accadde…oggi: nel 1877 nasce Gemma de Gresti, di Patrizia Marchesoni

Durante la prima guerra mondiale vi fu un personaggio trentino che ebbe un ruolo non secondario nelle vicende umane e nel destino di molti dei soldati trentini arruolati nell’esercito austriaco che, mandati a combattere sul fronte orientale sui campi della Galizia e della Volinia, erano caduti prigionieri dell’esercito russo.

Parliamo della marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga, nata de Gresti, di San Leonardo di Borghetto d’Avio, la prima e principale artefice delle iniziative per rintracciare e far rimpatriare i trentini prigionieri in Russia durante la prima guerra mondiale.

Era figlia di Oddone de Gresti, nobile trentino residente dalla metà dell’800 nel Regno d’Italia e per molti anni diplomatico in Russia, e di Emilia de Asart, figlia del conte de Asart di Odessa.

Pur risiedendo in Italia, la famiglia de Gresti conservava in Trentino, a San Leonardo nei pressi di Borghetto d’Avio, una vasta tenuta dalla storia secolare, proprietà della famiglia dalla metà del ‘700. Qui Oddone, con la moglie e i figli, trascorreva molti periodi dell’anno per seguire l’amministrazione della tenuta, i vigneti, i boschi, la coltivazione dei bachi da seta, ma spinto anche dal profondo legame che la famiglia aveva con i luoghi e la gente di San Leonardo.

Nel 1893 Gemma de Gresti, aveva sposato Tullo Guerrieri Gonzaga, marchese di Montebello, ufficiale della Regia Marina Italiana, e da quel momento la sua vita si era svolta tra Torino, Roma e San Leonardo. Nel 1895 era nato il figlio Anselmo e nel 1901 era rimasta prematuramente vedova. Da quel momento e fino allo scoppio della Grande Guerra la marchesa si era dedicata principalmente al figlio e alla cura dei beni di famiglia compresa la tenuta trentina dove si recava frequentemente.

E fu proprio a San Leonardo che iniziò la sua opera a favore dei prigionieri trentini. Le stesse testimonianze della marchesa Gemma e del figlio Anselmo ci dicono che l’iniziativa prese l’avvio in occasione di uno dei periodi in cui la marchesa risiedeva a San Leonardo. Per aiutare una famiglia del posto, i Franchini, che da mesi non aveva più notizie dei figli, soldati dell’esercito austriaco, partiti per il fronte orientale allo scoppio della guerra ai primi d’agosto del 1914, la marchesa, che poteva giovarsi di parentele e amicizie in Russia grazie alla discendenza materna, promise di interessarsi del caso e riuscì in breve tempo a rintracciare Giovanni ed Eugenio Franchini in un campo di raccolta di prigionieri all’interno dell’Impero russo.

Sulla scia di questo successo cominciarono ad arrivare alla marchesa Gemma sempre più numerose le richieste di aiuto da parte di famiglie trentine che chiedevano notizie sulla sorte dei loro parenti in Russia: all’inizio soltanto dai dintorni di San Leonardo, e poi da tutto il Trentino, soprattutto dopo che i giornali “Il Risveglio tridentino” e “Il Trentino” pubblicarono alcuni articoli sull’iniziativa.

Gemma Guerrieri Gonzaga stabilì il centro operativo di questa sua nuova attività umanitaria a Torino, dove risiedeva abitualmente, e dove poté contare sulla collaborazione di Michele Kaminka, insegnate di russo alla Scuola di guerra di Torino, e di Casimiro Lazowsky, polacco, per la decifrazione e la redazione della corrispondenza. All’ufficio della marchesa arrivavano le lettere delle famiglie dei soldati che, indicando l’ultimo recapito conosciuto del loro congiunto, chiedevano di rintracciarlo e di far arrivare le lettere ai loro congiunti; e quando c’erano notizie o lettere dei prigionieri il lavoro doveva essere, viceversa, quello di far arrivare i messaggi ai familiari, a loro volta, e soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia, profughi nelle province interne dell’Austria in Italia.

Per far arrivare la posta in Russia la marchesa venne aiutata dal Consolato russo a Torino e spesso riuscì, sfruttando le proprie conoscenze, a servirsi di canali diplomatici. A Mosca la marchesa poteva contare sull’aiuto di un cugino materno, Joseph Randich, e di un antiquario trentino, Virgilio Ceccato, che da anni risiedeva in Russia e lì aveva fatto fortuna.

L’ufficio della marchesa nel primo anno di attività riuscì ad attivare e a mantenere la corrispondenza con 56 località non soltanto della Russia europea, ma anche in quella asiatica.

