accadde…oggi: nel 1875 nasce Harriet Quimby, di Sara Mostaccio

https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/a31736538/harriet-quimby-viaggi/

https://danielaedintorni.com/2018/01/24/donne-con-le-ali-di-luca-de-antonis-recensione-di-daniela-domenici/

Prima ancora di Amelia Earhart – che a lei si è ispirata – nei cieli volava Harriet Quimby, la prima aviatrice a ottenere la licenza di volo negli Stati Uniti, la prima donna a sorvolare la Manica, la prima a volare in notturna. E tanti record ancora avrebbe collezionato se la sua vita non si fosse interrotta troppo presto.

Sui primi anni di Harriet c’è molta incertezza. Quello che sappiamo di sicuro è poco. Nasce nel 1875, forse ad Arcadia, da William e Ursula Quimby. Vive i primi anni in Michigan in una fattoria a Coldwater e quando la famiglia si trasferisce in California Harriet scopre un mondo inaspettato: le donne vanno al college, recitano in teatro, si mantengono lavorando. È quello che farà anche lei. Altro che sposarsi e rinchiudersi in casa.

Giornalista a caccia di avventura

Per sé sceglie il giornalismo. Inizia a scrivere per il San Francisco Dramatic Review e l’edizione della domenica del San Francisco Chronicle. Al volgere del secolo la città è piena di sognatori ma Harriet vuole più di un sogno, cerca un destino. L’anno dopo si trasferisce nell’ancora più spumeggiante New York dove lavora come critica teatrale per il Leslie’s Illustrated Weekly, tra i giornali più in voga del periodo. Ci resta per 9 anni scrivendo quasi 300 pezzi.

Non scrive solo recensioni ma lavora anche come fotoreporter e scrive articoli di consigli per le donne. Su come trovare un lavoro, gestire i propri soldi, persino riparare da sole la propria auto. Segue gli eventi e prova ogni esperienza per raccontarla nei suoi articoli. Tra cui un giro in auto a 160 km/h nel 1906: la velocità e il senso di libertà che prova le danno un assaggio di quel che sta cercando.

Grazie al suo lavoro diventa indipendente, può viaggiare, comprarsi un’automobile e frequentare la vita mondana newyorchese. Ma ancora non ha trovato la quadra, è irrequieta, le manca qualcosa. L’incontro con il destino porta la data del 1910 quando il giornale le chiede di seguire la manifestazione aerea Belmont Air Meet a Elmont, New York, dove incontra i fratelli John e Mathilde Moisant. Lui è già un noto aviatore e si esibisce in volo. A Harriet non sembra così difficile volare e racconta i suoi amici che appare “piuttosto semplice. Credo di poterlo fare anche io, e lo farò.

Obiettivo: volare

Non è facile, però. La scuola dei fratelli Wright a Dayton non accetta donne – un controsenso visto che la sorella e il padre sostengono la causa delle suffragette. Harriet allora ricorre all’amicizia con Mathilde e si iscrive alla scuola di volo dei suoi fratelli. La frequenta nella primavera del 1911 e all’inizio partecipa ai corsi la mattina presto e si veste da uomo per evitare commenti degli altri allievi. Ma presto i giornali vengono a sapere che c’è una donna iscritta a una scuola di volo (e chissà che non sia stata proprio lei a fare la soffiata).

Entro Maggio Harriet ha convinto il suo editore a pagarle le lezioni in cambio di una cronaca puntuale per i lettori. Nessuna donna americana lo aveva fatto prima di lei, fa davvero notizia. Spiega alle donne com’è meglio abbigliarsi per salire a bordo ma si dilunga anche in descrizioni tecniche. I suoi lettori si appassionano e in redazione iniziano ad arrivare numerose lettere per la “ragazza uccello”, come la chiamano i fan.

Ha preso 33 lezioni su 4 mesi e totalizzato appena 4 ore e mezza di volo quando si sente pronta per tentare l’esame. Per superarlo deve essere in grado di atterrare nel raggio di 30 metri rispetto al punto da cui è partita. Al primo tentativo fallisce e l’istruttore la scoraggia dal ritentare ma il giorno dopo Harriet è di nuovo a bordo e questa volta atterra entro i limiti. L’1 agosto 1911 ottiene trionfante la sua licenza di volo. È la numero 37 ma la prima rilasciata a una donna americana e la seconda al mondo. La prima a ottenerla era stata la baronessa Raymonde de la Roche in Francia l’anno precedente.

