accadde…oggi: nel 2025 muore Svetlana Broz, di Gabriele Nissim

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Svetlana Broz ci ha lasciato. Sono stato con lei in tante occasioni per presentare i miei libri in Bosnia. Me la ricordo come una forza della natura per il carisma che esercitava sulle persone. Alcune vecchie signore si inginocchiavano al suo passaggio perché volevano omaggiare il suo nonno scomparso.
Era, infatti, la nipote di Tito, una cardiologa di Belgrado che, dopo avere assistito alle barbarie della pulizia etnica, si era messa a ricercare nella ex Jugoslavia le persone Giuste, coloro cioè che hanno avuto il coraggio, di fronte agli orrori della pulizia etnica, di soccorrere dei perseguitati, anche se appartenevano al nemico, al campo avverso. Voleva preservare a ogni costo l’idea del dialogo e della convivenza civile in un Paese dove era ormai vincente la prospettiva della separazione nazionalistica e religiosa.
Svetlana Broz aveva compreso che gli architetti dell’odio inter-etnico, che avevano spinto la Iugoslavia nel baratro della guerra e della divisione, avrebbero vinto una seconda volta se si fossero conservati nella memoria soltanto i fotogrammi delle persecuzioni e delle macerie.
“Non potevo accettare le visioni cupe della guerra in Bosnia-Erzegovina che venivano tratteggiate dal mondo e dai mass media di Belgrado… Le immagini offerte dai vari mezzi di comunicazione non davano un filo di speranza a coloro che, in quella guerra, volevano tenersi aggrappati alla compassione e conservare la fiducia nelle persone. Io sono stata al centro dell’orrore e ho deciso di seguire i percorsi dell’umanità”[1].
È così cominciata, controcorrente, la ricerca degli uomini Giusti in un Paese in cui la dinamica perversa della pulizia etnica aveva già provocato la morte di 200 mila persone. L’esperienza di Svetlana Broz ha avuto inizio nel gennaio del 1993, quando, di fronte ai bombardamenti incessanti della città di Sarajevo, ha deciso di abbandonare le sterili discussioni dei salotti di Belgrado per recarsi in qualità di medico in Bosnia-Erzegovina per prestare aiuto alla popolazione civile.
Nel suo laboratorio di cardiologia, curando senza nessuna prevenzione la popolazione delle diverse etnie e religioni, ha fatto una scoperta che nessun altro testimone di quella guerra ha mai raccontato. Le persone a cui stava prestando assistenza non le comunicavano soltanto le loro sofferenze, le sconfitte, le umiliazioni, ma anche quei pochi momenti in cui avevano ricevuto, se non un aiuto decisivo, per lo meno la compassione di altri esseri umani, di alcuni nemici del campo avverso.
“Ero sorpresa nello scoprire che questa gente infelice, colpita da grandissime sofferenze, generalmente era pronta a ricordare il più piccolo segno di gentilezza che veniva loro mostrato. Erano così sensibili che coglievano anche un solo sguardo di compassione per le loro sofferenze”[2].
Svetlana, colpita da quelle reazioni, per più di otto anni ha percorso in lungo ed in largo la Bosnia con il suo registratore, per documentare gli atti di solidarietà tra persone di nazionalità diverse durante la guerra. Aveva intuito che quel tipo di Bene non lo avrebbe mai documentato nessuno e con ogni probabilità sarebbe rimasto soltanto nella fragile memoria di pochi scampati. Era destinato a perdersi nel tempo con la scomparsa di quanti lo avevano sperimentato, mentre la memoria avrebbe tramandato soltanto i racconti dei carnefici e della sconfitta dell’uomo.
“Credo che i responsabili verranno condannati per i loro crimini, indipendentemente da quanto durerà il processo, ma i buoni e i coraggiosi verranno premiati? Che cosa ne sarà di coloro che sono stati uccisi dai loro stessi compatrioti perché difendevano altre persone di religioni diverse? Questo tipo di bontà è eroismo, ma questi eroi rimarranno anonimi. Nessun esercito e nessun governo renderà loro onore. Non ci sarà strada né piazza intitolata ai salvatori, il loro ricordo durerà soltanto fino a quando durerà la memoria dei salvati e dei loro figli. Penso che la prossima generazione debba sapere che queste persone sono esistite e che alcune sono ancora vive”[3].