Tuttavia, pur con l’aiuto e la solidarietà di chi comprendeva l’importanza della sua opera, le difficoltà erano enormi: la dispersione dei prigionieri su un territorio sterminato che arrivava fino alla Siberia, la loro dislocazione non solo in campi di prigionia ma anche in fattorie dove lavoravano come contadini, le indicazioni imprecise, incomprensibili o errate degli indirizzi forniti dalle famiglie, la disorganizzazione delle poste e il regolamento militare russo, che prevedeva la consegna ai prigionieri soltanto di scritti letti e censurato da un capo militare e quindi tradotti in russo, tutto questo faceva sembrare a volte l’impresa quasi impossibile

Nonostante questi problemi si può tuttavia affermare che le autorità russe furono sempre ben disposte verso il problema dei prigionieri austriaci di nazionalità italiana. Era risaputo che già nell’autunno del 1914, lo Zar era intenzionato a liberarli e a mandarli tutti in Italia. Era invece il governo italiano che per ovvi motivi di opportunità politica – facendo ancora parte della Triplice Alleanza – non poteva accettare tale offerta.

Le autorità italiane in Russia per questo diedero alla marchesa un appoggio limitato e ufficioso.

La situazione in Russia divenne ancora più drammatica allo scoppio della guerra tra Austria e Italia, innanzi tutto per le maggiori difficoltà di far passare la corrispondenza da e per la Russia attraverso il fronte italiano e in secondo luogo per l’applicazione di una più severa censura postale in Trentino. Se fino ad allora la missione della marchesa era stata quella di aprire canali di comunicazione con i prigionieri e portare loro aiuto materiale, da quel momento il suo impegno si orientò diversamente e fu quello di convincere il Governo italiano della necessità di organizzare il trasferimento dalla Russia in Italia dei soldati trentini prigionieri che avessero chiesto la cittadinanza italiana.

E finalmente, nel 1916, il Governo italiano riuscì a organizzare una missione militare con l’incarico di radunare i prigionieri nel campo di Kirsanov e di organizzare il loro viaggio in Italia; in autunno nel campo erano stati concentrati circa 6.000 prigionieri trentini e adriatici che avevano dichiarato fedeltà all’Italia ed erano pronti per la partenza. Il 14 settembre partì il primo scaglione di 1.700 uomini che da Kirsanov, passando per Mosca, vennero trasferiti al porto di Arcangelo sul Mar Baltico e imbarcati su un piroscafo. Da qui, costeggiando la penisola scandinava e l’Inghilterra, arrivarono in Francia e proseguirono poi via terra fino a Torino. A questo primo contingente di ex prigionieri ne seguirono altri due rispettivamente di 1.700 e 1.600 uomini, mentre il previsto quarto scaglione non poté partire a causa dell’avanzare dell’inverno e dei ghiacci che impedivano la navigazione nel mare del Nord. La partenza di questi soldati fu possibile soltanto nell’estate del 1917 con un percorso più lungo e difficile. Quest’ultima spedizione – che prendeva l’avvio nel bel mezzo dello scoppio della rivoluzione bolscevica – era guidata dal maggiore Cosma Manera: a piccoli gruppi i soldati attraversarono la Siberia e arrivarono, dopo un viaggio di due mesi, a Vladivostok dove li aspettava la delusione di non poter imbarcarsi. Il loro percorso, allora, deviò verso la Manciuria e successivamente vennero dislocati a TienTsin e a Pechino. Di questi uomini (2.600 soldati e 57 ufficiali) una parte si imbarcò e arrivò in Italia con un lungo viaggio attraverso l’Oceano Pacifico fino a san Francisco e da qui a Genova; un’altra parte scelse di arruolarsi nei cosiddetti Battaglioni Neri entrando a far parte del Corpo di Spedizione italiano in Medio Oriente inviato dall’Italia a combattere contro i bolscevichi.

Per i soldati trentini già soldati dell’esercito austriaco, già prigionieri dei Russi e ora irredenti, il trattamento riservato al loro arrivo in Italia non fu dei migliori, nonostante gli sforzi della marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga che cercava di preparare un clima favorevole nell’opinione pubblica e nelle autorità. Ella riuscì a far assumere molti degli ex prigionieri alla FIAT e alla BREDA, ma molti vennero invece concentrati ancora nei campi se non come prigionieri comunque isolati per timore di una loro possibile simpatia per l’Austria o per il bolscevismo. Molti degli ex prigionieri scrivevano ancora alla marchesa, ancora dopo la fine della guerra, lamentando le difficoltà e i problemi dovuti al clima di sospetto nato intorno a loro.

Nel 1923, sempre per iniziativa della marchesa, venne costituita l’Associazione Reduci dalla Russia che aveva lo scopo non solo di riunire gli ex prigionieri, ma di continuare la ricerca di molti trentini dispersi in Russia e non ancora rintracciati.

Negli anni che seguirono la fine della Grande Guerra la marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga fu sempre attenta ai problemi della politica e della ricostruzione del Trentino Alto Adige, sostenendo la politica di distensione attuata dal Commissario civile per la Venezia Tridentina, Luigi Credaro.