accadde…oggi: nel 2009 muore Rossana Ombres, di Sara Mostaccio

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È a Torino che nasce Rossana Ombres nel 1931 e la sua infanzia la trascorre a Casale Monferrato, paese d’origine dei genitori e sfondo preferito delle sue poesie. Sempre a Torino studia e si laurea ma presto si trasferisce a Roma, dove vive a lungo. Muore sola e dimenticata a Livorno, nella città del bisnonno, nell’agosto del 2009.

Alle origini della famiglia, con ascendenze calabresi ma anche ebraiche, è rimasta ancorata anche quando i vari spostamenti per l’Italia hanno reciso il legame con i suoi luoghi. Sempre presenti nella sua opera poetica e narrativa a cui affianca anche l’attività di giornalista e di critico letterario per La Stampa.

Con la poesia esordisce presto, a 25 anni pubblica la prima raccolta Orizzonte anche tu e pochi anni dopo esce Le Ciminiere di Casale. Le prime poesie mettono alla prova il linguaggio ma restano ancora legate al dato reale. Il paesaggio è quello piemontese, le storie ruotano quasi sempre intorno alle donne e lo stile si muove nell’orizzonte pavesiano: descrive la realtà, rifiuta la suggestione lirica.

Presto però la sperimentazione linguistica si fa più ardita e originale. Non rientra nelle atmosfere poetiche della sua epoca, è lontana dalle tendenze letterarie e rimane, com’è stata definita, “un’anacoreta della parola”. Come disse in un’intervista poco dopo la pubblicazione del penultimo romanzo:

“Non posso dire di avere maestri o modelli, e neppure compagni di strada, scrittori che sento vicini. Sono una scrittrice solitaria.”

A sperimentare inizia con L’iporesi di Agar del 1968 e prosegue con Bestiario d’Amore del 1974, la sua opera più famosa con la quale vince, prima donna in assoluto a conquistarlo, anche il premio Viareggio. I temi sono ancora il paesaggio piemontese, l’infanzia, le donne e le loro storie ma sui toni realistici prevalgono i simboli, le allucinazioni, un ritmo ipnotico e una tagliente ironia che non disdegna il grottesco e sconfina persino nel parodistico:

pulite devono essere le donne – l’infezione del mondo è avvolta in chiffon.

Le sue donne sperimentano l’inquietudine e vivono in un perenne caos, sia fisico che psichico, che le costringe a fare i conti i conti con la perdita dell’identità, le induce alla fuga nell’immaginario o le incatena a una dialettica perenne tra attrazione e repulsione nei confronti del sesso e del corpo fisico. Si ingabbiano da sole in ossessioni che spesso coinvolgono la verginità, altre volte la maternità mancata.

Oggi ora in questo momento il mondo mi vola addosso.

Non ho fatto, nei giorni passati,

che guardare paesaggi

lagune isole moriture colline tronfie ancora per poco

lunghe soporose arcate accudite da gechi e lumache:

morti arcaici animali premurosi di morte cose. Questo,

tutto questo

si vede quando già

il proprio sangue naviga lontano, doppia

nella tempesta il capo Horn

quando il rossore della carne

avvilisce nella grotta del vampiro, e il seme

della continuazione

appartiene a provette grafiche

sospese in un laboratorio sotterraneo.

Tanto spazio hanno sangue, sesso, secrezioni, gli odori dei corpi, la loro materia corrotta. L’elegia delle prime prove lascia il posto a un tono più drammatico che si fonda sulla dialetta tra vita e morte. La lingua diventa quasi tecnica, puramente funzionale. Il sesso non è più il peccato della religione cattolica ma qualcosa che appartiene alla sfera dell’igiene, fondamentalmente materiale e pure un po’ repellente:

Il sesso, vedilo come parola, è niente

una puzza casalinga come lo stufato la sedia

la schiuma del dentifricio

Ma non mancano l’inventiva fantastica (come quando dà vita agli scarabangeli, metà angeli e metà scarafaggi) né riferimenti biblici, mistici e talmudici ma quasi sempre demistificati perché è un’erudita, Rossana, ma il suo vasto retroterra culturale è sottoposto al vaglio di una coscienza contemporanea.

Misterioso ha il ventre e segna, appena toccato,

una fumosa stella:

il suo aspetto è raggiante

come quello degli Arcangeli che guardano

troppo dentro il mistero e diventano torce.

Con Bestiario conclude le sue pubblicazioni in versi. Continuerà a scrivere e non lascerà mai del tutto la lirica ma nel 1975, con il dramma teatrale Orfeo che amò Orfeo in versi e prosa, traccia una nuova direzione: inizia a spostarsi verso la narrativa. È una narrativa fortemente sperimentale che inizia già nel 1970 con Principessa Giacinta, premio Sila ex-aequo con Loris Bonomi. La motivazione del premio parlava chiaro: “traluce la ricerca linguistica del più agguerrito sperimentalismo italiano”.

