the dead, di Loredana De Vita

The Dead

In un racconto di James Joyce, The Dead, contenuto nella raccolta Dubliners l’autore con abilità fa riflettere sul significato della morte che non è solo la morte fisica. Attraverso la tecnica dell’epifania (la rivelazione improvvisa di qualcosa che non si ricordava e che grazie a un richiamo sensoriale torna conscio) J. Joyce usa il simbolismo della neve per rivelare al protagonista del racconto, Gabriel, due elementi essenziali e costitutivi della sua esistenza fino a quel momento. Il primo, è che il vero morto non è Michel Furey, amore adolescente di sua moglie Gretta che muore senza rispettare le precauzioni per la sua malattia e affronta il freddo gelido nel desiderio di poterla salutare prima che parta, poiché quel giovane morì per qualcosa che amava affrontando tutto ben consapevole dei rischi. No, il vero morto è proprio lui, Gabriel, incapace di prendere delle decisioni e di allontanarsi da tutto ciò che in cuor suo rifiuta. Il secondo elemento è il simbolo della neve che tutto copre, anche la rivelazione che Gabriel ha percepito circa la morte fisica e quella interiore. La neve copre e nasconde tutto. Passato il momento emotivo, quella neve non consente a Gabriel di trasformarsi, ma lo appiattisce nell’eterno silenzio che lo opprime dall’esterno come dall’interno.

Ebbene, questo racconto mi torna in mente come specchio del nostro atteggiamento verso la foto di quell’uomo morto in mare, abbandonato nella sua solitudine, con il volto verso un profondo che non può più osservare. La causa di una tale morte e di un tale abbandono? La ricerca di una possibilità di vivere. Perché, oltre qualsiasi retorica, soprattutto quella malvagia e disumana di una certa rozza e profittatrice politica, nessun uomo mette a rischio la propria vita in un viaggio notoriamente pericoloso se non per poter respirare la vita.

Mi sono chiesta, come Gabriel nel racconto di Joyce, chi è il vero morto. Non è forse terribile, più terribile e temibile, la morte interiore di coloro che restano a guardare o si servono dell’occasione per offendere, discriminare, deviare il pensiero dalla realtà? Tutto questo, perché? Perché nell’era in cui ogni confine è superato e sminuito dall’era digitale che consente relazioni in tutto il mondo, noi, poveri umani ciechi, continuiamo a lasciarci abbagliare dal miraggio della supremazia e da un orizzonte di falsi confini.

L’uomo morto in mare non è che uno dei tanti, la sua non è che una delle tante troppe foto che possiamo aggiungere al collage della nostra disumanità. Eppure, c’è di più. Vedete, anche se qualcuno cerca di farvi credere diversamente o prova a deformare il vostro pensiero libero, quei corpi non sono solo corpi, ognuno di quei corpi è una storia, un legame, più legami dimenticati e trascurati dal nostro io che si accontenta di mostrare immagini senza cuore, senza il nostro cuore.

L’immagine è una verità che va mostrata, certo, ma bisognerebbe osservarla bene, guardare oltre l’immagine, perché quella visibilità non sia segno apparente del nostro transitorio interesse e della nostra improvvisa emozione che presto si spegne per lasciar spazio al silenzio reale e alla continua e prolungata indifferenza. Quel corpo alla deriva, è lo specchio della nostra deriva. Se guardo bene della foto io vedo la nostra vergogna, la nostra umiliazione di personaggi non persone votati al vuoto precipizio dell’egoista nulla.

Non ci sia più neve a coprire la nostra vergogna, non più mare a dividere la vita dalla morte, non più sogni che si spengono senza speranza, non più emozioni che nascondono l’indifferente e conclamato nulla.