la gang dei sogni, di Luca Di Fulvio, recensione di Paola Naldi

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Questo autore scrive avendo grande passione per la cinematografia, tanto che molti suoi libri sono poi diventati dei film. Dopo una fase di noir, ha scritto questo romanzo di formazione.

Si tratta di un’avventura americana, tra New York e Los Angeles.

Una giovanissima Netta, figlia di una poverissima famiglia contadina calabrese, rimasta incinta dopo la violenza da parte di un proprietario terriero (fatto molto frequente allora), decide di non sottostare alle regole del suo paese. Siamo nel 1909 e con il figlioletto, Natale, di appena 6 mesi s’imbarca in un piroscafo diretto a New York.

Arrivata a destinazione, non riesce a farsi capire all’ufficio immigrazione di Ellis Island e Natale diventa Christmas.

Per una giovane donna, bella e sola, l’unica strada praticabile è quella della prostituzione in un bordello.

Nelle strade strette e maleodoranti del ghetto italiano, nel Lower East Side, Christmas capisce ben presto che, rimanendo lì, le alternative per lui sono o diventare un pezzente, che si ammazza di lavoro tutto il giorno per una paga da fame o entrare in qualche banda, con i rischi conseguenti. Lui però ha un dono, una grande fantasia e sa raccontare storie. Inventa un’ipotetica gang, la Diamond Dogs, (nome che l’autore ha preso da una canzone di David Bowie) composta solo da lui e Santo, un ragazzino brufoloso e piuttosto sprovveduto. Riesce a far credere che questa sia una banda importante e temibile…

La sua storia e la vicenda della mamma s’incrociano, con l’obiettivo di integrarsi entrambi completamente nel nuovo contesto. Abbiamo un quadro preciso e veritiero della situazione del tempo per gli immigrati.

Nell’America dei primi imperi economici, con le varie mafie-italiane, ebree e irlandesi- e gli industriali del nascente cinema di Hollywood, Christmas riesce un po’ alla volta a sfondare. La sua intraprendenza e la sua fantasia vincono le difficoltà e gli imprevisti.

Le sue storie, reiventando la realtà, entreranno, tramite una radio inizialmente autogestita, nelle case di tanti, dando riscatto e orgoglio a tanti emarginati, che si ritroveranno nei suoi racconti.

Lo scrittore descrive con luci e ombre la durezza dell’America dei primi trenta anni del secolo scorso, dell’immigrazione, dell’emarginazione, dell’umiliazione e dell’orgoglio. L’autore non risparmia nei dettagli, è minuzioso e sa cogliere le sfumature grazie alle quali dona profondità alle storie, a Cetta, a Christmas, a Ruth, a Sal e a tutti i personaggi che si incontrano nel libro, che inizia con una citazione di William Butler Yeats: “La responsabilità ha inizio nei sogni”.

La linea temporale della trama è interessante. Nella prima parte si alternano passato e presente, mentre nella seconda, si dà un ordine cronologico ai fatti. Lo stile è semplice e asciutto.

“È un pezzo di carta bianca, ora. Nient’altro che un pezzo di carta bianco. Ma su quel foglio tu puoi scrivere le tue parole. E le tue parole faranno nascere un personaggio. Un uomo, una donna, un bambino. E a quel personaggio tu assegnerai un destino. Di gloria, di tragedia, di vittoria o di sconfitta…, e ci saranno delle persone che vivranno il destino che tu hai scelto, e lo sentiranno come proprio, e crederanno di essere li, in quel posto vero ma immaginario che è uscito da qui, da questo foglio”. È un po’ il tema di fondo del romanzo: il valore della parola e del racconto, l’identificazione con i personaggi di una storia, la capacità dell’immaginazione di aiutare a riscattarsi.

«Il senso. Era questo che aveva cercato. Dare un senso alla vita. Renderla meno casuale. Era questa la perfezione, non il successo, non la riuscita, non il coronamento di un sogno o di un’ambizione, ma il senso.»