there comes a time, di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2022/03/08/there-comes-a-time-3/

Il freddo fuori e il freddo dentro.
Desiderio di fuga e necessità di assentarsi da un quotidiano troppo lento e ripetitivo che non riesce a sposare la forma del mio essere.
Quanto tempo è passato da quando tutto è cominciato?
Sono mesi di certo, ma forse anche anni, poiché ogni cosa comincia ben prima che sia evidente.
Proprio come la risata o il primo pianto di un bambino che ha un prima nel ventre materno e un prima ancora nel congiungimento di una donna e un uomo che, per gioco o per amore, consapevoli o meno, accolgono ed esprimono il richiamo della vita alla vita.
Proprio come una guerra che, prima di essere scoppiata, segue l’empito folle e crescente di un qualsiasi stratega incapace di generare vita e incurante della morte che semina come fossero germogli di giustizia e di pace.
Non nasce giustizia dalla morte ingiusta né pace dalla violenza e dall’odio scatenati dal desiderio di potere e di possesso che vengono prima dell’odio stesso e della violenza che ne espone l’espressione.
Che cosa resta di tutto questo prima? Quale sorriso può mai germogliare dal fango in cui la vita umana è stata soffocata? Quale speranza può avere una terra dominata dai capricci del più forte? Quale forza è quella di colui che per sentirsi vivo ha bisogno di distruggere la vita e il suo significato?
Il tempo, allora, perde consistenza. Si smarrisce il suo ritmo e il passato torna presente mentre i volti scavati e affossati sono sempre nuovi perché non ne abbiamo più memoria.
Da tante parti del mondo il richiamo è alla vita e alla speranza, ma dalle stesse parti del mondo l’urlo che si sente schiamazzare ogni dove, squilibrato e osceno, non è un grido di speranza ma di paura e distruzione.
Giace forse nelle macerie lo spirito dell’uomo? La sabbia che lo compone deve forse essere intrisa del sangue del nemico di turno per renderci soddisfatti del nostro compimento? Uomini svuotati e privi di senso!
Voglio udire il canto delle donne e degli uomini che costruiscono speranza, voglio ascoltare le voci assordanti dei bambini che gridano a festa, voglio ascoltare dalle voci degli anziani il racconto di quelle memorie che non saranno, però, la voce del presente, voglio sentire nel cuore che la forza e il coraggio di quel MAI PIU’ dichiarato e ripetuto più volte in tante occasioni, sia la memoria e la serenità che scorre nel sangue dei miei figli (dei nostri figli) e dei figli dei loro figli; voglio che il mare si riempia di vita che grida la gioia e il cielo e la terra di voce innamorate; voglio costruire speranza e pace e voglio che sia qui e ora il tempo e lo spazio della mia dedizione.
Eppure, “Tutti i fiumi vanno al mare …e il mare non si riempie mai” (due titoli di libri di Elie Wiesel).
Mi guardo attorno e mi piego per il dolore. Ci sono solo macerie e la sofferenza rinnovata e accresciuta nel tempo per le macerie delle città distrutte e costrette a seppellire i propri morti come la propria storia, e per le macerie interiori di quegli uomini che sanno solo demolire e che non conoscono né riconoscono lo sguardo innamorato della vita che chiama ben prima che diventi preda del loro odio senza meta né rotta né idea né senso.

“There comes a time
when we heed a certain call
and the world must come
together as one
thera are people dying
oh it’s time to leand an hand
and the world
must come
together as one…”

We Are the World, una canzone cantata per l’Africa, un intento e un bisogno universali.