I temi sono quelli di sempre ma la poetessa trova nella prosa un nuovo equilibrio tra sperimentazione linguistica, divagazione fantastica e precisione dell’architettura narrativa. Sette in tutto i suoi romanzi pubblicati. L’ultimo nel 1997, Baiadera; il precedente del 1993, Un dio coperto di rose, vince il premio Grinzare-Cavour.

Che sogno! Mutante, astuto, vaneggiato

Da sognarsi con la corsa in gola e le dita

Formicolanti terrore di tetti, di cieli

Inadatti a reggere, d’acque profonde.

Più che a un sogno amoroso somigliava

nel suo assetto d’attesa

all’embrione di un incubo.

Le storie ruotano ancora intorno alle donne che talvolta sono generici gruppi di “ragazze” mentre altre volte hanno nomi e identità precise e si chiamano Ruth, Rachele e Sara (come in Per una nuova sinagoga in cui più che altrove si sentono forti e concrete le radici semite).

Ci fu un soave momento

che armonie in scrutabili

condussero al magma appena modellato

i nomi degli Angeli Nuovi in circolata melodia:

sono questi

i suoni addormentati

che aspettano di levarsi

al passaggio del colibrì alfabetico.

Il mondo magico delle donne si contrappone a quello concreto dell’uomo, ciascuno caratterizzato anche da colori differenti: dal nero dell’uomo, del potere, al rosso delle mestruazioni di una donna al bianco della bambina. La dimensione dell’infanzia è molto presente e lo è anche la concretezza fisica, anzi proprio corporea o addirittura biologica.

C’è un fiore che fiorisce fuori stagione

e somiglia

per la sua conformazione

ad un asso di spade:

ha il colore di una lama e lancinante

è quel suo profumo di nemesi.

Ha un talamo debordante

che mugola di risentimento o d’amore,

gonfio e vivamente colorato

come l’impugnatura di un asso di spade.

I versi spesso ipermetrici raccontano le ossessioni e la loro forza dirompente che straripa anche fisicamente dalle parole pensate per descriverle e contenerle. Si affaccia sempre il dolore ma non si tenta di esorcizzarlo e ridurlo a dimensioni comprensibili, al contrario, come fa dire a un suo personaggio:

non vorrebbe che la lotta avesse fine

senza un segno senza una ferita.

Questa atmosfera carica di presenze, di ombre e di corpi, è più densa che mai in Bestiario, un canzoniere d’amore dai tratti surreali. Storie e personaggi hanno qualcosa di demoniaco e ferale e al centro dei componimenti c’è spesso il corpo delle donne, deformato dalla gravidanza oppure sterile, comunque rappresentato come atavico e carico di portata sessuale. Si mescolano in questi versi fiabe popolari, mistica ebraica, terminologia medica, la psicologia di Freud. E si impastano alla ricerca linguistica.

Tutto quello che dicevamo

era incomprensibile: di strane

accentuazioni, di levigate consonanti…

le nostre vocali sorgevano con un uncini e tagli

allacciati fieramente i dittonghi

nella preparazione di una danza rituale;

c’era un tripudio grammaticale ed anche

un piovoso rimpianto dei suoni accessi

delle sorgenti di luce della voce.

Poi

lentamente cominciò il delirio.

Un grosso ariete dal vello d’oro

cadde in mezzo alla stanza

si sentiva suono di campane

e un persistente odore di essenza di garofano:

dalla finestra ben si vedeva che piovevano rane

e che era apparsa una cometa screziata

di una porosità perfino ributtante:

come una chioccia la cometa gialla

si portava dietro

un manipolo di asteroidi riuniti a cicatrice…

Sogno e incubo, vita e morte, ragione e moti profondi e oscuri della psiche sono continuamente in tensione, l’uno cerca di sopraffare l’altro e si alternano in una danza che stordisce e crea un senso di straniamento. Così la poetessa interpreta i drammi del 900, la desolazione dell’anima, gli orrori a cui abbiamo assistito.

La terra cominciò a tremare così forte!

Caddero muri

con tutti i loro interni carichi e caldi

si chinarono gli alberi

a raccogliere le loro foglie.

Una fiamma percorse i fiumi con salti da delfino

e le bocche delle sorgenti,

gridarono ognuna la propria meraviglia!

Un furore del sottosuolo

creò

e immediatamente moltiplicò

forme dall’avvenenza slittante:

placodonti di crogiuolo, devotissime

iguane e granseole meticolose.

L’anima, trasecolata, produsse santi.