figlio di nessuno, di Boris Pahor, recensione di Loredana De Vita

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Leggere “Figlio di nessuno” (Rizzoli, 2012) di Boris Pahor è stato per me come incontrare un amico antico che sia tornato a raccontare non solo la sua storia, ma la storia di un’epoca intera e che abbia saputo farlo con delicatezza nonostante le torture fisiche e interiori che la storia in sé e il narrarla deve avergli procurato.
Quello che mi ha colpito non è solo la Storia (intesa come epoca) di cui ho letto molto e continuerò a farlo, ma il quotidiano, perché la voce di Pahor ha il dono di trasmettere emozioni senza semplificarle e, soprattutto, di saper porre tante domande alla coscienza dell’individuo come a quella del gruppo.
Sono domande che non si fermano agli anni narrati (i regimi totalitari nazifascisti e titini, la questione slovena e Trieste e l’Italia intera), ma, come recita il sottotitolo si tratta di “un’autobiografia senza frontiere” e, aggiungerei, senza tempo.
È così che la Storia si decostruisce nelle tante storie dei sopravvissuti e di coloro che sono “stati fatti morti” poiché non è “naturale” morire in quelle condizioni e se è accaduto vuol dire che l’essere umano ha smarrito il senso della propria coscienza. Ahimé, un male che sembra oltremodo ripetibile.
Il quotidiano della vita di Pahor, diventa, allora, la traccia da percorrere per attraversare il dolore vivendolo, per scoprire la vita confrontandosi con la morte, per provare il terribile fremito si essere sopravvissuti mentre altri non ce l’hanno fatta e sentirsi anche confusi se non “colpevoli” dinanzi a questa grande verità.
Nella morte, dice Pahor, bisogna “inciampare” per imparare a dare significato alla vita, per essere in grado di ricostruire senza cancellare, ma anche senza perdere la speranza che la Storia possa effettivamente insegnare qualcosa.
Quello di Pahor è un bilancio sulla sua vita, sulle scelte, sulle avventure, sui limiti e i punti di forza di una vita in cui anche i momenti di crisi drammatica non hanno mai significato abbandonarsi e lasciarsi andare, ma trovare le risorse per dare valore e significato alla sua vita attraverso lo studio, l’amore, la ricerca, il dolore.
Un Ulisse solitario (dal titolo di uno dei capitoli dell’autobiografia) che non ha mai smesso di cercare di trovare la sua casa, la sua Itaca. Un Ulisse malinconico, forse, ma che attraversando il suo tempo lo ha impresso con il segno indelebile del senso da ricercare, una sorta di testamento da lasciare ai giovani affinché non si arrendano alla morte, ma da essa sappiano trovare la forza e il coraggio per ricostruire.
“Figlio di nessuno” (Rizzoli, 2012) di Boris Pahor, una voce, un segno.