furore, di John Steinbeck, recensione di Loredana De Vita

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La via della speranza è costellata da tanto dolore e dalla capacità di sapersi rialzare nonostante le ferite, le offese, la violenza, lo sfruttamento, perché ciò che si ha nello sguardo è un mondo per cui vale la pena lottare, vivere e anche morire.
Questo, in sintesi, lo spirito del libro “Furore” di John Steinbeck (Bompiani, 2017). Vi si narra la storia della famiglia Joad, ma anche la storia di un’epoca, la storia di un’epopea che si svolse con la migrazione forzata verso la California, alla ricerca di un futuro dopo essere stati spodestati della propria terra, spogliati di tutto e costantemente a rischio di essere ammazzati.
Una storia che segue la nota Route 66 dall’Oklahoma fino alla California lungo un percorso meno romantico di quanto sia considerato oggi perché costellato di sofferenza, privazioni, dolori e sfruttamento nel tentativo di guadaganre anche un salario bassissimo pur di poter mangiare qualcosa. Proprio su questo contano gli sfruttatori, sulla fame. Più sono gli operai disposti a lasciarsi sfruttare, più i salari vengono dimezzati nella consapevolezza che qualcuno, ridotto allo stremo delle forze sia costretto e disposto ad accettare ogni vessazione.
Nel romanzo di Steinbeck ci troviamo di fronte a una narrazione composta dall’alternanza di capitoli che descrivono le vicende della famiglia Joad e altri che specificano la storia generale di quell’epoca di migrazione e spoliazione. Il lingaggio di Steinbeck è sempre diretto, forte incisivo, rispecchia perfettamente l’ambiente e le persone cui l’autore attinge così che ogni parola assume un significato universale e ha il sapore delle lacrime e della sopportazione.
Eppure, è proprio questo linguaggio che consente all’autore non solo di descrivere la realtà, ma anche di elevarla a emblema e modello di un mondo che finisce e di una speranza che può essere costruita anche sul dolore, ma, soprattutto, sulla necessità di restare insieme, prima le famiglie, poi i gruppi, poi le classi sociali, affinché nessuno sfruttamento sia possibile e venga perpetrato ai danni della popolazione prostrata e affranta dalla fame e dalla povertà.
Questa particolare visione comportò l’accusa di comunismo contro l’autore, mentre si tratta solo di un profondo senso di giustizia e umanità.
Così, in particolare, Tom Joad, figlio maggiore dei Joad che ritorna in famiglia dopo aver pagato in carcere la sua pena per aver assassinato un uomo, metterà a rischio la sua libertà per conservare l’unità della famiglia e, successivamente, si farà paladino dei diritti degli operai e dei raccoglitori di frutta e cotone, tentando di stabilire un legame di unità e coscienza e consapevolezza che non consenta ai padroni di dividere gli operai lasciando che si scannino tra loro per le briciole di un profitto reale che appartiene solo ai padroni. Molto bello è il dialogo tra Tom e sua madre quando le comunica la sua decisione di abbandonare la famiglia per tentare di unire i gruppi di operai contro le vessazioni e lo sfruttamento. Joad non sa se riuscirà nel suo intento, non sa se sopravviverà o se lo uccideranno, ma non ha paura, perchè sente che è quello il suo ruolo e che lui sarà ovunque accanto a ogni singolo uomo che lotta per i suoi diritti e la sua libertà.
Così, Casey, il predicatore, abbandonerà la predicazione spirituale per incentivare l’unione degli operai e l’importanza di una lotta di classe affinché tutti possano stare meglio. Sarà proprio Casey, infatti, a ispirare Joad nella determinazione della sua scelta e il suo coraggio sopravviverà nel coraggio di quanti avranno saputo compiere la stessa scelta.
Così Mà, la madre, si prenderà cura della sua famiglia e mostrerà forza tale non solo da sopportare il dolore della morte e della separazione che colpirà a più riprese la sua famiglia, ma a incoraggiare e a lottare per il futuro senza cedere, senza arrendersi, senza aver paura della sofferenza poiché ogni colpo subito diventa un’occasione per andare avanti e comprendere quale strada intraprendere.
Sarà lei, Mà, insieme a Tom, a dare una direzione alla famiglia lungo quella rotta verso un probabile nulla se non ci fosse il coraggio della resistenza e delle idee.
Di grande impatto anche la descrizione degli ambienti, il deserto, i campi di cotone, i frutteti, il camion, la tempesta e l’alluvione che sembrano fare parte della vita della famiglia Joad non come sfondi sul palcoscenico della loro esistenza, ma come protagonisti di una vita che si districa tra mille intrigati nodi per cercare il respiro della libertà di essere padroni di sé e del proprio futuro.
Il titolo, in inglese “The Grapes of Wrath” (L’uva dell’ira), si riferisce all’esperienza apocalittica della vita dei Joad quale simbolo di un’epoca e fa riferimento al Libro dell’Apocalisse (XIV, 20) in cui si legge “L’angelo lanciò la sua falce sula terra e vendemmiò la vigna della terra e gettò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio”.
Un romanzo bellissimo, lento, forse, come il dolore che lentamente si insinua e prevarica, ma anche come i nuovi fiori che sbocciano e che danno un significato anche al dolore, proprio come quelle gocce di latte materno che non è possibile donare al figlio morto ma che restituiscono il tepore della vita a un moribondo. Un’immagine durissima ma bellissima, audace ma tenerissima, poiché al bisogno dell’altro non si può rispondere con il rancore e l’egoismo, ma solo con il tepore di un amore materno che dà la vita e la custodisce.