sono Coniglio, partigiano, di Elisabetta Violani, Echos edizioni 2021, recensione di Daniela Domenici

La scrittrice e biologa genovese Elisabetta Violani è stata, per chi scrive, una splendida scoperta; con il suo “Sono Coniglio, partigiano” mi ha affascinato, avvinto e commosso per vari motivi.

In primis per lo straordinario stile narrativo che Bruno Morchio così descrive nella sua introduzione e che mi trova pienamente concorde “la forza del racconto che non ha nulla di epico è imperniata su due elementi: da un lato la cruda, quasi ossessiva concentrazione sulla dimensione fisica della sopravvivenza, la fame, la sete, la fatica, il freddo, la neve, la paura sostanziano la narrazione in prima persona con una prosa scabra, senza fronzoli che rende con efficacia il vissuto del protagonista”, che ha un ritmo quasi ipnotico, martellante, da cui non si riesce a emergere se non solo alla fine: complimenti!

L’altro elemento che rende questo libro un piccolo gioiello è, cito ancora da Morchio, “l’attenzione ai rapporti umani che preservano i protagonisti dalla ferocia della guerra. Anche in quelle condizioni estreme qualcosa si salva, un’affettività solidale, la capacità di continuare a provare sentimenti…”; anche per questo ritengo che questo romanzo di Violani andrebbe proposto, dai/lle colleghi/e di lettere, sia nelle scuole medie che alle superiori per far conoscere un momento storico così fondamentale per la nascita della Repubblica italiana come la Resistenza vista attraverso gli occhi di un giovane tedesco, poco più grande di loro, che si trova, suo malgrado, per necessità, a disertare e a unirsi ai partigiani fino al giorno della Liberazione: bravissima!!!

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