marito si rilevò infausta: il Manfrone si dimostrò, infatti, sin dall’inizio un uomo violento, sanguinario, litigiosissimo, intollerante e feroce. Si racconta, ad esempio, che una volta osò percuotere in pubblico la G. perché aveva ballato in casa dei suoi congiunti a Mantova. Ma la G., pur avendolo sposato senza dare il proprio consenso, gli rimase sempre fedele, sopportando con pazienza la sua indole indomita e volgare.

Tale benefica influenza non ebbe alcun effetto sul marito; il Manfrone ricadeva ogni volta nei suoi delitti: bandito già dallo Stato dei Gonzaga per l’omicidio di un suo cameriere a Mantova, un altro misfatto lo fece finire in carcere. Egli aveva maritato a Ferrara una sua sorella, Angela, al conte Rinaldo de’ Costabili; questa, rimasta vedova, si legò con approvazione del duca Ercole II d’Este in seconde nozze a Rinaldo Comini, gentiluomo non gradito però al fratello, il quale verso la fine del 1544 cercò di uccidere la sorella e il nuovo marito inviando loro dei canditi avvelenati. Fallito l’intento, il Manfrone maturò il folle disegno di compiere le sue vendette contro il duca, poiché aveva avuto parte alle nozze: sparse la voce che coltivasse amori indegni con Angela e che lui, non potendo soffrire tale vergogna, si proponeva di ammazzarlo. Catturato a Poviglio e condotto il 27 luglio del 1546 a Ferrara, il Manfrone confessò i suoi delitti di sangue e di aver cospirato contro il duca e fu condannato a morte dopo un brevissimo processo. Ma la G. tanto si adoperò per il marito che il duca gli fece dono della vita, commutando la pena in carcere perpetuo.

Nella speranza di poter un giorno rivedere lo sposo libero, la G. si dilettava con la lettura dei libri dei santi, coltivava lo studio della retorica e prendeva diletto dalle numerose poesie che le erano spedite. L. Dolce le inviò manoscritti i primi due canti della sua traduzione delle Trasformazioni di Ovidio (Venetia 1557); leggeva inoltre le rime di Bernardo Tasso, Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e Veronica Gambara. Non trascurava neanche la filosofia, studiando specialmente F. Robortello; si interessò anche di astronomia, chiedendo a Ludovico Pico della Mirandola, suo cugino, quali libri leggere a tal riguardo. Dopo sei anni di carcere, però, il marito, divenuto delirante e farnetico, il 9 febbr. 1552 morì.

Dei quattro figli avuti dal matrimonio erano rimaste solo due fanciulle, Isabella ed Eleonora, che la G. collocò nel monastero delle suore di Rovigo, affinché fossero educate nei principî della religione. Lei, ritiratasi alla Fratta, rigettò ogni proposta di nozze, consacrandosi alla religione e continuando a conversare con uomini dotti, che mai si stancarono di celebrarla.

O. Lando, che in quei tempi infelici l’aveva sempre servita come segretario, le dedicò prima un Dialogo nel quale si ragiona della consolatione et utilità che si gusta leggendo la Sacra Scrittura (Venetia 1552) e poi compose un Panegirico (ibid. 1552) delle sue lodi; diede inoltre alle stampe nel 1552 a Venezia presso G. Scotto le lettere della G. con il titolo Lettere della molto illustre sig. la signora donna Lucrezia Gonzaga da Gazuolo con gran diligentia raccolte, et a gloria del sesso femminile nuovamente in luce poste. La veridicità di questo epistolario fu sostenuta dall’Affò (pp. 64-69), mentre il Sanesi (pp. 14-26) ne discusse l’autenticità, propendendo per l’attribuzione al Lando. G. Ruscelli, tra l’altro, le scrisse la dedicatoria del Libro della bella donna, composto da F. Luigini da Udine (Venetia 1564).

In occasione delle nozze del duca Guglielmo Gonzaga con Leonora, figlia dell’imperatore Ferdinando I nel 1561, L. Contile visitò la G., in quel periodo a Mantova, e rimase talmente colpito dalla sua amabile cortesia che in una lettera del 29 sett. 1561 le promise che avrebbe scritto in sua lode (Lettere, Pavia 1564, c. 89). Stesso effetto fece su altri letterati: Lodovico Paternò la celebrò poeticamente nella Mirtia (Napoli 1564), Diomede Borghesi nelle sue Rime (Padova 1566), Orazio Toscanella le dedicò i Madrigali di G.M. Bonardo (Venetia 1563). C. Cattaneo decise di unire in un volume quanto i più chiari ingegni del tempo avessero scritto intorno alla G. e, animato all’impresa dal Bonardo, con l’aiuto di L. Domenichi e di G. Betussi pubblicò la raccolta sotto lo pseudonimo di Dormi nel 1565 a Bologna, per i tipi di Giovanni Rossi, con il titolo: Rime di diversi nobilissimi, et eccellentissimi auttori in lode dell’illustrissima signora, la signora donna L. G., marchesana.

In questi stessi anni la G. maritò la figlia Isabella a Fabio Pepoli, nobile bolognese; nella città del genero conobbe Luigi Groto, il Cieco d’Adria, che la lodò nelle sue Rime (Venetia 1584) e che in seguito la esortò in una lettera a stampare le rime da lei scritte, tenute sin allora occulte, ma senza esito, dato che non è stato trovato alcun libro o poesia pubblicata dalla Gonzaga.

La G. morì di febbri l’11 febbr. 1576, probabilmente nella sua dimora della Fratta.