l’inverno del nostro scontento, di John Steinbeck, recensione di Loredana De Vita

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Ci sono romanzi ai quali si ritorna più e più volte per un bisogno di ritrovarvi sensazioni ed emozioni dimenticate o assopite; non si resta mai delusi, anzi, ogni nuova lettura è come se fosse la prima poiché vi si scoprono particolari nuovi, espressioni nuove che in precedenza erano passate in secondo piano o che erano rimaste indifferenti e che ora, invece, rappresentano una voce nuova nel panorama già ricchissimo dei significati amati e ricercati.
Non vi è dubbio che “L’inverno del nostro scontento” (Club degli Editori, 1961) di John Steinbeck è un romanzo così.
Alla nuova rilettura, ho lasciato che mi affascinasse lo stile, l’abilità introspettiva (che non è solo verso i personaggi, ma anche verso i lettori che sentono di poter prendere il posto di uno o dell’altro dei personaggi), e i riferimenti letterari in particolare al “Riccardo III” di W. Shakespeare (o, meglio, alla visione shakesperiana di un’epoca storica fondamentale per l’Inghilterra come la Guerra delle due rose che portò alla dinastia Tudor. Si sa che la storia non sia andata esattamente come descritta in quest’opera, più atta a giustificare l’accettazione di un re non facilmente accettato altrimenti).
Shakespeare vive la storia in senso universale, come monito ed esempio; ogni personaggio diventa emblema di una possibilità, verso la quale l’autore non esprime giudizio ma lascia che sia il lettore a comprendere le diverse sfaccettature dell’animo e delle motivazioni umane ponendolo nella stessa condizione del protagonista. È esattamente quello che fa Steinbeck in questo romanzo che, in chiave moderna, si ispira profondamente alla condizione umana, non storica, del Riccardo III di Shakespeare a partire dal titolo “L’inverno del nostro scontento”.
Il titolo del romanzo, infatti, richiama le stesse parole recitate da Riccardo III nella scena I acto I dell’opera shakesperiana: «Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York» (in italiano si perde l’effetto del gioco di parole sun/son per definire il principe di York). Questo Riccardo III è disposto a qualsiasi cosa per mantenere il potere, ma è anche lo stesso che al termine dell’opera, dinanzi all’inevitabile disfatta, pronuncerà la frase «Il mio regno per un cavallo» mostrando tutto l’egoismo di cui è capace, ma che non servirà a salvarlo dal suo destino.
Ecco, è questa la domanda che si pone Steinbeck, a che cosa si è disposti pur di avere un ruolo in società che solo la ricchezza sembra poter generare? È la domanda che si pone Ethan, protagonista del romanzo, è la domanda che lo porterà a tradire sé stesso e quello in cui crede, per rispondere alle insistenze del consumismo, i bagliori della ricchezza, le incriminazioni da parte della famiglia che lo ritiene un debole. Per rispondere a queste domande, per massificarsi ed essere uguale agli altri, Ethan perderà la sua essenza, i suoi valori, la sua credibilità, la fede in sé stesso e nella giustizia dell’uomo. Per rispondere al desiderio di ricchezza che non gli appartiene ma lo travolge per non deludere chi ama, Ethan perderà sé stesso. Ne sarà valsa la pena? Che cosa ancora sarà disposto a cedere di sé per diventare come vogliono gli altri? E questo nuovo sé stesso sarà qualcuno in cui lui possa riconoscersi e amarsi?
La narrazione, che passa spesso dalla III persona del narratore onnisciente alla I, più introspettiva, dello stesso Ethan, è un crescendo di colpi di scena che guida il lettore nel profondo della costante perdita di libertà del protagonista. Quando non aveva nente, aveva tutto, ora che ha tutto sente di non avere più niente, di aver tradito.
Una narrazione incalzante e drammatica il cui finale non va qui rivelato, ma una narrazione che impone a ciascun lettore le domande di cui sopra e, soprattutto, se sia valso la pena vivere costruendo “L’inverno del proprio scontento”.
Un romanzo appassionante, intrigante, un romanzo da leggere.