accadde…oggi: nel 1974 muore Georgette Heyer, di Eleonora Chiavetta

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Diversamente da Agatha Christie che è celeberrima per i suoi romanzi gialli, ma scrisse sotto pseudonimo (Mary Westmacott) anche romanzi sentimentali, Georgette Heyer (1902-1974) è principalmente famosa come scrittrice di romanzi sentimental-avventurosi a sfondo storico, di solito ambientati durante il periodo della Reggenza (1811-1820), ma è anche autrice di alcuni detective novels , pubblicati sempre con il suo nome.

Unica figlia di George Heyer, professore alla King’s College School di Wimbledon, seguì parecchi seminari a Parigi e Londra e lezioni di storia al Westminster College. Sposatasi nel 1925, visse in Africa dal 1925 al 1928. A 17 anni per divertire il fratello convalescente, inventò la sua prima storia che, grazie all’incoraggiamento del padre, si trasformò nel romanzo avventuroso The Black Moth (1921). Inizia così la carriera letteraria di Georgette Heyer che, lodata per la sua arguzia e la capacità di riprodurre i periodi storici, criticata per le trame convenzionali e per avere scritto letteratura di “evasione”, si lega saldamente alla tradizione di romance femminili in cui centrale è la descrizione del rapporto tra uomini e donne, con un corollario di fantasie sessuali (Buck.:634). E’ tra gli anni ’30 e ’50 che Georgette si dedica invece alla scrittura di romanzi gialli spesso basati su problemi legali suggeritile dal marito avvocato. Heyer è autrice di sessanta romanzi di cui dodici a carattere poliziesco. Questa dozzina di romanzi gialli è meno nota dei romanzi sentimentali, ma contribuisce in modo interessante allo sviluppo del genre tra gli anni ’20 e ’30.

Già nel primo romanzo Footsteps in the Dark (1932) [ Passi nel buio , 1994] Heyer sceglie l’ambientazione che manterrà in tutti gli altri romanzi gialli. La classe sociale protagonista è l’alta borghesia inglese, dove i personaggi sono industriali, avvocati, proprietari terrieri, mentre le figure femminili sono quasi sempre mogli che non hanno bisogno di lavorare fuori casa (e che in casa godono di una servitù numerosa), oppure, se si tratta di protagoniste giovani, sono aspiranti attrici o artiste che concluderanno la loro carriera prima ancora di iniziarla, visto che alla fine del romanzo saranno chieste in sposa dall’eroe/investigatore di turno. Non mancano i pittori dilettanti o i commediografi tra i personaggi secondari maschili. Nel complesso – se si escludono i maggiordomi e le governanti che hanno il loro bel daffare andando dietro alle stramberie dei loro agiati padroni e i poliziotti sia locali sia di Scotland Yard che sono chiamati ad occuparsi dei vari casi misteriosi – nei romanzi di Georgette Heyer si conduce una vita abbastanza “oziosa”, priva di scosse e preoccupazioni profonde. Fine esperta delle convenzioni della società Regency alla moda – una società elegante dove il buon gusto e le buone maniere sono indispensabili – Heyer è altrettanto profonda e capace conoscitrice delle convenzioni e delle eccentricità della buona società inglese degli anni ’30, che ai nostri giorni appaiono affascinanti come quelle ottocentesche, entrambe molto distanti dalla frenetica e violenta quotidianità del nostro secolo. Questo suo talento la rende autrice di ottima letteratura d’evasione, se, come osserva Antonia Byatt, è questo che la letteratura d’evasione offre a chi la legge: la possibilità di fuggire dalle tensioni della propria vita, soddisfacendo un «desiderio universale che risale all’infanzia» di essere qualcun altro e vivere in qualche altra epoca, per qualche ora (Byatt: 234).

Al tempo stesso, l’insistenza sulla stessa classe sociale ribadisce il tradizionalismo di questi romanzi, che nonostante i profondi cambiamenti storici e sociali degli anni successivi alla I Guerra Mondiale, continuavano a proporre determinati valori sociali – valori sociali dati per scontati da Dorothy L. Sayers, Agatha Christie e Mary Roberts Rinehart e, secondo Julian Symons, dai loro epigoni quali appunto la nostra Heyer su suolo britannico e Mignon G. Eberhart su suolo americano. Nel loro caso i valori sociali presentati e ripresentati da queste autrici nella loro narrativa necessitavano che la soluzione degli enigmi venisse da parte di un detective, sia professionista che improvvisato. Mentre l’investigatore veniva vissuto come “fuori luogo” da altri autori più moderni che volevano unire lo studio dell’essere umano e dei suoi problemi con il divertimento popolare (Symons: 143).

