in cerca di senso, di Loredana De Vita

In Search of Sense – Writing Is Testifying

Ho sempre creduto e ribadisco l’importanza dell’ascolto in qualsiasi forma di comunicazione. L’ascolto aiuta ad entrare in dialogo e a comprendere veramente e nel profondo chi si sta rivelando a noi. Praticando l’ascolto come forma privilegiata nel mio dialogo con l’altro mi sono ritrovata spesso ad ascoltare anche cose vane, inutili, non perché non fossero di utilità per me, ma perché non lo fossero al dialogo e alla persona che quelle parole pronunciava. Così, sempre più spesso, mi sono ritrovata non solo ad ascoltare, ma a discernere il buon uso delle parole (non intendo dal punto di vista linguistico e grammaticale) dall’uso “a vuoto” delle stesse con il loro conseguente spreco. Non si tratta di giudizio, ma di evidenza: esistono molte persone che parlano senza dire niente non perché abbiano difficoltà di parola (talvolta, anzi, quelle sono le persone che sanno raccontare meglio la propria verità), ma perché proprio non hanno niente da dire. Nelle loro bocche le parole diventano un esercizio respiratorio, quante più parole riescono ad emettere ogni minuto tanto più il loro respira si allena a essere meno affannato. Si tratta, cioè, della differenza che esiste tra “parlare” e “parlarsi”: parlare ma non parlarsi è una pena che trafigge il cuore. Ascoltare, allora, diventa un esercizio di rispetto e pazienza, di speranza persino che in quel fiume senza controllo possa infine emergere qualcosa che sia vero e che abbia senso. Spesso, purtroppo, non accade. Le persone, tante, parlano ma non dicono niente. Parlano di tutto, sproloquiano di tutto, ma nulla nelle loro parole assume l’atteggiamento e il proponimento di qualcosa che abbia una direzione o che almeno la cerchi, di qualcuno che metta nelle parole un impegno di lealtà e una forma di responsabilità verso gli altri che ascoltano e con cui si dovrebbe entrare in dialogo. Ho pensato spesso, quando mi sono ritrovata in queste situazioni, che le persone che come me ascoltano sono un danno per le persone così logorroiche e superficiali che non amano la parola ma la abusano per dare forma ed espressione al proprio vuoto immaginando, così, di poterlo nascondere. Così, nel tentativo di aprire il dialogo in altro modo, mi è capitato di provare a non abbandonarmi alla noia e al fastidio, ma a diventare stimolo per sovvertire l’ordine routinario e ripetitivo che perseguitava me come ascoltatore e, speravo, anche il parlante. Purtroppo, non è andata sempre bene. Dinanzi alle persone che parlano per parlare, spesso una presa di posizione diventa una forma di distacco e di allontanamento. Questi chiacchieroni, spesso, semplicemente passano il testimone ad altro uditore e, talvolta, riprendono dal punto in cui sono state interrotte senza aver cura che il nuovo ascoltatore sia in grado di riconoscere a quale punto della narrazione ci si trova… in fondo, forse, non importa, poiché essi stessi hanno già sentito quelle parole e non una volta soltanto. Mi dispiace, molto, ma non si può restare ad ascoltare chi parla solo per farsi udire senza avere qualcosa da voler dire e da desiderare di scambiare con l’altro. Nel dialogo e nella comunicazione, chi ascolta e chi parla devono essere alla ricerca di un senso per poter comunicare, altrimenti, forse, c’è davvero poco da dire.