accadde…oggi: nel 1993 muore Ludovica Koch, di Pietro Citati

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Siamo ingrati verso i traduttori. Nella cultura classica, ebraica e medioevale, essi avevano un luogo impareggiabile: Virgilio era un rifacitore di Omero; e i settantadue rabbini che, nel terzo secolo avanti Cristo, interpretarono in greco l’ Antico Testamento ebbero nella leggenda un ruolo quasi sacro. Oggi, li consideriamo dei semplici volgarizzatori. Non ci rendiamo conto che un vero traduttore vive sulla frontiera di due lingue. Quando scrive, mette in contatto il sistema della propria lingua con le immagini e lo stile di un grande poeta straniero. A quel contatto, invasa e quasi soggiogata da un vento di genialità sconosciuta, la seconda lingua si scuote: scopre in sé delle potenzialità sopite, degli svolgimenti che avrebbe potuto avere e che ancora sonnecchiano in lei. Così, nel passaggio da una lingua all’ altra, nascono degli effetti di grande sottigliezza; e Paul Valéry insinuava che la qualità di un vero traduttore “non era meno grande e rara” di quella di un poeta creatore. Ludovica Koch, che morì cinquantenne nel 1993, era il più straordinario traduttore italiano di poesia. Non inseguiva il sogno dei grandi lirici romantici, da Goethe a Holderlin: tentare l’ identità assoluta, un “calco”, creando una lingua a metà strada tra il greco e il tedesco, dove le immagini del poeta creatore rinascessero, intatte e folgoranti, nel linguaggio del nuovo poeta. Possedeva una versatilità e una capacità di metamorfosi quasi uniche: cambiava ogni volta stile e punto di vista: imparava, tentava, giungeva da una prova incerta a una prova perfetta, con una delicatezza e una trasparenza prodigiose.
Aveva tradotto l’ epos barbarico del Beowulf: quella lingua di mare, morte, spade, pugnali, tesori perduti: la liquidità mistica e frivola e il gioco di specchi del Divano di Goethe; e l’ ironica conversazione poetica di Byron. Poi cominciò a tradurre le Metamorfosi di Ovidio: quella mirabile costruzione caleidoscopica attraeva tutto ciò che vi era in lei di variegato; ed era giunta alla fine del quinto libro quando un aneurisma fece cadere la sua mano instancabile. Chi la conosceva, credeva di incontrare una specie di Pierrot lunare o di Ariele: tanto era candida, aerea, astratta; tanto camminava malvolentieri su una terra così piena di ingombranti oggetti reali. Aveva una curiosità infinita, leggera e quasi frivola: era attratta da tutte le cose diverse: non smetteva mai di venire affascinata e di meravigliarsi; e si trovava a casa in tutte le innumerevoli case della letteratura. Amava la poesia con una passione che ho di rado conosciuta così intensa: per ciò che è – parole – ; e per tutto ciò che accenna – spazi lontani, abissi, misteri, enigmi, mostri. In questa passione metteva ostinazione, tenacia, e quella volontà di portare sino all’ estemo le proprie esperienze, dalla quale soltanto nascono i veri talenti. L’ editore Donzelli ha appena pubblicato in volume la maggior parte dei suoi saggi letterari: Al di qua o al di là dell’ umano (a cura di G. Roscioni, pagg. XVI – 256, lire 38.000), ai quali auguro molti lettori. Questi saggi parlano degli Scaldi, di Poe, del Beowulf, di Byron, di Strindberg, di Goethe, della Lagerlof, di Manganelli e sopratutto di Kierkegaard. La mente di Ludovica Koch era divisa tra due poli. Il primo era la forma assoluta. Non c’ era nulla che la incantasse più delle kenning della poesia nordica: dove il cielo è l’ elmo del Ponente o dell’ Austro, e la terra il mare degli animali. Così, della poesia, specie in un primo periodo, non le interessava l’ aspetto conoscitivo o emotivo: ma, sopratutto, il fatto artigiano. Il poeta era un fabbro, un orefice, un cesellatore. E la poesia una spada, una corazza, uno scettro, una coppa, che rutilava d’ oro, e che bruciava in un rogo tutti i suoi contenuti. L’ altro polo era la dissoluzione della forma. Negli Stadi sul cammino della vita, Kierkegaard era esploso.
Come Pessoa, si era moltiplicato in moltissimi personaggi, sino a diventare un ventriloquo, un suggeritore di sé stesso, o di infinite figure che recitavano la sua parte, senza avere niente in comune con lui e tra loro. A quel punto, era esplosa anche la forma del libro.
Non esisteva più racconto né edificio – ma una serie di vestiboli o prefazioni, che si aprivano in sempre nuove prefazioni e vestiboli.
Tutto diventava un gioco sull’ orlo dell’ abisso: una vertigine che poteva condurre alla follia; e la Koch guardava con gioia e terrore nelle profondità di questo abisso. I primi saggi della raccolta sono stati eseguiti da una professoressa intelligente, un po’ troppo à la page. Ma, via via che traduceva, Ludovica Koch crebbe come scrittrice. Il testo sugli Stadi sul cammino della vita è uno dei pochi, bellissimi saggi italiani degli ultimi trent’ anni. Quale senso dell’ avventura intellettuale: la scoperta sembra realizzarsi via via che la Koch scrive; un’ eleganza sfumata, lieve ed ironica ci tiene sospesi tra il reale e il possibile.