E’ all’interno di questa apparentemente rosea location che si presenta il male, con l’assassinio di uno o più personaggi. Perché, a ben guardare, si può scoprire con facilità come, ad esempio in Death in the Stocks (1935) [ Il villaggio del silenzio , 2006], il ricchissimo industriale fosse in realtà odiato da molti familiari oppure scoprire che il Sir di turno fa pesare molto l’aiuto economico che dispensa ai parenti, come in The Unfinished Clue (1934) [ L’indizio incompleto , 1983]. Il nucleo familiare è, dunque, un cuore di segreti e di trame, laddove qualche eredità è di solito il motivo che spinge al delitto ed è proprio il riccone di cattivo carattere a venire ucciso. In questo mondo di benestanti, c’è sempre qualcuno che è più ricco degli altri e che può sganciare soldi – ai nipoti, per esempio, come in Envious Casca (1941) [ Delitto imperiale , 1984] – oppure diseredare. E il denaro è il movente principale e ricorrente dei delitti – denaro che si vuole ereditare, che si vuole che altri non ereditino, che non si vuole dividere con nessun altro, che si vuole continuare a falsificare senza problemi. Il denaro è corrompente – come quando compra l’amore di una ragazza che poi si uccide, scatenando la vendetta altrui (in A Blunt Instrument , 1938 [ Corpo contundente ,1978]), o di una ragazza che uccide, agendo la vendetta in prima persona, come accade in Death in the Stocks .

Ciò che colpisce sempre gli investigatori provenienti dall’esterno è il fatto che nessuno dei familiari del defunto si prenda la briga di mascherare i propri sentimenti di soddisfazione o indifferenza nei confronti dell’avvenuto decesso. Anche a costo di attirare sospetti su di sé. Chi è al di fuori della cerchia di questa classe sociale e delle sue regole, non può comprendere come i suoi membri si ritengano al di sopra delle formalità, ovvero abbiano codici di comportamento personali, basati in parte su una spartana sincerità e in maggior parte sulla convinzione dell’immunità cui si sentono legittimati. Impossibile per i nipoti ritenere che qualcuno li possa sospettare di omicidio per interesse: il denaro che liberalmente hanno sperperato non ha un valore così alto da giustificare lo spargimento di sangue. In realtà, molte volte si scopre che il delitto è stato compiuto da un membro estraneo al nucleo familiare o che, se alla famiglia legato, ha vissuto talmente tanto all’estero da potere essere considerato outsider .

Anche nel romanzo Why Shoot a Butler (1933) [ L’omicidio di Norton Manor , 2005], siamo di fronte ad un ambiente raffinato, dove il denaro sembra circolare senza che qualcuno lo debba guadagnare con il sudore della fronte o dell’intelletto, le partite a golf si susseguono a quelle a tennis o a picchetto, si gioca alle sciarade o a biliardo, e la padrona di casa è una lady che ammannisce prelibatezze culinarie dai nomi francesi. Anche qui ci si può prendere gioco degli altri con la sicurezza di chi ha sempre ragione, è rispettato, anche se a volte poco tollerato per dei modi sempre educatissimi, ma al tempo stesso sfottenti e al limite della presunzione. Del resto, così sono anche gli eroi dei romanzi sentimentali di Heyer e non sembra esserci soluzione di continuità fra gli eroi spadaccini dei suoi romanzi sentimentali e gli anti-eroi vestiti di panni moderni. L’omicidio è qualcosa che non può davvero disturbare il ritmo di vita di questo ambiente. E’ così che dell’uccisione del maggiordomo non si parla neanche perché «Sir Humphrey, sebbene fosse un giudice di pace, deprecava l’introduzione di simili argomenti tra le mura domestiche, e Lady Matthews aveva già quasi dimenticato tutto ciò che riguardava la faccenda» (Heyer 2005: 44).

