alzate tutti/e le mani di fronte all’innocenza, di Loredana De Vita

Hands Up in front of Innocence – Writing Is Testifying

Attorno accadono molte cose, molte delle quali ci vengono taciute come a preservarci dal dolore, o, forse e più realmente, per evitare che si acquisisca consapevolezza. È così, il pensiero deve essere domato e addomesticato affinché non ci sia dissenso, affinché si cada nei luoghi comuni e quei brutti sogni non restino che brutti sogni. Sì, viene persino il dubbio che si stia sognando davvero, un incubo magari, ma pensi che ti risveglierai e che nei tuoi occhi si apriranno anche gli occhi di quei bambini che nel tuo sogno cadevano sotto i colpi dei mortai quanto di quelli dell’ignoranza e dell’odio. Un odio inutile, ma paradossalmente efficace come tutte le cose inutili alle quali abbiamo dato prevalenza nella nostra umanità… mancata, tradita, persa.

Non è un sogno, però, ed è più di un incubo quello che ti perseguita se cominci a guardare all’essenza e alla verità di quanto ti circonda e che spesso si costruisce sul dolore nascosto o non visto di coloro che sembrano strumenti della nostra felicità mentre non sono che la dimostrazione della nostra vergogna o, meglio , di ciò di cui dovremmo vergognarci. Così cominci a provare un dolore cupo che pervade ogni istante della notte e del giorno perché non hai rinunciato alla tua umanità, non l’hai resa anche tu inutile come hanno fatto troppi altri.

Vuoi rendere efficace la tua umanità. Hai quasi vergogna di gioire per i tuoi piccoli o grandi successi, hai quasi paura di credere che sia vero, hai quasi nostalgia del silenzio che fino a poco prima ti circondava perché la sola idea di stare andando avanti ti fa sentire il divario tra te e quelli che giacciono, inespressi, nel terreno macchiato di sangue di ogni confine e di ogni terra. Hai paura di essere felice non perché temi la fine della tua felicità, ma perché temi la distanza: la distanza tra quello che tu provi e quello che a troppi altri non è dato più di provare mentre tu te ne stai comodo sulla tua poltrona o sul tuo divano di pelle.

Ti interroghi, lo hai fatto finora e sai che il rischio del nostro tempo è l’abitudine e l’egoismo che mutano in indifferenza. La stanchezza pervade le tue membra e ogni fibra della tua mente. No, non per quello che hai conquistato, sarebbe stanchezza sana e legittima questa, ma temi la stanchezza per quello per cui non hai lottato e che è rimasto fuori da te mentre in troppi crollavano al suolo senza sapere né capire perché.

Tu i tuoi libri li scrivi e li compri, ma c’è chi li raccoglie tra le macerie. Questa è la distanza tra te e loro. Una distanza che ti mette al sicuro, certo, ma ti condanna anche al pensiero dei tanti occhi, lì sotto le case crollate, che avrebbero potuto leggerti,  alle tante orecchie che avrebbero potuto sentir parlare di te, alle tante labbra che avrebbero potuto pronunciare il tuo nome, alle tante mani che avrebbero potuto scriverti o scrivere e pensare meglio di te.

Questo è l’inferno. Sapere che tu andrai avanti, parlerai e scriverai, gioirai e gemerai, sognerai o avrai incubi, ma li avrai! Sarai comunque “fuori”, al sicuro mentre degli altri resta solo il lamento confuso, ormai, nel proliferare delle tue azioni quotidiane che cancellano il presente che non ti appartiene.

No, non è un eccesso di senso di colpa, so bene di non essere responsabile in prima persona di tante cose e di tanti silenzi, ho vissuto tante guerre da lontano senza averne responsabilità diretta. Eppure, le guerre continuano, un giorno mi sfioreranno ancora più da vicino. Sarà quello il tempo della mia responsabilità o lo è già ora? La mia responsabilità è nel non dovermi sentire “fuori”, estranea. La pace si costruisce dall’interno, dal piccolo e non sui massimi sistemi, si edifica sulla rinuncia e sulla condivisione.

Sono io responsabile? No, mi dico; eppure, siamo tutti colpevoli, tutti puniti (W. Shakespeare, Romeo and Juliet), perché? Perché quando si tratta di vita umana, ne siamo tutti parte, una parte. Perché? “risposta non c’è… ma forse chi lo sa… soffiata nel vento sarà…” recita la canzone Blowing in the Wind.

Il caldo vento del deserto e della solitudine ghiaccia i sensi e lo spirito. Non capite? Nessuno capisce che uccidere i bambini, di qualsiasi razza cultura religione popolo colore, significa uccidere l’umanità e il futuro il passato il presente? Questo non è un genocidio, è un “universicidio”, è dei bambini il colore della vita.

Sento che mi manca il respiro… Vorrei poter gridare al mondo: “alzate tutti le mani, da una parte e dall’altra della linea di difesa di ogni linea di difesa. Le mani servono ad accarezzare ad accogliere a lavorare non ad uccidere… è in questi momenti che vorrei essere un “potente della Terra”, ma non basterebbe, perché la pace non si può comandare… dal mio nulla, allora, io vi imploro:  “alzate tutti le mani e abbassate il capo dinanzi all’innocenza, please!”.