La bambolina impavida

Subito inizia a esibirsi. La stampa la chiama China Doll e Dresden China Aviatrix per il suo aspetto così delicato e femminile che lei accentua facendosi fotografare mentre ritocca il trucco prima di volare e sfoggiando sempre i suoi gioielli. In particolare collana e bracciale a forma di zanna che considera i suoi portafortuna. Sembra una fragile bambolina di porcellana ma ha una determinazione d’acciaio.

Indossa una tuta di satin viola che si è fatta fare su misura: “in tutta New York non c’era una tuta che mi andasse bene”. Ha un cappuccio avvolgente per ripararsi dal vento e pantaloni a sbuffo che può infilare negli stivali di cuoio ma che, scesa dall’aereo, trasforma in una gonna. Completa l’outfit con occhiali da aviatore, guanti e una giacca di pelle. La sua tuta diventa talmente iconica che la Vin Fiz Company la scrittura come testimonial per la sua nuova soda all’uva.

I piloti più popolari all’epoca guadagnano fino a 1000 dollari a esibizione e i premi per i vincitori di una gara superano anche i 10.000 dollari. Harriet entra nel team Moisant International Aviators e si esibisce in giro per gli Stati Uniti. Il debutto è alla Richmond County Fair dove vola al chiaro di luna su Staten Island davanti a una folla di 20.000 spettatori e guadagna 1500 dollari in 7 minuti. Alla fine del 1911 vola anche su Mexico City insieme a Mathilde. Spesso si esibiscono insieme. Fanno scalpore due donne che volano e aprono la strada alle aviatrici del futuro.

Cresce in lei il desiderio di misurarsi con imprese che nessuna donna ha mai tentato. Pur non avendo mai aderito al movimento delle suffragette e non definendosi una femminista, Harriet intende dimostrare che può fare quel che fa anche un uomo: “Cerco nell’aviazione tutto quello che hanno fatto gli uomini: altitudine, velocità, resistenza e tutto il resto.” E se sorvolasse la Manica?

La trasvolata della Manica

Il primo a riuscirci, solo tre anni prima, era stato Louis Blériot. A Marzo Harriet salpa per l’Europa. Nel bagaglio ha tutta la sua determinazione, una lettera di presentazione per Blériot che le presterà l’aereo e l’intenzione di farsi sponsorizzare dal Daily Mirror in cambio della storia in esclusiva (sì, ci riesce).

Nel timore che qualcun’altra potesse soffiarle il primato ne parla solo a pochissimi amici fidati, nessuna pubblicità. Teme anche che possano provare a dissuaderla. Nell’Aprile 1912 è a Dover e si prerara a partire ma il maltempo ritarda il decollo. Il giorno giusto è il 16 Aprile. Si alza alle 3:30 del mattino e si dedica meticolosamente ai preparativi e a tutte le verifiche. Harriet non vola senza aver controllato ogni dettaglio, è molto attenta alla sicurezza.

Solo una persona prudente, uomo o donna che sia, dovrebbe volare… Non salgo mai a bordo se ogni cavo e ogni vite non sono stati controllati.” Ad aiutarla è l’aviatore britannico Gustav Hamel che poco prima del decollo, preoccupato per lei, le propone di guidare il velivolo al posto suo indossando la sua iconica tuta viola. Prima di raggiungere Calais avrebbero potuto atterrare altrove e scambiarsi di posto così il merito sarebbe stato di Harriet. Lei gli ride in faccia.

Alle 5:30 è pronta al decollo. Si sta levando il vento, bisogna sbrigarsi. Poco dopo la partenza si scontra con un fitto banco di nebbia. Il meteo sulla Manica è imprevedibile, anche nel più terso dei giorni può mutare da un momento all’altro. Harriet deve contare solo su una bussola incastrata tra le gambe su cui controllare la rotta sperando di non finire sul Mare del Nord. È la prima volta che la usa perché a quei tempi si naviga per lo più a vista ma la nebbia oscura ogni visuale, non ha alternativa.

