la vita di Olaudah Equiano, di Olaudah Equiano, recensione di Loredana De Vita

Olaudah Equiano: The Life of Olaudah Equiano – Writing Is Testifying

“The Life of Olaudah Equiano” (Dover Publications, 1999) è la storia vera di Equiano successivamente chiamato Gustavus Vassa l’Africano, dopo aver ricevuto tanti altri nomi a secondo di come “i padroni” sceglievano di chiamarlo. È una storia, come si può immaginare, dura, eppure, narrata con delicatezza come a proteggere se stesso dalle offese già subite nel tentativo di mitigarne la violenza.
Non è solo per questo che sarebbe necessario leggere questo libro e questa storia vera, ma anche perché essa è per il lettore un’opportunità per rileggere se stesso anche in relazione alla storia moderna delle migrazioni che per molti sono un peso, ma che, per me, evidenziano solo l’insipienza occidentale nel porsi difronte alle presunte nostre difficoltà.
Se si legge con distacco la storia di Olaudah Equiano, essa può persino sembrare l’avventura di un uomo che, preso tra mille e più affanni e difficoltà, trova la strada per la sua libertà riuscendo anche ad affrancarsi dal suo “padrone”. Leggiamolo meglio, però, e, soprattutto, con gli occhi liberati da noi stessi e dalla presunzione occidentale della propria superiorità rispetto agli Africani.
Ma davvero crediamo che il lieto fine di una storia possa determinarne il peso? Il lieto fine non cancella le ferite e le umiliazioni nella vita di chi le ha ingiustamente subite.
“The Life of Olaudah Equiano” (Dover Publications, 1999), è la storia di un ragazzo appena adolescente che viene strappato via alla sua casa, ai suoi affetti, alla sua Terra, ai suoi sapori e profumi, alla sua lingua, ai suoi giochi e ai suoi doveri per essere trapiantato in una realtà che non solo non gli appartiene ma di cui ha paura e ha ben motivo di averne trovandosi trattato con violenza, ingiustizia, come oggetto e possesso e non più come persona che, crescendo, avrebbe scelto secondo i costumi del suo popolo chi essere e che cosa fare.
Questa è la prima cosa che salta agli occhi: la violenza dello strappo dalla propria vita, uno strappo così profondo da far trovare Olaudah, come tutti gli esseri umani ridotti in schiavitù, nella condizione di non-essere.
Il ragazzo, infatti, non è più un giovane africano con tutta la vita davanti a sé, ma un oggetto che si vende al mercato, si tasta, si tocca, si viola come fosse una cosa o un animale. Non ha più una vita davanti a sé, ma una prigione, e, anche quando sarà liberato, la sua esistenza sarà sempre a rischio in quanto Africano.
Gli occidentali restano a guardare. Sono quelli che, hanno presunto per sé il diritto di stabilire i canoni di una superiorità culturale, ma hanno dimenticato fin da subito (la storia risale al 1700), che la cultura, quella vera, non ammette discriminazioni ma cresce sull’accoglienza e il confronto.
È stato per me inevitabile, leggendo questo interessantissimo libro, pensare alla situazione similare ma contraria nella quale ci troviamo oggi nei riguardi dei tanti migranti che si spostano in cerca di un sogno, un posto dignitoso in cui costruire la propria libertà. Noi siamo andati nelle loro terre come se ci apprtenessero, le abbiamo depredate considerandole nostre, li abbiamo giudicati inferiori e ora, ben tre secoli dopo, quando dovremmo solo fare ammenda e vergognarci per un atteggiamento coloniale di sopruso e possesso, non solo non accettiamo la libera circolazione delle culture e dei popoli, ma perseveriamo nella presunzione di superiorità che ci vuole sempre dalla parte dei più forti.
“The Life of Olaudah Equiano” (Dover Publications, 1999), diventa, allora, un grido di libertà e giustizia. Un urlo che tutti dovremmo ascoltare rivendicando non per noi soli ma per tutti il diritto alla libertà in quanto esseri umani, poiché la libertà nasce con ogni essere umano, come è così ben dichiarato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che impunemente e senza rispetto dimentichiamo.