la ferrovia sotterranea, di Colson Whitehead, recensione di Loredana De Vita

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Il romanzo di Colson Whitehead “La ferrovia sotterranea” (Sur, 2017), ha ricevuto numerosi premi (Premio Pulitzer, il National Book Award , il Premio Arthur C. Clarke e la Medaglia Andrew Carnegie per l’eccellenza nella narrativa), tutti ampiamente meritati sia per lo stile dell’autore che per la storia in sé. Da questo romanzo è stata tratta anche una serie televisiva.
L’ambientazione del romanzo è l’America della metà Ottocento turbata e sconvolta dalla violenza della schiavitù e dalle reti di abolizionisti che a rischio della vita aiutavano i fuggiaschi cercando di inserirli in una società non soggiogata dalla discriminazione per il colore della pelle (non amo usare il termine “razza” in quanto siamo tutti parte di un’unica razza, quella umana).
Colson Whitehead, con maestria e padronanza del potere del linguaggio, racconta delle violenze, delle torture, dello sfruttamento e dell’oltraggio verso un popolo, quello africano, ridotto in schiavitù per volontà dei bianchi, di quegli stessi colonizzatori che hanno perpetrato gli stessi crimini sui nativi americani quando si insediarono in quella che chiamiamo America.
È molto interessante, nel romanzo, questa riflessione continua della violenza esercitata per praticare il potere contro ogni diritto sociale e umano a partire dalla colonizzazione, passando per lo schiavismo, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui una mentalità non sembra essere cambiata.
La storia ruota attorno a Cora, protagonista assoluta del romanzo, che rappresenta non solo la paura per le violenze subite, ma anche il coraggio di avere un’idea di libertà da costruire. Cora, all’inizio ribelle e solitaria, sofferente per la solitudine e quello che crede essere stato l’abbandono di sua madre, Mabel, mentre intraprende il suo percorso di fuga e liberazione, comincia a trovare la sua voce come nera e come donna, assapora il profumo della libertà che più volte le viene sottratto, ma non rinuncia a cercarla ancora.
Suo antagonsita, oltre il proprietario Randall, è Ridgeway, il cacciatore di schiavi. Un uomo insoddisfatto, che avrebbe avuto la possibilità di trovare il suo “spirito” (come il padre, uomo buono e giusto, gli suggeriva), ma, incapace di farlo si dedica alla ricerca di una ricchezza effimera che può conquistare facilmente grazie alla sua capacità di ritrovare gli schiavi fuggiaschi e ricondurli ai loro padroni. Paradossale, quasi una figura apparentemente catartica, è Homer, il ragazzo che lo accompagna. È un ragazzo nero, infatti che Ridgeway compra e poi libera, ma il ragazzo diventerà la sua ombra, il suo unico compagno, l’unico che si lega a lui nonostante la differenza del colore della pelle e che lo aiuterà fino all’ultimo respiro senza tradirlo mai. Sembra quasi un’involuzione dei legami. L’odio di Ridgeway si trasferisce a Homer che, pur libero, resta schiavo della volontà del suo padrone e lo aiuta a catturare i fuggiaschi.
Molti altri sono i personaggi nel romanzo, Caesar, Royal, Lucy e molti altri ancora. Alcuni sono compagni di sventura come Caesar e Royal, altri, come Lucy, fanno parte di una cultura bianca che crede di superare la discriminazione in un’apparente convivenza civile, mentre, difatti, operano per la distruzione della comunità nera (sterilizzazione delle donne, eliminazione dei malati fisici o mentali, cancellazione della cultura originaria di cui già pochi sono i frammenti sopravvissuti poiché molti dei giovani neri sono nati nelle piantagioni).
Un personaggio, non umano in realtà, ma più umano degli umani, probabilmente, è questa ferrovia sotterranea, immaginata dall’autore come una struttura reale, ma che è la metafora della rete di abolizionisti che operavano a favore della liberazione degli schiavi. La ferrovia sotterranea, nasconde, metaforicamente, una rete di possibilità di libertà, ma deve essere nascosta, non visibile per non essere distrutta. Sembra quasi di sentire, nello sferragliare del treno sulle rotaie, la voce di tutti coloro che ce l’hanno fatta, ma anche le lacrime rimaste nel buio della morte di coloro che non ce l’hanno fatta.
“La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead è un romanzo che unisce la storia alla fantasia, ma forse, proprio per questo, alimenta la percezione di una schiavitù moderna cui si è ancora soggiogati nella discriminazione tra bianchi e neri in America quanto nel resto del mondo. Quando Cora, parlando con Giorgina, insegnante della piantagione libera in Indiana, si riferisce agli scolari li chiama “negri”, ma Giorgina, forte del suo spirito di libertà conquistata, la corregge e dice “qui li chiamiamo bambini”. Questa è l’essenza, non si può smettere di essere neri o bianchi, ma si deve smettere di essere e di essere considerati subalterni, sottomessi. Non siamo neri e bianchi, siamo persone.
Consiglio la lettura di questo romanzo che è molto scorrevole e che, grazie al frequente uso di flash back, non lascia sospesa la storia di nessuno dei personaggi citati, poiché non sono solo nomi ma vite e ogni vita merita di essere raccontata.