accadde…oggi: nel 1902 nasce Hertha Meyer, di Marco Piccolino

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L’unica donna del gruppo degli studiosi ebrei ospitati da Levi nel suo laboratorio di Torino all’epoca delle persecuzioni razziali è Hertha Meyer, che era nata a Berlino nel 1902 e aveva frequentato le scuole superiori nella città natale, senza però avere l’opportunità di continuare, probabilmente per le modeste condizioni della famiglia, gli studi fino a conseguire un titolo universitario. Hertha aveva iniziato a lavorare giovanissima come tecnica di laboratorio nell’istituto di ricerca sulle malattie infettive berlinese fondato nel 1891 da Robert Koch (il Königlich Preußischen Instituts für Infektionskrankheiten). Era poi passata all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Berlino, quindi nel Kaiser-Wilhelm-Institut für Biologie della stessa città, dove aveva collaborato con Albert Fischer, uno studioso di origine danese che aveva appreso la tecnica delle culture in vitro lavorando a New York con uno dei fondatori della metodica, Alexis Carrel.
Nel 1933 la Fondazione Rockefeller facilitò l’emigrazione di Hertha dalla Germania nazista finanziando la sua venuta in Italia per svolgere ricerche nell’Istituto anatomico di Torino insieme con Giuseppe Levi, il quale la stimava molto e – insieme a sua moglie – la accolse calorosamente (nell’estate di quell’anno la giovane tedesca trascorse le vacanze a Forte dei Marmi insieme a Lidia Tanzi e alla sua famiglia). A Torino la Meyer mise in funzione un modernissimo apparato per la cultura di cellule e tessuti e lavorò con Levi e con suoi collaboratori (tra cui Jablonski) in ricerche basate sull’uso di queste tecniche. Tra l’altro fu lei, insieme a Levi stesso e ad altri suoi allievi (tra cui Rodolfo Amprino e Enzo Delorenzi), e con la collaborazione tecnica (peraltro piuttosto criticata da Levi) del cineasta Roberto Omegna, a iniziare a Torino la tecnica della microcinematografia a contrasto di fase in cellule in culture.
Da lei appresero queste metodiche molti giovani ricercatori dell’istituto di Levi, e tra essi anche Rita Levi-Montalcini e sua cugina Eugenia Sacerdote (oltre che Grossfeld e Jablonski). Hertha Meyer rimase in Italia fino al 1939, quando fu costretta di nuovo a emigrare a seguito della leggi razziali fasciste. Il momento in cui a Torino viene installata la nuova e modernissima attrezzatura per le cellule in cultura, con la Meyer che presiede ai lavori degli operai, verrà descritto molti anni più tardi, in modo suggestivo, da Eugenia Sacerdote, anche lei ebrea e anche lei costretta a emigrare (nel 1939 verso l’Argentina), in un capitolo di un libro che porta un titolo suggestivo: Una mujer en un laboratorio de cristal.

Ecco alcuni passaggi significativi

Hertha era molto tedesca, rigorosa e disciplinata. Era una vera cerimonia vederla entrare nella camera delle culture, ricoperta da capo a piedi con maschera e camice, indossando anche gli stivali per non bagnarsi, perché sul pavimento scorreva una lamina d’acqua per evitare che si sollevasse la polvere e si contaminassero così le preparazioni.[…] Con il permesso di Levi una ventina di noi studenti la circondavamo ogni mattina come api, schiacciando le nostre narici per varie ore contro il cristallo della camera. [Rozenberg, 1993, p. 40-41]