Svetlana ha allora deciso di fare il primo passo verso la memoria del Bene e di pubblicare un libro che riassumesse il risultato della sua ricerca, dal titolo Uomini buoni in tempi malvagi, in cui raccogliere novanta storie esemplari di uomini di nazionalità diverse che dovevano la loro vita a quelli che venivano considerati nemici del campo avverso. Si è accorta, tuttavia, che questo lavoro provocava delle reazioni opposte e contraddittorie.
C’erano i nazionalisti che volevano mettere a tacere la sua ricerca, perché il racconto di atti di solidarietà inter-etnici avrebbe potuto minare l’idea della separazione nazionalistica. Gli uomini che avevano difeso quelli dell’altro campo erano spesso considerati dei traditori. Chi aiutava una vittima appartenente alla propria etnia era un eroe, mentre chi guardava alle sofferenze delle altre nazionalità era giudicato, nel migliore dei casi, un opportunista. I valori umani erano stati ribaltati dalla logica perversa della pulizia etnica. Svetlana si sorprendeva perché le stesse vittime che avevano voluto raccontare gli atti di bontà ricevuti, le chiedevano anche di tacere i loro nomi e quelli di coloro che le avevano aiutate.
“Cercavano l’anonimato per proteggersi da chi li circondava, sapendo che era un peccato imperdonabile dire la verità sulla bontà altrui. Cercavano protezione anche per coloro di cui parlavano, temendo che potesse accadere qualcosa di brutto a queste persone giuste, se raccontavano della forza e del coraggio con cui costoro avevano aiutato altri di religione o di etnia diversa”[4].
La stessa Svetlana ha dovuto costatare personalmente la fondatezza di questi timori. Un giorno, a Belgrado, tornando a casa si è accorta con orrore che qualcuno era entrato e aveva rubato il suo prezioso materiale. C’era chi non voleva che il racconto della bontà venisse pubblicato. Senza darsi per vinta, si è rimessa subito in viaggio ed è tornata a Sarajevo per ritrovare le testimonianze perdute.
Paradossalmente, proprio le difficoltà, l’opposizione e le diffidenze verso il suo progetto le hanno fatto scoprire la potenzialità di quei racconti, che rappresentano l’unica speranza nel futuro, per una possibile riconciliazione. Erano la dimostrazione che si può uscire dal circolo vizioso dell’odio cresciuto nel suo paese. Quando finalmente il libro è stato pubblicato e tradotto in diverse lingue, Svetlana ha potuto sperimentare, in decine di incontri e di presentazioni, come gli esempi raccontati siano sempre accolti con entusiasmo da parte di chi, dopo tanti lutti, vorrebbe tornare a vivere con uno spirito di amore e di tolleranza.
Per questo, dopo essersi trasferita a vivere a Sarajevo, ha pensato di compiere un altro passo simbolico. Ha proposto alla municipalità della sua nuova città di aprire un grande parco, una foresta in onore di tutti i Giusti della ex Iugoslavia, in cui piantare degli alberi, sull’esempio del giardino dei giusti di Gerusalemme, in onore dei serbi, musulmani, croati, bosniaci, albanesi che hanno saputo riconoscere le sofferenze dell’altro. Per Svetlana, Sarajevo rappresenta il luogo ideale perché è l’unica città della ex Iugoslavia in cui, nonostante tutto, ha resistito lo spirito di pacifica convivenza tra le diverse nazionalità e religioni.
Purtroppo, la sua proposta non si è mai realizzata per tutte le difficoltà politiche che ha incontrato.
Non si è però mai arresa, ma per difendere questa idea della memoria del bene, ogni anno organizzava delle cerimonie per rendere onore alle persone che si erano distinte per il loro coraggio civile, con il premio Dusko Kondor, da lei inventato in ricordo di un grande intellettuale bosniaco, ucciso in attacco terrorista.
Non dobbiamo però abbandonare il suo sogno, ora che ci ha lasciato.