accadde…oggi: nel 1898 nasce Pia Laviosa Zambotti, di Maria Grazia Depretis

Pia Laviosa Zambotti

Secondogenita di Oreste Zambotti e Teresa Paoli, commercianti di stoffe di Fondo in val di Non, ebbe la fortuna di accedere agli studi superiori grazie al sostegno economico dello zio paterno Luigi Zambotti, direttore didattico. Tuttavia dopo il liceo a Innsbruck l’iter formativo della Zambotti risulta lacunoso e non documentato: si dice abbia frequentato l’Università di Vienna, che sia stata iscritta all’Università di Padova, che in Italia sia stata allieva di Giovanni Patroni. Nonostante la sua condizione di autodidatta, asserita dai suoi contemporanei che ne stesero i necrologi, conseguì nel 1938 la libera docenza in paletnologia e dall’anno accademico 1939-1940 fino al 1964-1965 si dedicò all’insegnamento di questa materia come libera docente presso l’Università di Milano.
Il 6 giugno 1921 sposò l’ingegnere piacentino Carlo Laviosa (1882-1950) che la introdusse negli ambienti culturali di Piacenza e Milano e la sostenne nella prosecuzione degli studi paletnologici. Visse a Piacenza, Salsomaggiore, Reggio Emilia e infine definitivamente a Milano, ma fece ritorno ogni estate a Fondo, suo paese natale, con il quale mantenne un legame profondo.
Il 12 aprile 1922 diede alla luce il suo unico figlio Luigi (1922-1944) che, caduto in battaglia a Belvedere Ostrense, è annoverato fra i martiri di Montecassino. Nel 1950 perse anche il marito e, rimasta sola, dedicò il resto della sua vita all’insegnamento e allo studio.
Ricoprì un ruolo di assoluto rilievo nell’ambito degli studi sulla preistoria europea fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, in un ambiente accademico caratterizzato da una prevalente presenza maschile, in cui la disciplina era interessata da una fase di transizione fra tradizione, rappresentata dalla scuola del Pigorini, e innovazione verso moderni indirizzi metodologici e di sistemazione critica.
Le sue ricerche iniziate negli anni Trenta riguardarono il primo popolamento, l’età del bronzo e del ferro, l’origine dei Reti, le statue stele nella regione Trentino Alto Adige.
Su incarico della Regia Soprintendenza alle antichità del Veneto, della Lombardia e della Venezia Tridentina fra il 1933 e il 1934 rilevò e compilò il “Foglio IV: Passo Resia”, “Foglio V: Merano”, “Foglio IX: M. Cevedale”, “Foglio IV Bressanone”, “Foglio VI bis: Passo del Brennero”, “Foglio VII: Monguelfo”, “Foglio VII bis V: Vetta d’Italia”, “Foglio XV: Bolzano”, “Foglio 11: Monte Marmolada” dell’“Edizione archeologica della carta d’Italia al 100.000”. Il frutto di tali ricerche confluì in Civiltà preistoriche e protostoriche nell’Alto Adige (documentazione archeologica)pubblicato nel 1938. Con tale opera la Zambotti inserì la regione atesina, da poco annessa all’Italia, nel contesto della preistoria nazionale e per essa ricevette un premio di incoraggiamento dall’Accademia d’Italia.
Estese in seguito le sue ricerche all’Emilia Romagna, alla Lombardia e alla Liguria affrontando i temi delle terramare, delle palafitte, della civiltà del ferro di Golasecca (1935-1943), della cultura del bronzo palafitticola da lei chiamata di Polada (1935-1939), della definizione della cultura tardoneolitica da lei chiamata della Lagozza.
Ampliò i suoi orizzonti alla penisola italica, al bacino del Mediterraneo, ai Balcani, all’Europa settentrionale e indagò i temi dell’eneolitico mediterraneo e centro-europeo, i problemi della genesi della civiltà, del matriarcato, degli indo-europei. Fra gli anni Quaranta e Cinquanta vennero pubblicati i suoi saggi tra i quali spicca Origini e diffusione della civiltà (1947), considerato l’apice del suo pensiero, che le valse il Premio nazionale e generale della Classe di scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia nazionale dei Lincei per l’anno 1955, consegnatole dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Alla base di quest’opera di sintesi tradotta in varie lingue vi è il concetto della civiltà come prodotto di una concentrazione e la teoria della espansione della civiltà da un unico centro mesopotamico. Tali teorie, considerate audaci, suscitarono vivaci discussioni, ma ebbero il merito di aprire la ricerca preistorica verso altre discipline che concorrono alla ricostruzione delle civiltà antiche, quali l’etnologia, la linguistica, la storia delle religioni.
Compì numerosi viaggi in Italia e all’estero (Francia, Svizzera, Iugoslavia, Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Turchia, Grecia, Inghilterra) per acquisire una conoscenza diretta delle collezioni dei musei preistorici. Venne invitata a tenere conferenze a Londra, Oxford, Edimburgo, Madrid, Valencia, Granada, Siviglia, Istanbul.
Collaborò con molte riviste sia locali (“Archivio per l’Alto Adige”, “Atesia Augusta”, “Studi Trentini di Scienze Storiche”) sia nazionali (tra cui “Studi etruschi”, “Bullettino di paletnologia italiana”, “Rivista di scienze preistoriche”).
Fu socio permanente dell’Istituto di studi etruschi ed italici, membro d’onore del Centro di studi preistorici di Varese, socio corrispondente della Deputazione di storia patria per le Venezie, consigliere della Sezione milanese dell’Istituto italiano di paleontologia umana, socio corrispondente dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, socio corrispondente dell’Archivio per l’Alto Adige, socio onorario dell’Accademia agrigentina di scienze lettere e arti, consigliere permanente dell’International Institute of archaic civilization di Parigi, membro d’onore del Seminario de Historia primitiva del hombre dell’Università di Madrid, membro d’onore della Sociedad española de antropologia etnografia y prehistoria di Madrid.
Nonostante una vita dedicata agli studi preistorici, densa tanto di successi quanto di avversità, fu amareggiata per la mancata assunzione in ruolo presso l’Università. La perdita del lavoro e la preoccupazione per il futuro, sommate al dolore mai lenito per la perdita degli affetti familiari a lei più cari, minarono il suo spirito forte e sensibile. Morì tragicamente a Milano il 10 novembre 1965 e venne sepolta nella tomba di famiglia del cimitero di Fondo.
La sua biblioteca e l’archivio vennero acquistati dalla Provincia autonoma di Trento nel 1977 e sono parte integrante della Biblioteca “Pia Laviosa Zambotti” annessa all’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali. È in corso un progetto di valorizzazione della figura di Pia Laviosa Zambotti e di storicizzazione della sua opera a cura dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento, sotto la direzione scientifica del dott. Franco Nicolis e della dott.ssa Elisabetta Mottes.