i tempi cambiano, di Loredana De Vita

Times Change

Ora che tutto sembra un po’ più legato alla visibilità, fa quasi impressione esserci.
Una volta si usavano lunghe e accurate lettere scritte a mano, in brutta e bella copia, per raggiungere chi, da lontano, si voleva carezzare con le proprie parole. Poi, i tempi cambiano, la velocità prende il sopravvento sulla cura meticolosa e sulla capacità di saper attendere; l’ansia del postino che arriva e la speranza che consegni qualcosa per te si è dissolta nel suono meccanico di una mail o nella certezza della consegna di un pacco che hai acquistato “con le tue proprie mani” digitando un opzione o l’altra sullo schermo del tuo pc. Le lettere diventano mail, poi rapidi messaggi su whatsapp o indifferenti comunicazioni sviscerate in un tweet; lo stesso vale per le telefonate, prima utili per ripercorrere nella voce di chi si ascolta la memoria della vicinanza, ora sostituite da video chiamate che sembrano creare un clima di maggiore vicinanza, ma che, in realtà, spesso alimentano il clima di provvisiorio e di falso nel quale ci muoviamo credendo, però, di aver raggiunto il meglio che possiamo in fatto di comunicazione, “almeno ci vediamo”. Che vedersi è quello attraverso uno schermo con la telecamera talvolta sporca che ci fa apparire come immersi nella nebbia? Che vedersi è quello di chi sceglie uno schermo come sfondo per non essere colto nella propria casa? Che vedersi è quello che ti vede esposto allo sguardo di tanti che si sottraggono alla tua visione mentre parli e che con il loro nome stampato su fondo nero non consentono che tu colga almeno un minimo delle loro espressioni e della loro presenza? Sembra di trovarsi nel Tribunale degli assenti o, peggio, come sorvegliati speciali in un “panopticon” nel quale tu solo sia il sorvegliato speciale.
Non aborrisco queste forme di comunicazione in un periodo come questo di chiusura fisica, anzi, ma vorrei che tale costrizione rappresentasse una forma reale di comunicazione che, nei limiti del possibile, consenta la sincerità dello sguardo e la verità della parola. Siamo fortunati a poter adoperare questi strumenti che ci consentono, se usati propriamente e con sensibilità, di creare ponti e legami, ma c’è un’etica di fondo che li sottende nel loro impiego, non diversa dall’etica umana e civile che dovrebbe regolare ogni rapporto nel quotidiano. È questa etica che consente di impiegare gli strumenti di comunicazione in maniera consona e appropriata, leale e onesta; è questa etica che consente di interloquire conservando la verità della propria umanità. Quando si spegne lo schermo, le persone restano come resta in loro il segno e il sogno di ciò che si è detto e comunicato, non dovremmo dimenticarlo mai e fare sempre in modo che la nostra comunicazione sia coraggiosamente onesta anche in modalità che possono facilmente trarre in inganno.