la donna da mangiare, di Margaret Atwood, recensione di Loredana De Vita

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“La donna da mangiare” (Ponte alle Grazie, 2020) di Margaret Atwood è un romanzo che, trascinata anche dall’ironia suggerita dal titolo stesso, produce un senso di sazietà.
Sazietà perché è un romanzo scritto con cura, passione, intelligenza, idee chiare e nessun timore di rivelarle; sazietà perché è un romanzo che si gusta con piacere anche nelle fasi di rivelazione della verità e accade così proprio grazie all’ironia acuta e mai sopra le righe dell’autrice; sazietà perché è questo l’interrogativo che pone a ciascun lettore, uomo o donna, nella relazione con l’altro: Come uomo, che cosa cerco? Una donna da mangiare? Come donna, che cosa voglio essere? Una donna da mangiare?
Una torta, ma non si può rivelare altro, diventerà l’emblema della rivelazione e della scelta, una torta a forma di donna.
Con grande arguzia e in alcuni punti persino lentezza, una lentezza dovuta non alla pesantezza o al vuoto di senso, ma al preciso scopo di seguire passo dopo passo l’evoluzione dei personaggi e soprattutto della protagonista, Marian, la Atwood ci offre il quadro di una società medio borghese in cui tutto sembra seguire canoni prestabiliti, in cui dalla ricerca dell’indipendenza si cade (ma proprio si “cade” per l’improvvisa folgorazione dell’ovvietà dello scorrere degli eventi) a “fabbricare” un matrimonio che sembra parte della routine quotidiana.
Così, Marian, si ritrova improvvisamente preda del suo amante (fino a che punto innamorato?), Peter, che sembra spostarla e ricollocarla secondo un progetto di cui lei è parte solo subalterna. Marian, però, è tirata anche da un altro polo, Duncan, l’esatto opposto di Peter eppure allo stesso modo individualista. Se Peter, infatti, rappresenta per Marian un destino in cui ogni cosa è prestabilita e Duncan uno in cui mai nulla sarà chiaro, è anche vero che né l’uno né l’altro sono in grado di “vederla” e di accettare le sue scelte, ma, anzi, entrambi sono accomunati dal desiderio della propria stessa centralità e individualità.
Divisa tra Peter e Duncan, in realtà, Marian si scopre separata da sé stessa, come se fosse “cibo” con cui nutrire il corpo degli altri senza che ne rimanga energia per sé stessa. Il cibo, allora, diventa un quasi fantastico protagonista della narrazione. Marian comincia a rifiutarlo in tutte le sue molteplici rappresentazioni, non perché sia affetta da anoressia, ma perché quell’abbondanza di cibo che entra nella bocca degli altri, sembra essere parte del suo io che viene masticato e ingoiato senza che lei possa provarne né sazietà né soddisfazione né pienezza: la sua esistenza è, come quella del cibo, essere nutrimento per l’altro. Sarà possibile ribellarsi? Solo ritrovando la propria voce.
Un altro personaggio interessante è quello della sua compagna di appartamento, Ashley, il suo opposto che si diverte nella manifestazione del proprio corpo per trarre in inganno e ottenere vantaggi. Eppure, ci si chiede, è davvero questo il modo in cui una donna possa essere padrona del suo nome e della sua voce?
“Una donna da mangiare” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2020) è un romanzo che si rivela con intelligenza e che denuda delle sue spoglie effimere il modo di essere donna e di essere uomo.