accadde…oggi: nel 1994 muore Elena Croce, di Giulio Cattaneo

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Nata a Napoli il 3 febbraio 1915, Elena Croce, la prima di quattro sorelle, era stata seguita dal padre nelle sue letture da quando aveva sei anni. Benedetto Croce le sconsigliava con «delicatezza», ma «con fermezza», libri che «avrebbe apprezzato meglio più tardi» e lasciandole, all’età giusta, la libertà di «leggere tutto», «salvo i classici dell’arditezza», «non per ragioni morali, ma per una norma di discrezione».

Ma Elena andò avanti per conto suo, avendo una mente «disposta in altro modo da quella del padre», sia pur restando influenzata in qualche giudizio particolare come su Pascoli e Rilke e inserendo nella sua antologia, Poeti del Novecento, Francesco Gaeta, caro a Croce. Fra i suoi segni di indipendenza l’adesione al Partito d’Azione criticatissimo dal padre per passare poi al PRI.

Si era iscritta giovanissima alla facoltà di giurisprudenza laureandosi a vent’anni sui Parlamenti aragonesi. Si sposò nel 1937 con Raimondo Craveri, esperto di politica e di economia, ed ebbe due figli, oggi noti studiosi, Piero di storia contemporanea e di storia costituzionale e Benedetta di storia e di letteratura francese, soprattutto fra Sei e Settecento, quando splendeva la “civiltà della conversazione”.

Elena visse per qualche anno a Torino, ma sul finire della guerra ritornò a Napoli e dopo l’8 settembre, in un’Italia divisa in due, rimase separata dai figli presso i nonni paterni e dal marito che avrebbe partecipato molto attivamente alla Resistenza. Dalla villa del Tritone a Sorrento, data la situazione pericolosa per la presenza di fascisti e la vicinanza di reparti tedeschi, si trasferì a Capri con tutta la famiglia Croce. Prima che finisse la guerra Elena si stabilì a Roma: il suo salotto nei vari appartamenti dove abitò era frequentato da un insieme cosmopolita di studiosi, scrittori, artisti di ogni parte d’Europa e americani, da personaggi di alto prestigio e da giovani promettenti.

Fu importante per lei il rapporto con alcuni esuli spagnoli come Maria Zambrano, con la quale curò i Quaderni di pensiero e di poesie e Diego De Mesa e Juan Soriano. Di ritratti di amici sono gremiti i suoi libri e sempre Elena ha cercato l’amicizia aiutando chi poteva con impulso generoso. Nel suo salotto sfoggiava doti di padrona di casa disinvolta, amabile, anche se a momenti con segni fugaci di insofferenza e di fastidio.

La sua conversazione briosa, interrotta da risa acute e rapide, era sempre piacevole, divertente per una quantità di definizioni spiritose di personaggi vari, dei loro modi di parlare e dei loro tratti fisici. Superstiziosissima, eliminava le enciclopedie perché contenevano sicuramente nomi di iettatori e metteva su una cassapanca fuori della porta di casa libri di autori sospetti, a pile. Come aveva avuto per tutta la vita nel fisico agile ed elegante, un piglio giovanile, così esprimeva nei suoi saggi e racconti una qualità di fervore e di freschezza propria di una giovane.

Dal 1948 al 1955 diresse insieme al marito Lo spettatore italiano dividendosi i compiti tra letteratura e politica e da sola proseguì negli ultimi tre anni. Fra i suoi interessi dominanti era naturalmente la passione letteraria, infiammandosi ora per la letteratura tedesca, ora per la spagnola, ora per la polacca alimentata anche dai viaggi in Europa fino all’ultimo in Polonia, restando favorevolmente impressionata da una società povera ma austeramente dignitosa. Era arrivata alla letteratura italiana dopo varie esperienze di lingue e letterature straniere, ricordando di aver letto il Don Quijote prima dell’Orlando furioso, Goethe prima di Leopardi.

