pappagalli verdi, di Gino Strada, recensione di Daniela Domenici

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Ci sono storie che non vogliamo conoscere ma esistono e se esistono è per l’indifferenza e il silenzio che avvolge le vite comode e distratte di chi resta sul ciglio della strada a guardare spesso senza vedere.
Non vi è dubbio che il libro di Gino Strada, “Pappagalli verdi” (Feltrinelli, 2000), sventri questo silenzio e faccia emergere tutto il taciuto sgominando l’indifferenza di ogni singola persona affinché si lasci travolgere, sconvolgere e coinvolgere dalla realtà.
Il libro non ha la presunzione di cambiare la vita del mondo, ma semplicemente di denunciare le storie nascoste e di farlo dall’interno, con semplicità e verità, non come un osservatore distratto o temporaneo, ma come uno che si rimbocca le maniche e con determinazione percorre una strada di aiuto nel quotidiano, ovunque questo aiuto necessiti, chiunque le vittime dei massacri di guerra.
Perché, sia chiaro, ed è chiaro dalla narrazione diretta e senza ordine cronologico né geografico, ogni guerra è un massacro e non ci sono né vinti né vincitori, solo sofferenti.
Non esistono “armi giocattolo”, ci dimostra nei fatti Gino Strada nel suo narrare delle situazioni in cui tanti bambini e adulti, ma soprattutto bambini, sono sottoposti a interventi chirurgici seri e spesso con poche speranze di sopravvivenza per le condizioni di vita, per le infezioni, perché anche procurare bendaggi e medicine diventa un’incognita quotidiana difficilmente risolvibile.
“Pappagalli verdi” è il modo in cui sono chiamate le mine di cui le terre in guerra sono cosparse, si chiamano così perché assomigliano a pappagallini verdi che agitano in continuazione le ali mentre il corpo, sodo, resta immobile. Queste mine attraggono i bambini che le scambiano per giocattoli, poichè quelle ali che vibrano sembrano richiamare a giochi fantastici possibili, ma quelle ali, invece, servono solo a ritardare il momento dello scoppio. Quando non si muovono più, l’esplosione frantuma l’oggetto ma soprattutto il corpo e la vita di chi l’ha raccolto o si è trovato nei paraggi.
Armi costruite per ingannare, mine seminate perché un piede incauto le faccia esplodere al primo movimento, nascoste, sepolte, mimetizzate per fare quanti più danni è possibile. È questo l’uomo? A questo si è ridotto per la sua fame e sete di potere?
Gino Strada catapulta il lettore nei luoghi di guerra e sembra voler mostrare quello che accade senza giudizio, ma ricordando a ciascuno il dovere della responsabilità.
Molto intensa la prefazione di Moni Ovadia che coglie l’essenza non solo del significato del testo, ma anche di quella che io credo sia l’uomo Gino Strada, non “sia stato”, poiché un uomo così lascia un’eredità pesante, difficile ma eterna proprio per il richiamo continuo alla verità e alla giustizia per gli uomini, tutti gli uomini.
Moni Ovadia, tra gli altri pensieri molto interessanti, scrive: “(…) i Gino Strada costruiscono l’umanità possibile del futuro, l’unica possibile”, è a questo che ogni essere umano dovrebbe ambire, non una umanità violata e negata, ma una coltivata e protetta.
“Pappagalli verdi” (Feltrinelli, 2000) di Gino Strada è un libro che appartiene alla Storia e alle storie di chi lascia che la sua vita e la sua esistenza abbiano un significato. Lo consiglio.