human behind inhuman, di Loredana De Vita

Human Behind Inhuman – Writing Is Testifying

“Che sfida, trovare l’uomo dietro la maschera, l’umano dietro il disumano”, così scrive Ray Bradbury in uno dei suoi racconti in “l’Uomo illustrato”, una sfida che mi sembra di un’attualità stupefacente, come se le cose non fossero cambiate in meglio, anzi, da quando tale storia è stata scritta (1951).
Una visione pessimista? No, non credo. È la stessa immagine che anche altri grandi letterati del ‘900 hanno analizzato (Pirandello, T.S. Eliot, Svevo, Kafka, et aliter), ma che non smette di avere il suo fascino, un fascino quasi criminale, direi, nell’irresolutezza della problematica e nella difficoltà di scegliere se essere uomo o maschera nel quotidiano che ciascuno incontra.
Penso anche agli anni 1980, quando Ernesto Balducci parlava di rivelare l’Homo Editus per contrastare le facezie e malvagità dell’Homo Editus, l’uomo delle apparenze.
Insomma, un tema, quello di uomo e maschera, che trova ancora di più oggi un campo fertile di analisi, soprattutto perché nella società della visibilità nella quale abbiamo nascosto la vera essenza di noi stessi, l’intuizione stessa del nostro poter essere altro da ciò che fingiamo di essere neanche ci sfiora.
Quando si parla di migliorare la società in favore dell’umanità, spesso è una menzogna o solo una questione di principio, ma di quei principi senza fondamenta e, soprattutto, senza azione. Releghiamo sempre fuori di noi il cambiamento, dimenticando che il cambiamento si costruisce dall’interno, a partire da sé stessi. La nostra visibilità ci preoccupa più della nostra essenza e neanche ci occupiamo di quale sia la parte di noi che ostentiamo purché venga esibita.
Mi sovvengono le parole di un altro grande poeta e interprete della vita, Oscar Wilde che in uno dei suoi aforismi, doloroso e scettico, contenuto nel ” Il ritratto di Dorian Gray” (1890) scrive: «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about». Questa affermazione è stata spesso interpretata come un atteggiamento disfattista e al limite dell’esibizionismo da parte dell’autore, e tale appare a chi estrapola dal contesto del romanzo la frase, ignaro di quale dei protagonisti l’abbia pronunciata e, soprattutto, di quale sia la situazione capovolta della conclusione del romanzo.
Il senso di questa affermazione è talmente doloroso e contemporaneo che dovrebbe farci riflettere molto senza ironia verso l’autore, ma con grande consapevolezza e capacità di autodenuncia di quello che è uno degli atteggiamenti più diffusi del nostro tempo contemporaneo dove l’esposizione di sé raggiunge livelli di grandi menzogne e di squalifica oggettiva dell’umano che scompare, non visto, dietro la pomposa prosopopea dell’uomo moderno.
Ancora un esempio interessante è quello di Milan Kundera e la sua scelta di sottrarsi alla visibilità che opprime e fare una scelta di libertà nella sua scrittura come nella vita. Eppure, è proprio di persone così lungimiranti che abbiamo bisogno e il loro esempio è un esempio fulgido di determinazione e significati anche se la loro intuizione non riesce ad attecchire sulla massa distratta che continua a cercare fuori di sé un umano che ha soffocato nel nosense spicciolo della falsa notorietà cui ambisce.
Di che cosa ha davvero bisogno l’uomo per essere umano? Ha bisogno di smettere di cedere all’illusione della maschera e decidere di maturare sé stesso nella relazione di confronto e scambio con l’altro.
L’umano ha bisogno di dire la verità, di denunciare che l’apparire e l’essere devono coesistere in relazione di coerenza e non in flagrante menzogna, di accettare i propri limiti e su questi costruire una risposta positiva al tempo che ci è dato e che non merita di essere sprecato.
C’è un umano dietro il disumano, e di quello dobbiamo assumerci la responsabilità.