La sua produzione letteraria, con l’anticipo nel ‘51 di Poeti e scrittori dell’ultimo 700, si concentra essenzialmente fra l’inizio degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Ottanta, con qualche scritto più tardo (traduzioni, pagine diaristiche). Il periodo più ricco delle pubblicazioni si apre nel 1960 con Lo specchio della biografia (dello stesso anno è l’antologia Poeti del Novecento) e si chiude nel 1985 con Due città.

Si tratta di una quindicina di libri, senza contare molte traduzioni, le antologie, la biografia di Francesco De Sanctis in collaborazione con la sorella Alda. Queste opere si dividono in due gruppi: saggi di critica letteraria, biografie, memorie familiari e ambientali degli anni Venti e Trenta fra le quali spiccano i Ricordi familiari del 1962 con al centro la figura di Benedetto Croce nel ritratto più vivo che di lui si possa leggere. Altri libri Lo snobismo liberale del ‘64 e L’infanzia dorata del ‘66: una corsa attraverso il mondo dell’autrice fra infanzia, adolescenza, giovinezza fino alle soglie dell’età matura, l’esplorazione di una società aristocratico-alto borghese, dell’élite che si diceva liberale, ma in verità «romantico-decadente», «romantico-reazionaria», «un sistema di evasione dalla vita», «un mondo di sogni» nell’età del fascismo, senza rapporto con la realtà vera. In visita (1972) non comprende racconti veri e propri, ma perlustrazioni di città, di case, di alberghi, incontri, ritratti e ritrattini.

Ma fra le opere più singolari sono La patria napoletana del ‘74 e Due città dell’‘85. La patria napoletana, di andamento più narrativo che saggistico, derivata da un progetto per una biografia di Gaetano Filangieri, diventa un liberissimo «piccolo itinerario fra le memorie storiche napoletane».

A parte Silvio Spaventa, libro sobrio e severo, di spirito laico, puritano e di cultura ugualmente laica. Del ‘77 è Periplo italiano dove l’autrice affronta la letteratura italiana dei primi quattro secoli con approdi insoliti e predilezioni inconsuete. Resta fuori la Commedia di Dante mentre si parla della Vita nuova, indugi sul Novellino, su Morgante, l‘Orlando innamorato e il Baldus, assenti il Furioso e la Gerusalemme liberata anche se ricorrono i nomi di Ariosto e di Tasso.

Un libro basato sulla convinzione che l’Italia ha una letteratura antica, non una letteratura moderna per la sua negazione al romanzo, a differenza delle grandi letterature europee. La lunga lotta per l’ambiente del ‘79, altro interesse dominante della Croce, è la storia di un movimento per la difesa culturale del nostro paese fra analisi di pregiudizi e di luoghi comuni e in più una ricognizione di un’Italia rustica dalle sor prendenti bellezze quasi ignote.

Anche Il congedo del romanzo (1982) è un capitolo di una storia personalissima di predilezioni e di letture inusuali per una saggista italiana, alle prese col romanzo europeo di fine Ottocento, che si conclude senza segni di decadenza, splendidamente. Sempre convinta che la letteratura italiana si neghi al romanzo, la Croce annette tuttavia ai narratori europei del congedo (James, Conrad, Galdòs, Fontane) il Verga di Mastro don Gesualdo ed Edoardo Calandra della Bufera.

Questa rassegna sommaria si chiude con Due città (1985), una libera rievocazione con un confronto bellissimo fra i centri storici di Napoli e di Roma dopo impoverimento e defraudazione.

A questi libri Elena Croce non dava molto peso e, una volta usciti, ne parlava pochissimo, quasi incurante delle recensioni. Si risentiva invece per pregiudizi malevoli su Croce in tempi fortunatamente trascorsi, in cui sembrava ancora un merito dichiararsi anticrociani.

Si era indispettita leggendo in un articolo una battuta che la paragonava a Mariù Pascoli ripetendo a distanza di anni che allora era una giovane sposa e mai si era atteggiata a custode zelante ed esclusiva della memoria del padre col quale aveva avuto un rapporto bellissimo, tenero e rude nello stesso tempo.