nè tigri nè gatte morte nè gattine, di Marta Ajò

Né tigri né gatte morte né gattine

Ci voleva la crisi di governo, lo spauracchio delle elezioni, la difficoltà di una campagna elettorale che si presenta fin d’ora come un duello all’ultimo sangue perché la politica rivalutasse le differenze di genere.

Beh non è la prima volta! La Resistenza, la Pandemia,il calo demografico. Tre temi ricorrenti e dei quali non si mette più in discussione il valore e la partecipazione.
Ma oggi un grande passo in avanti è stato fatto.
La forza, che spesso noi chiamiamo resilienza, l’acume, che è la nostra visione d’insieme, l’obiettivo, che se non l’avessimo avuto chiaro il mondo non si sarebbe riprodotto,  tutto racchiuso oggi in una sola immagine: “gli occhi della tigre” (mammifero carnivoro).

Alzi la mano chi non  ha mai sentito dire che le cucciolate non si toccano, salvo che la madre diventi una “tigre”, anche fosse una cagnetta bambaciona. Perché è noto che il genere femminile , predisposto da madre natura a riprodurre la specie non può consentirsi di essere debole e debba tirare fuori tutta la grinta, appunto, anche se non ce l’ha. Per difendere, per difendersi.

Potremmo confermare, e noi donne ce ne intendiamo, che al bisogno diventano aggressive anche le mamme roditori, le volatili ecc. o d’altra specie.
Ma la tigre femmina è un mito anche per l’uomo.
La sua regalità, la sua forza, il suo istinto di dominatrice, di cacciatrice.
Sono elementi caratteriali che la contraddistinguono e che contemporaneamente più l’assimilano al maschio, o meglio allo stereotipo del maschio “forte come una tigre”. In questo caso, si può anche cedere la supremazia e sposarne l’assimilazione.

Avrà mai pensato a tutto questo il segretario del PD quando ha istigato i suoi seguaci ad affrontare con “occhi di tigre” gli avversari nei prossimi mesi di confronto-scontro politico? Basterà quello sguardo a cancellare eventuali errori, promesse non mantenute,  perdita di identità, memoria offuscata, mancanza di una dirigenza “alta”?

Certo la tigre ha un difetto all’origine che è quello di appartenere alla famiglia delle “gatte morte” e delle “gattine”.
L’una, che nasconde intenzioni malevole sotto un’apparenza docile e ingenua. In particolare femmina che, allo scopo di sedurre, compiace  e ostenta il proprio bisogno di protezione.
L’altra, che si mostra inoffensiva, spingendo altri ad abbassare le proprie difese per approfittarne al momento opportuno.
Luogo comune vuole che questi comportamenti da feline di malaffare si siano identificati nel genere femminile  umano con un’accezione negativa nel suo rapporto con l’ altro sesso.

Però “lo sguardo di tigre” di questa campagna elettorale sarà un’altra cosa ancora.

Perché le gatte morte nella politica lo sono da un pezzo, le gattine trovano meno terreno a loro favore e lo sguardo di tigre non fa paura.
Gli argomenti su cui misurarsi e le modalità da usare dovranno confrontarsi con un Paese provato in cui le moine e i raggiri lasceranno lacerazioni o sconfitte.

E non solo tigri in campo, anche le gattine avranno modo di affilare gli artigli.