accadde…oggi: nel 1908 nasce Dina Ferri, di Sara Mostaccio

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L’hanno chiamata “poetessa pastora” perché veniva dal mondo contadino e prima che di parole e versi si occupava del gregge. Dina Ferri ha avuto vita brevissima morendo a soli 22 anni e lasciando il suo canto incompiuto. Prima di scivolare nell’oblio però è diventata un caso nazionale.

Dina nasce ad Anqua di Radicondoli in provincia di Siena il 29 settembre 1908 nel podere di Prativigne. La sua è una famiglia di poveri contadini che si trasferisce pochi anni dopo a Ciciano, nel comune di Chiusdino. Il padre Santi è un mezzadro e un socialista, uomo intelligente e di mentalità aperta che per ragioni politiche subisce le prevaricazioni squadriste. In un’occasione viene sfrattato per motivi politici, in un’altra il suo podere è devastato dai fascisti e un parente manganellato.

Sin da piccolissima Dina viene mandata a badare al gregge di pecore e solo a 9 anni inizia a frequentare la scuola. Sbalordisce la maestra con uno straordinario talento per le parole. Dopo tre anni però deve mollare per tornare a fare la sua parte in famiglia che nel frattempo è cresciuta. Delusa per aver dovuto lasciare gli studi prende di nascosto lezioni da una vecchia compagna di classe e inizia a scrivere le impressioni che le suscita la natura mentre segue gli animali al pascolo. Di metrica non sa niente, ma le sue poesie hanno un ritmo che ricorda quello delle narrazioni orali e delle filastrocche. Scrive su un quaderno che ha sempre con sé e chiama il suo “quaderno del nulla” e ricama sognando il suo corredo di nozze.

Udivo nel piccolo fosso
sommesso gracchiare di rane

Quando un incidente con il trinciafieno le mozza tre dita deve dire addio sia al ricamo che a qualunque lavoro utile per la famiglia che per consolarla la rimanda a scuola. È il 1924 e ha già 15 anni ma pur di non rinunciare Dina percorre ogni giorno 10 km a piedi. La maestra Giuseppina Cairola fa notare il suo talento a un ispettore scolastico in visita – “Dina Ferri scrive meglio di me” – che si adopera per farle avere una borsa di studio e convince i genitori a farle continuare gli studi magistrali. Al sussidio necessario per mandarla a Siena pensano il letterato Aldo Lusini e il marchese Piero Misciattelli che nel 1926 hanno fondato la rivista culturale La Diana e si interessano ai suoi versi. Tra luglio e settembre dello stesso anno Dina è ospite della maestra a Siena per prepararsi agli esami di ammissione. Li supera e ottiene un posto in convitto.

Il 1927 è l’anno in cui Dina cambia vita. Con un sussidio annuo concesso dal Monte dei Paschi segue i corsi dell’Istituto Magistrale Santa Caterina di Siena e vive in collegio. A casa torna solo per Natale e in estate ma le tocca ancora occuparsi del gregge. In città invece, nonostante la vita in collegio sia rigidissima, scopre la bellezza dell’arte. Una sera assiste anche a un concerto di Arthur Rubinstein che le rapisce il cuore.

L’anno seguente Aldo Lusini sceglie 7 poesie da pubblicare sulla rivista La Diana insieme a una nota biografica. Dina diventa notissima, si moltiplicano gli articoli sulla “poetessa pastora”, se ne parla a Roma e a Firenze. Nel 1929 viene promossa alle classi superiori ma quello stesso autunno prende una brutta febbre. Un’epidemia di influenza si è diffusa a Chiusdino ma Dina non migliora e con l’arrivo dell’inverno è costretta a letto per mesi. Passa il tempo ad ascoltare il vento e guardare la pioggia, a scrivere sui suoi quaderni e a preoccuparsi per gli assalti squadristi che vogliono rimettere a posto quel vecchio socialista di suo padre. “Ma perché tanto male nel mondo?” si domanda. Solo a Febbraio viene portata finalmente all’Ospedale di Santa Maria della Scala, ricoverata nel “reparto delle donne povere”. Si scopre che la diagnosi era sbagliata: non un’influenza ma una tubercolosi intestinale con infiammazione del peritoneo. Dopo 4 mesi di sofferenze finalmente i medici decidono di operarla. Inutilmente. Lo stesso giorno, il 18 Giugno del 1930, la “bella Signora dall’abito nero” se la porta via.

Chiesi un giorno alle nubi lontane
quando l’ombra finisce quaggiù;
mi rispose vicino una voce,
una voce che disse: – Mai più!

Una settimana prima di morire sul quaderno che conserva sotto il cuscino ha annotato: “Quando l’ultimo raggio della canicola sarà impallidito, io dormirò sul ciglio del fossato”. Ha sentito parlare i medici e ha colto la parola peritonite, sa che non c’è più niente da fare. Ai genitori scrive: “sento di staccarmi a poco a poco da voi. Quante tempeste sono passate su di me!” L’anno dopo il Quaderno del nulla viene pubblicato da Treves e nel 1933 esce addirittura negli Stati Uniti in traduzione. Poi viene scordato per anni, decenni. Sarà ripubblicato solo nel 1999 da Il Leccio. L’oblio ricopre i suoi versi come i rovi il vecchio podere in cui è cresciuta. A curare la prima edizione del Quaderno è lo stesso marchese Piero Misciattelli che ha scorto il suo talento e ne è diventato il mecenate. Seleziona poesie e prose dai quaderni di Dina e li pubblica con il sottotitolo Frammenti dal diario lirico di una pastorella senese.

Nonostante il probabile intervento di Misciattelli in ottica irrimediabilmente fascista (per sostenere l’epica della povera contadina che si innalza con la poesia), dai suoi testi emergono tematiche ricorrenti: il paesaggio agreste, le narrazioni intorno al fuoco, le esplorazioni della natura, i ricordi del passato, la religiosità popolare.

Nell’introduzione il fascistissimo Misciattelli proietta sulla sua pupilla i sentimenti dominanti dell’epoca: “Dina Ferri amava grandemente l’Italia; ebbe fede nella sua vittoriosa ascesa; sentì il fremito superbo di riscossa della gioventù fascista; ammirò Benito Mussolini”. Di certo ne sarà stata imbevuta a scuola ma ha avuto anche un padre convinto socialista.

Emerge tuttavia un afflato poetico molto personale e moderno, anche se si sentono gli inevitabili echi pascoliani e qualche reminiscenza delle sue letture scolastiche. Dina leggeva i classici greci e latini e i russi contemporanei. I suoi libri, pochi, li lascia alla famiglia con la preghiera di prendersene cura: “curate ora e sempre i miei libri. Essi sono tutto per me.” L’angoscia esistenziale e la riflessione su vita e morte compaiono nella poesia Due novembre che paragona una campana a “un’eco di pianto” e nella lirica Vorrei che racconta l’inquietudine di fronte all’ignoto: “Vorrei fuggire nella notte nera.”

La sua vita si è risolta “in quattro pagine”: “è triste guardare nel passato e accorgerci che nessuna cosa buona rimane di noi. E allora perché siamo vissuti? Senza scopo… La mia vita fino ad oggi? È un libro di quattro pagine… Quaderno del nulla!”