Nella creazione dei dialoghi Heyer rivela un dono particolare che l’avvicina a Jane Austen, autrice da lei considerata un modello di scrittura. E’ attraverso i dialoghi che costruisce l’atmosfera, traccia la psicologia dei personaggi e, soprattutto, sviluppa la detection . Per questa ragione i gialli di Heyer sono stati definiti «conversation thrillers» (Zazo 1983:VII), un subgenre da lei creato e che è tipicamente inglese, se richiama sia le commedie raffinate scritte da Noël Coward in quegli stessi anni, sia i romanzi di Ivy Compton-Burnett. I dialoghi tra i personaggi e tra questi e il detective per mestiere, sono spesso frizzanti, un po’ sopra le righe, e il detective dilettante, amico della famiglia in cui il delitto ha avuto luogo, ha anche il compito di fare da interprete tra le due parti – mediatore che spiega agli uni come vada gestito il linguaggio e agli altri come questo non vada frainteso. E’ questo, in Death in the Stocks , il compito di Giles che deve liberare dai sospetti il fratello della sua amata, il quale invece fa di tutto per attirarseli addosso, come se il delitto fosse un gioco di società ed esserne incolpati una trovata divertente :

«Ricorda effettivamente qualcosa di ciò che ha fatto, signor Vereker, o sta solo propinandomi una recita imparata ad arte?

– Ma certo che mi ricordo – disse Kenneth, spazientito. – Non si può continuare a ripetere una storia senza ricordarsela. Ma lei vuole sapere se me la sono inventata? No, di certo! Me ne sarei studiata una di gran lunga migliore. Qualcosa con un certo stile. A dire il vero, io e mia sorella ne avevamo ideata una che era proprio una bellezza, ma abbiamo deciso di non usarla per via dello sforzo mentale che avrebbe comportato. Se ci si inventa una cosa, si finisce per dimenticare tutte le varie ramificazioni e implicazioni, e così ci si dà la zappa sui piedi.

– Mi fa piacere che se ne renda conto – disse Hannasyde in tono freddo» (Heyer 2006: 77).

Anche le fanciulle – eroine in imbarazzo, sospettate o bersaglio di ipotetici delitti – mostrano lo stesso carattere indipendente delle protagoniste dei romanzi Regency , e ugualmente cadono vittime del fascino dell’impudenza affiancata da intelligenza, prestanza fisica e ironia, oltre che dalla sicurezza economica dell’avvocato o ispettore che le difende dal pericolo. Il lieto fine matrimoniale è immancabile ed è importante quanto la soluzione del mistero con la cattura dell’assassino. Qualche volta, come in The Unfinished Clue (1934) [ L’indizio incompleto , 1983], è lo stesso detective di Scotland Yard a risolvere il caso e sposare l’eroina. E non sorprende perché anche l’investigatore ha le stesse caratteristiche seducenti/protettive/impudenti dei gentiluomini ottocenteschi.

I romanzi sono, di solito ambientati in case di campagna o a Londra. Se la casa è in campagna è spesso misteriosa, come in Footsteps in the Dark , dove la trama prende spunto proprio dall’eredità di un’abbazia con casa/convento. La casa diventa, allora, sinonimo di luogo misterioso, pieno di trabocchetti e visitato da fantasmi. Una dimora non ospitale, che spaventa la famiglia che è andata ad abitarvi, atterrisce la servitù che sente cigolii sinistri nel cuore della notte. L’essere poi la casa circondata dai boschi e da viottoli appena illuminati dalla luna rende anche più inquietante l’atmosfera del romanzo. I personaggi maschili sono spinti, allora, a investigare non soltanto per sciogliere il mistero che circonda la dimora, quanto proprio per diventare effettivi padroni del luogo in cui hanno deciso di vivere. Il compito non è facile e la ragione e l’osservazione, uniche armi di cui si servono, non essendo eroi forzuti, spesso non servono a granché: «La cantina era umida e freddissima, l’androne racchiuso tra muri di pietra grigia, con il soffitto a volta. Charles avanzava verso la zona sottostante la biblioteca.[…] Il corridoio sembrava seguire il muro perimetrale dell’edificio, ed era intersecato da altre corsie. Parevano un labirinto» (Heyer 1994: 49).