Tenta la discesa, forse a quota più bassa la situazione migliora. Per un’ora vola alla cieca fidandosi solo della bussola e soffrendo terribilmente il freddo. Per fortuna ha ascoltato il consiglio di Hamel che all’ultimo momento le ha legato intorno alla vita una bottiglia di acqua calda. Quando inizia a temere di non avercela fatta, con il carburante che scende e nessuna costa in vista, le sembra di scorgere una spiaggia. Non il punto giusto ma atterra lo stesso. Si trova a circa 40 km da Calais, sulla spiaggia di Équihen-Plage. Sulle prime è totalmente sola, poi la gente nelle vicinanze inizia a radunarsi. Li sente parlare in francese di cui non conosce una sola parola ma capisce di avercela fatta.

Il viaggio è stato facile come stare seduta in poltrona a casa mia, non ho mai dubitato del mio successo.” L’impresa è compiuta, ed è straordinaria. Persino Amelia Earhart, anni dopo, dirà che richiedeva molto più coraggio attraversare la Manica che l’Atlantico viste le imprevedibili variazioni del tempo. Harriet scherza: “Non avete idea di quanto faccia bene alla mia pelle un bagno di rugiada.”

Sul momento per la gloria non c’è spazio, solo pochi giorni prima è affondato il Titanic e tutti i titoli dei giornali sono dedicati alla terribile tragedia. Viene però accolta come una star al ritorno negli Stati Uniti. Le dedicano anche un documentario, The Late Harriet Quimby’s Flight Across the English Channel. A Harriet avrebbe fatto piacere, per un po’ aveva anche sognato una carriera nel cinema lavorando per la casa di produzione Briograph Studios. Sua la firma sulla sceneggiatura di 5 film diretti da D.W. Griffith, in uno dei quali aveva avuto anche un piccolo ruolo come attrice.

L’ultimo volo

Il documentario esce l’anno dopo l’impresa sulla Manica ma è troppo tardi, il suo fato si compie qualche mese prima. L’1 Luglio 1912. Quel giorno è tra le ospiti più attese al Third Annual Boston Air Meet di Squantum nel Massachussets. Alla fine di una giornata inaugurale dedicata a interviste e fotografie propone un volo di prova a uno degli organizzatori dell’evento. William Willard e il figlio Charles si giocano il privilegio a testa o croce. È William a salire a bordo. Non tornerà.

Per motivi mai chiariti l’aereo precipita e sbalza fuori dall’abitacolo William e Harriet. Al tempo le cinture di sicurezza non sono ancora contemplate. Accade tutto in pochi istanti. Dopo un volo di 20 minuti e un giro sull’aerodromo Harriet dirige l’aereo verso la baia di Dorchester contro il cielo infuocato dal tramonto. È allora che avviene la tragedia. Harriet sembra perdere il controllo, William precipita nell’acqua e subito dopo lo segue anche lei. Cadono a meno di 100 metri dalla riva e 5000 persone con il fiato sospeso assistono al disastro. Per crudele ironia l’aereo non riporta alcun danno.

L’incidente è stato oggetto di mille teorie. Qualcuno ha accusato Harriet di essere stata poco prudente o di essersi spaventata alla prima difficoltà perdendo il controllo. Ma Harriet non era né inesperta né avventata. L’ipotesi più verosimile ha a che fare con l’instabilità del velivolo, ben nota e già causa di altri incidenti. Al tempo gli aerei non erano ancora capolavori di ingeneria, erano fatti di cavi, legno e tela. Si procedeva per tentativi, si imparava volando e si sbagliava morendo.

Poco prima di partire per l’evento fatale aveva consegnato la bozza di un articolo in cui spiegava perché credeva che l’aviazione fosse ideale per le donne. “Non c’è sport che offra la stessa quantità di eccitazione e divertimento a fronte di un minimo impegno muscolare. È più facile che camminare o guidare; più semplice del golf o del tennis… Volare è uno sport raffinato e dignitoso per le donne… e non c’è ragione di aver paura finché si fa attenzione.