tragedies, di Loredana De Vita

Talvolta le tragedie, soprattutto quelle naturali ma non solo, sembrano riportare tutti con i piedi per terra nella lucidità dell’essenziale.
Peccato che l’effetto duri poco, che si cerchi solo di attraversare indenni il pericolo corso senza rispondere e ovviare al vuoto persistente con modalità che ristrutturino le fondamenta di ciò che ha senso, di ciò che ha significato.
Così, quel precipitare nella realtà è momentaneo e transitorio, quello che ricomincia dopo è la solita storia di giochi di potere che, invece di riannodare le radici del senso, le destrutturano e frammentano.
Come dire, passata la paura, è tutta un’altra storia o, meglio, ci si sente nel circolo virtuoso dei salvati svelando la totale incuria verso coloro che dalle macerie (fisiche o psicologiche) sono rimasti schiacciati.
È la storia di sempre, la tragica storia di sempre! Basta la sensazione di bene-stare per sentirsi liberati dalla responsabilità del ben-essere, incoscienti (spesso volutamente) che nessun bene-stare potrà mai rispondere alle esigenze del ben-essere né assolvere a qualsiai ruolo in condizione individuale, poiché bene-stare da soli è un controsenso, è l’annientamento del ben-essere, di sicuro, ma è anche la negazione di sé poiché non si può stare bene da soli, anche se si nega questa semplice verità soprattutto a sé stessi. Per quanto autosufficiente, difatti, nessuno può fare a meno dell’altro.
C’è un cieco abbandono di significati nella pervicace persistenza dello scegliere solo la propria come voce da ascoltare. Se non si entra in relazione con l’altro, quale mai potrà essere la nostra vera voce?
La propria voce, infatti, si compie grazie e attraverso la voce degli altri, nella propria voce c’è il suono e la memoria delle voci accolte e vi restano anche i vuoti delle voci abbandonate, inespresse e inascoltate.
Ciascuno rappresenta la propria voce, certo, ma ciascuna voce, per essere riconosciuta tale, ha bisogno di incontrare la voce degli altri.
La negazione della voce dell’altro mi fa paura poiché significa negare la vita in sé, la nostra e la vita di coloro che rifiutiamo di ascoltare, che dimentichiamo, che cancelliamo dal nostro sguardo, che annulliamo dal nostro pensiero.
La vera tragedia è veder cancellare la propria voce e spegnere il tumulto della propria libertà in fieri. La vera tragedia è non voler condividere l’unicum di ciascuno e del mondo.
Essere unici, cioè, non vuol dire credere solo in sé stessi, ma affidare le proprie certezze e i dubbi, i punti di forza e le fragilità, i limiti e gli orizzonti alla cura e alla bellezza di uno sguardo che nell’accogliere condivide.