accadde…oggi: nel 1821 nasce Enrichetta Caracciolo, di Giulia Galeotti

https://www.150anni.it/webi/stampa.php?wid=1866&stampa=1

Nata a Napoli nel 1821, quinta di sette figlie, la vita di Enrichetta Caracciolo è segnata dalla violenza che la vuole costretta, senza ombra di vocazione, tra le mura del monastero di San Gregorio Armeno di Napoli. Ne conosciamo la vita travagliata attraverso quell’autentico racconto d’avventure che è la sua autobiografia, Misteri del chiostro napoletano, pubblicato per la prima volta nel 1864, dalle cui pagine emerge l’indomita e mai persa speranza di poterne uscire un giorno. Come avverrà.

Dopo l’infanzia (in cui «io non prometteva di giungere alle proporzioni d’un organismo fortemente costituito»), sboccia una giovinetta sensibile e romantica: «entrata che fui nel quattordicesimo anno, le mie forme presero uno sviluppo inaspettato […]. Disgraziatamente (se l’amore può chiamarsi disgrazia), allo sviluppo del corpo concorse precoce pur quello del cuore».

I primi amori cominciano a popolare le sue giornate, tra slanci totalizzanti e acute delusioni, fino al dolore per la prematura morte dell’amato padre. Allora tutto cambia per Enrichetta: affidata alla tutela della madre, costei – avendo deciso di risposarsi – inizia ad insaputa della figlia le pratiche per farla entrare in monastero.

La decisione viene così comunicata alla società napoletana: «Ci facciamo solleciti di partecipare un atto, che a’ devoti d’ogni classe recherà piacere. Una delle figlie del defunto e compianto maresciallo Caracciolo, la signorina Enrichetta de’ principi di Forino, giovine di rara pietà, si è determinata di ripudiare le vanità del mondo, per prendere il velo del monastero di San Gregorio», scrive per l’occasione un giornale. Ma è descrizione ben diversa da quella che ce ne fa Enrichetta. «Non vi era alcuno scampo plausibile. Doveva assolutamente chiuder gli occhi, ed abbandonarmi alla discrezione della fatalità. Spuntò il critico giorno». Enrichetta è come in trance, guarda la realtà che la circonda come se non la riguardasse, finché non vide «entrare frettolosi e anelanti due chierici che gridarono non si attende che la monaca. Una pugnalata al cuore non ha effetto diverso di quello che provai da tale chiamata. Un tremito generale s’impossessò delle mie membra, e divenni livida al par di cadavere. […] Quanto più mi avvicinava a San Gregorio, tanto più distinto tacevasi il suono delle campane. Ogni tocco era suono funereo nell’a nimo mio».

Il dramma è completo al momento della formulazione dei voti solenni. «Uscita la gente, i ferrei cancelli del monastero tornarono a stridere su’ loro cardini. D’allora in poi, mi separava dal mondo un baratro, secondo ogni apparenza, insuperabile. […] Aveva abdicata perfino la mia personalità». Eppure, sebbene con intensità via via più flebile negli anni duri e bui del convento, Enrichetta non si darà per vinta.. «Nel fondo dell’animo mio sentiva vivo e palpitante ancora il sentimento, che mi muoveva a convivere, idealmente almeno, co’ miei simili. Aveva fatto alla comunità il sacrificio della mia persona, ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile. Più alta di san Benedetto imperava nella mia coscienza la voce di Gesù Cristo, il cittadino dell’universo, il distruttore delle sette, delle caste, degli associamenti parziali, il rinnovatore della famiglia, della nazione, dell’umanità, riunite in una sola legge d’amore e di conservazione». La narrazione della vita monastica, nel libro, è dura e senza indulgenze, per l’ipocrisia imperante che sarà all’origine del suo forte anticlericalismo.

