Tornare a galla, di Margaret Atwood, recensione di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2021/10/10/tornare-a-galla-di-m-atwood/

“Tornare a galla” (Ponte alle Grazie, 2020) di Margaret Atwood è un romanzo che sin dalle prime battute si può amare e odiare contemporanenamente. Odiare, perché lo zigzagare dell’auto che riconduce la protagonista alla sua casa dell’infanzia su un’isola del Quebec lungo percorsi misteriosi e fragili, alla ricerca di un corpo, quello del padre, di cui non si ha più notizia, corrisponde allo zigzagare inquieto della protagonista nella sua stessa esistenza fragile. Appare come se la sparizione di un essere umano fosse cosa ovvia, come se la sparizione di questo uomo in particolare non avesse nulla da significare, tanto che la protagonista, una pittrice poi vignettista, tace agli amici e al suo compagno il motivo reale del ritorno alla sua casa, camuffato in una gita alla conquista dell’isola selvatica dove si vive senza acqua corrente né elettricità. Un simbolico ritorno alla natura che richiama il ritorno alla culla della propria esistenza.
Sono molte le cose taciute, il suo passato, il suo aver avuto un figlio poi affidato al marito, il suo non amore o incapacità di amare un uomo.
Eppure, è anche un libro da amare, perché, via via che la narrazione si dipana, il romanzo diventa molto intimo della psiche della protagonista, dei suoi vuoti e dei suoi pieni, del dolore, delle mancanze, della riplorevole solitudine in cui ha chiuso sé stessa senza riuscire a trovare un ricongiungimento tra il prima e il dopo, anzi, senza neanche riuscire a prospettare un dopo per sé, da cui la mancanza di sentimenti profondi, almeno apparente.
La protagonista appare come una donna ribelle, una donna fuori dal canone, una donna che nel ricongiungersi con la sua casa, nella pseudo ricerca di un padre di cui per caso verrà rinvenuto il corpo, scopre, che il suo viaggio di ritorno era, in realtà, un viaggio dentro sé stessa, alla ricerca di un completamento e un compimento della sua propria esistenza.
La narrazione in prima persona rende più evidente questa separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, tra la verità intima della sua ricerca di un posto nel mondo e la superficialità con cui il suo comagno di vita e quelli di viaggio restano fuori dal suo mondo interiore, dalla sua ricerca di sé, dal suo progressivo immedesimarsi nella natura dell’isola che diventa via via un oscuro male, un nemico da combattere, un araldo della metamorfosi.
Tutto ciò che ai suoi amici sembrerà un’avventura fuori dal comune nella natura selvaggia da usare e abusare a piacimento e fino alla noia, per lei diventerà l’apice del riconoscimento di sé e della sua verità. Se il progressivo inselvatichirsi, per i suoi compagni sarà un piacevole ma breve diversivo, per lei sarà un ritorno a sé stessa e, forse, la scoperta dei suoi sentimenti mai pronunciati, il coraggio di condividere con un altro essere umano la mutevolezza e fragilità della propria avventura e del proprio percorso nella vita.
In questo senso, l’assenza di un nome per la protagonista, fa immedesimare facilmete tutti i nomi nel suo essere e divenire.
Ritornare a galla, a respirare l’aria della superficie, sarà un dono possibile solo dopo aver percorso l’oscurità infida del proprio essere e malessere.
“Tornare a galla” (Ponte alle Grazie, 2021) di Margaret Atwood è un romanzo importante che narra delle voci che urlano in ciascuna persona senza essere spesso riconosciute.