body positivity, bugia o traguardo? di Marta Ajò

 “Body positivity” bugia o traguardo?

La bugia danneggia tutti, a cominciare da chi la racconta, “al lupo al lupo”. Eppure questa modalità praticata da individui quasi in forma patologica o da chi mente per mestiere, trova  sempre un pubblico disposto a crederci.
Essa è di varie tipologie, di diversa entità.  Esistono le bugie a “fin di bene”, per una”buona” causa, per “giustificazione”, “per pietà” ma anche per “malafede”.
Sono, esse, lo strumento preferito da coloro che le diffondono sapendo benissimo di mentire , in modo strategico, pianificato, in una dinamica d’inganno generalizzato che nell’era della comunicazione veloce rischia di costruire dinamiche dalle quali chi vi entra non riesce ad uscirne indenne. Menzogna e verità si confondono tra vita reale e vita bugiarda i cui confini non sono sempre distinguibili.

La veicolazione di bugie, ovvero di una realtà altra, per come viaggia l’informazione generalizzata oggi,  può diventare tendenza, o trasformarsi in concetto, e può provocare danni a livello psicologico, sociale ed affettivo. Accade quando essa va a colmare un vuoto, un bisogno interiore che altrimenti non sarebbe soddisfatto.

Un fenomeno, che va ad interessare particolarmente le giovani donne, è quello dell’accettazione del sé come corpo. La comunicazione mediatica, in quanto veloce, immediata e virtuale, si rivolge più  all’apparenza che ai contenuti.
Il fenomeno delle influencer (non solo) ne è una dimostrazione.
Molte di esse hanno imparato ad usare lo schermo come trampolino di lancio delle loro performance da cui, nei migliore dei casi, sono riuscite ad imporsi all’attenzione prima che al mestiere. Altre vi accedono spinte dal desiderio di imitazione, ispirazione, scorciatoia a trovare percorsi di vita veloci e remunerativi come quelli che appaiono sul web. Senza rendersi conto che inseguendo una tendenza mediatica, senza una costruzione, la realtà spesso si rivela un’illusione.

Di questi ultimi giorni, anche in concomitanza con le vacanze, l’abbigliamento estivo, la prova costume, si parla, si scrive e si testimonia su social e media dell’importanza del “body positivity” opposto al più conosciuto “body shaming”.
La matrice è la stessa ma mentre il secondo denuncia come forma di bullismo perseguibile la derisione, i commenti offensivi “troppo grassa”, “troppo magra” o semplicemente perché quel corpo non corrisponde a parametri di tendenza (con grande sofferenza del soggetto colpito) il secondo si pone come una “filosofia comportamentale positiva” ispirata ad amare il corpo che si ha.

Non mancano gli esempi. Le industrie della moda raccogliendo questo disagio e per aumentare le proprie vendite, presentano nelle loro sfilate modelle “over” con un fisico si morbido e generoso ma avvolto da abiti fantastici, look impeccabili che solo loro possono indossare. Corpi comunque scolpiti, tonici e proporzionati.

Presentate in contesti pubblicitari che mentre vogliono dimostrare che qualcosa sta cambiando, dimostrano che lo si ritiene qualcosa di negativo.
Fenomeni “da baraccone” a cui si concede ruolo e diritto.

Certo che dopo essere state bombardate per decenni su quelli che sono stati definiti di volta in volta come canoni di riferimento una certa confusione è legittima.
Quali sarebbero gli standard accettabili per tutte, senza differenze di appartenenza etnica e razziale?   Esiste una canone di bellezza o solo stereotipi?   O fin dall’inizio essi sono stati partoriti dalla fantasia del maschio?
Il concetto stesso di bellezza deve rispondere necessariamente all’appagamento dello sguardo o deve contemplare quello dell’anima, del gesto, della morale?

Siamo consapevoli che la diffusione del digitale ha cambiato e cambia le percezioni del sentire e la socializzazione dell’immagine assume implicazioni nuove e diverse per la vita umana, specie nei soggetti più vulnerabili come gli adolescenti. Il cyber bullismo ne è la prova.

E per il corpo non c’è niente di peggio che affrontare l’estate.
Le spiagge si riempiono di persone che si godono le meritate vacanze. Eccezione fatta per chi essendo personaggio pubblico è esposto, o volentieri si espone, alla curiosità e al giudizio, per tutti gli altri è il momento del confronto.
Le riviste che si indirizzano ad un pubblico prevalentemente femminile, si barcamenano tra consigli per mantenersi in salute, suggerimenti per essere belle.

Siate orgogliose del vostro corpo è il messaggio.
Eppure nessuna donna, neanche una Nobel, è felice dei propri difetti. Ci si convive, ma questa è un’altra cosa. Perché dovremmo mentire a noi stesse?

Una fatica essere donne. Un sogno essere belle. Un privilegio per poche.
Ciononostante aderiamo alla body positività, non per trarre consolazione ma consapevoli che il corpo non è tutto e che tutto non si può avere.
Anche questo mito della bellezza a tutti i costi troverà la sua fine perché altre sono le questioni da affrontare e anche se il percorso delle donne è stato cosparso di mine, sapremo disinnescare anche questa.