Le speranze per una possibile vita fuori dal monastero sono riaccese dal clima politico dell’epoca, che preannuncia importanti cambiamenti. Enrichetta si rivolge così «all’Onnipotente per la caduta della tirannide e pel trionfo della nazione», mentre – essendosi ormai allargate le maglie della libertà di stampa – compra e legge a voce alta in convento i giornali dell’opposizione. Del resto le letture saranno sempre una fonte di forza e incoraggiamento per la giovane, durante gli eventi che – tra repressione e nuove speranze – si fanno sempre più incalzanti. Finalmente nel 1849 Enrichetta ottiene il permesso di uscire dal monastero per andarsi a curare con i bagni, accompagnata dalla madre. Ma le peripezie non finiranno, tra rocambolesche fughe terminate in una prima fase con l’arresto nel giugno 1851. Enrichetta rifiuta il cibo, tanto da rischiare seriamente la vita, e in preda alla disperazione tenterà addirittura il suicidio. Feritasi al petto con un pugnale, non solo sopravvive, ma riesce a resistere ad un anno di isolamento. Uscita dal ritiro di Mondragone, continueranno le traversie, con Enrichetta che, sempre più lontana dalla Chiesa e vicina ai movimenti cospirativi, cambierà in sei anni diciotto abitazioni e trentadue donne di servizio per evitare di finire nella rete governativa.

Il 7 settembre 1860 è il grande giorno («una di quelle date memorande, citando le quali non sarà necessario aggiungere il millesimo»): «il dramma è giunto al termine: la mia storia finisce in questo giorno, che per l’Italia è giorno di nuova creazione» scrive Enrichetta. Garibaldi è a Napoli, «ed io, toltomi il velo nero dal capo, e ripostolo su un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me l’aveva dato venti anni fa. […] Da quell’istante considerai strappato pur l’ultimo filo che mi vincolava allo stato monastico; e il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene comunemente alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio».

Si chiude così la parte della vita di Enrichetta governata da quell’insieme di leggi familiari e claustrali che impedivano a tante giovani di vivere secondo le naturali inclinazioni, soggiogate dalle necessità sociali e patrimoniali. Del resto, lo scopo del libro è proprio questo: «scrivendo queste Memorie niente altro mi son proposta che confermare, quanto è da me, con argomenti di fatto, l’opportunità e la giustizia del Decreto col quale si sopprimono dal Governo italiano i conventi, e disingannare a un tempo coloro, se pur ne restano ancora di buona fede, che tenesser quei luoghi per asili di tutte le religiose virtù». L’intento, cioè, è al contempo patriottico e pedagogico, «ammaestramento e profitto»; soprattutto intende dimostrare quanto sia necessario il nuovo decreto che sopprime i conventi. La rivendicazione è per molti versi di sapore femminista, «senza la reclusione monastica, tante giovanette d’ingegno peregrino si sarebbero elle vedute, per innaturelezza di parenti e per sobillamento di confessori, sepolte in carceri inaccessibili a ogni lume sociale, a ogni voce dell’umanità?». Ma, aggiunge Enrichetta «se non sono amica della sottana nera, non conservo per essa risentimento. […] E di molti insegnamenti pratici mi riconosco debitrice alla lunga reclusione. Se pel tratto di vent’anni non mi avesse il destino ribadita al piede la catena del galeotto, se fossi passata a marito giovinetta, avrei forse nella scuola del mondo imparato altrettanto a scernere le malvagie passioni sul loro nascere, le passioni che sbocciano nell’aria chiusa e si nutrono di ire, di rancori, di gelosie, di sospetti?».

La seconda parte della vita, appena tratteggiata nelle pagine finali della sua autobiografia, è invece all’insegna della libertà, che trova compimento ed espressione nel matrimonio e nella fede patriottica. La monaca forzata è ora la moglie felice del patriota napoletano Giovanni Greuther (sposato con rito evangelico); la cospiratrice è diventata una “cittadina” attivamente impegnata. Enrichetta fu infatti corrispondente di giornali politici (tra cui La Tribunadi Salerno e II Nomade di Palermo) e membro di diverse associazioni (come L’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società italiana per l’emancipazione della Donna di Larino). Tra le fondatrici della massoneria femminile in Italia con la sorella Giulia, profuse in particolare grande impegno nella loggia “Il vessillo della carità”. Nel 1866 pubblica un Proclama alla donna italiana in cui esorta le donne a sostenere la causa nazionale, e tre anni dopo – mentre si andava svolgendo il Concilio Vaticano – partecipa a Napoli all’“Anticoncilio del libero pensiero”.

Tutto questo è accennato nelle frasi conclusive del libro. «Ed eccomi finalmente felice. Accanto ad un marito che mi adora, a cui rispondo con uguale amore, mi trovo nello stato in che Iddio pose la donna fin dalla settimana della Genesi». Del resto la domanda finale che la Caracciolo si pone risuonerà nelle menti di tante donne costrette nel chiostro: «Perché, compiendo gli offici di buona madre, di buona cittadina, perché pur io non potrò aspirare a’ tesori della Divina misericordia?»