Anche in Why Shoot a Butler? l’ambientazione è in un’antica residenza di campagna, Greythorne, edificio che «risaliva agli inizi del diciottesimo secolo. Aveva una graziosa facciata in pietra e vecchi mattoni rossi e si ergeva in un piccolo parco nel quale il Nettle scorreva sotto incombenti salici. All’interno, la casa aveva le raffinate proporzioni del suo periodo» (Heyer 2005: 34). In contrasto con questo piacevole sfondo si erge, invece, un’altra casa cupa e misteriosa, anche questa frutto di un’eredità ingombrante. Il contrasto tra le due dimore – una in cui vivono i personaggi “buoni” e l’altra che invece dà origine ai delitti – viene espresso da una delle protagoniste che «era convinta che ogni casa avesse un’atmosfera particolare. A Greythorne, per esempio, c’erano solo contentezza e cordialità. Ma Norton Manor sorgeva su peccati e tragedie antichi. Quella casa era così misteriosa e tranquilla che appena varcata la soglia si veniva accolti da uno stato di depressione» (Ibidem: 79). Concetto espresso anche in altri romanzi, come in Envious Casca (romanzo che ripropone il tema della camera chiusa) in cui la protagonista esclama di odiare il maniero, «una imponente costruzione Tudor, considerevolmente ingrandita» (Heyer 1984:10), in cui si svolge la tradizionale riunione familiare natalizia, perché ha la sensazione che «qui ci sia il Male» e un altro invitato ribatte di essere «profondamente convinto dell’influenza che le passioni umane hanno sull’ambiente circostante» (Ibidem: 29).

Alle dimore nobiliari che occupano tanto spazio in questi romanzi e sono il centro della vita dei personaggi, il luogo che protegge e garantisce lo svolgimento della loro vita dorata e isolata, si oppone il mondo esterno, solitamente rappresentato dal pub come luogo sociale per eccellenza, luogo di incontro nel villaggio vicino in cui i vari detective improvvisati si trovano “costretti” ad andare, non tanto per bersi una pinta di birra in santa pace (anche se a volte accade), quanto per raccogliere informazioni dal mondo che si stende al di là delle mura delle loro case – il Blue Dragon di Why Shoot a Butler? dove il giovane Mark, fratello dell’eroina, beve e parla troppo, il Bell Inn di Footsteps in the Dark dove alloggiano e bivaccano i personaggi più misteriosi del romanzo, (e che poi si scoprirà essere strettamente collegato alle cantine della vecchia abbazia), il Leone Rosso di Detection Unlimited (1953) [ Doppio misto con la morte , 2002], l’ultimo romanzo giallo scritto da Heyer e giudicato «ottimo» da Alberto del Monte (1962: 187): è in questo pub che gli abitanti del villaggio esprimono le loro ipotesi sul delitto, cercando di aiutare (o fuorviare) l’ispettore capo Hemingway (uno dei due detective ufficiali creati da Georgette).

L’ultimo detective novel di Heyer dispiega una grande ironia non solo nella descrizione degli abitanti del villaggio con tutte le loro piccole manie, ma anche nei confronti dello stesso genere letterario, specialmente nei dialoghi tra i due ispettori di Scotland Yard che si becchettano a vicenda e riflettono a voce alta sugli indizi da seguire; ma soprattutto Heyer ironizza su un mondo dorato che dopo un’altra guerra mondiale continua, ancora, a rifugiarsi nei suoi riti e appare disarmante, ma ormai passé :

«La signora Haswell si interessava assai poco alla cosa, nutriva soltanto la vaga speranza che nessuno di sua conoscenza si rivelasse il colpevole. Era incline a pensare che il delitto fosse stato commesso da qualcuno di Bellingham [un paese vicino], ed era molto più in ansia per gli inquietanti sintomi improvvisamente manifestati da una delle sue piante più rare. Tuttavia, lei e la signorina Patterdale avevano stabilito che, per quanto sgradevole fosse per gente della loro generazione veder commettere un delitto in mezzo a loro, era una buona cosa per i ragazzi avere qualcosa di cui occuparsi: Thornden era un villaggio tanto tranquillo dove non c’era nulla da fare in quella stagione se non giocare a tennis. La signorina Patterdale era arrivata al punto di dire che, se il delitto doveva accadere, era felice che fosse accaduto durante la visita di Abby, poiché temeva davvero che Abby si annoiasse quando era sua ospite» (Heyer 2002: 81 sg.).