Nel periodo trascorso a Torino la Meyer pubblicò circa una ventina di lavori scientifici, la maggior parte in collaborazione con Levi, e di solito – ma non sempre – in lingua tedesca. Inoltre Levi la indica come collaboratrice in un lunghissimo articolo (oltre 170 pagine e 136 figure in tutto) che egli scrive durante il periodo dell’esilio a Liegi, e pubblica nel 1941 nella rivista belga Archives de Biologie (come ebreo, espulso dall’Università, gli era stata anche preclusa la possibilità di pubblicare su giornali e volumi italiani). Data la grande esperienza della Meyer con le culture in vitro (acquisita – come sappiamo – negli anni in cui lavorò a Berlino con Albert Fischer, che aveva appreso la tecnica durante un soggiorno a New York, da Alexis Carrel uno dei pionieri delle culture di tessuti) fu in particolare sulle culture cellulari, e specialmente in quelle di cellule nervose, che si articolò la ricerca di Hertha a Torino. Oltre ai già menzionati studi in culture mantenute a lungo, eseguiti in collaborazione con Jablonski, le ricerche della Meyer (da sola o con Levi) riguardarono soprattutto i processi della crescita e le trasformazioni che le cellule nervose subiscono nelle condizioni artificiali in vitro, gli effetti dell’uso di mezzi di cultura diversi o di particolari variazione della tecnica, e – inoltre – le relazioni che le cellule nervose stabiliscono in cultura, l’una con l’altra, o con cellule di diversa natura.

Dopo l’Italia la Meyer emigrò verso il Brasile, una delle destinazioni in cui in quegli anni cercarono più frequentemente rifugio gli ebrei d’Europa che tentavano di sfuggire alle persecuzioni nazifasciste. “Nel gennaio del 1939 in una giornata gelida” la accompagnò a Genova, dove Hertha andava ad imbarcarsi per Rio de Janeiro, Rita Levi-Montalcini, insieme con Germano Rondolini, suo compagno di corso e anch’egli allievo di Levi, come Rita ricorderà poi in una lettera alla sorella Paola scritta nel dicembre del 1949.
Giunta a Rio de Janeiro, Hertha, lavorò in un centro di ricerca per la produzione di vaccini finanziato dalla Fondazione Rockefeller, e poi – a partire dal 1941 – entrò nell’Istituto di Biofisica fondato da Carlos Chagas junior (figlio dell’omonimo scienziato scopritore della malattia infettiva che porta il suo nome, il morbo di Chagas). Il laboratorio di culture cellulari da lei messo a punto nell’istituto di Chagas divenne uno dei centri di ricerca di punta nell’uso delle culture, e tra il 1952 e il 1953 Rita Levi-Montalcini passò un lungo periodo a Rio de Janeiro per collaborare con lei in ricerche sul fattore della crescita nervosa presente in tumori murini basate sull’uso di cellule in cultura. Nel suo laboratorio Hertha mise anche a punto un importante centro di microscopia elettronica. Le sue ricerche si svolsero in vari settori tra cui – oltre a quello neurobiologico – furono importanti le investigazioni sui microrganismi patogeni, e in particolare sul Tripanosoma cruzi, il protozoo responsabile del morbo di Chagas.

Uno degli studi che la Meyer stava conducendo in questo la portò, all’inizio degli anni ’60, di nuovo a Torino per studiare lo sviluppo del microrganismo in vitro con la tecnica della cinematografia a contrasto di fase. In queste ricerche collaborò con uno di noi, Antonio Barasa, che riporta in un testo a parte i suoi ricordi su Hertha e sul lavoro svolto con lei.
Le notizie su Hertha Meyer provengono per la maggior parte dal saggio biografico scritto su di lei da Darcy Fantouro de Almeida e Wanderley de Souza, suoi collaboratori nell’Istituto di Biofisica di Rio de Janeiro. Altri piccoli spunti biografici su di lei si trovano nelle lettere di Levi indirizzate al suo allievo, Oliviero Mario Olivo, in cui i riferimenti che lo studioso torinese fa alla Meyer sono sempre molto lusinghieri; e anche nelle relazioni sull’attività dell’istituto di Torino che Levi scriveva con una certa regolarità fino alla sua espulsione dall’Università all’epoca delle leggi razziali. Riguardo a lei, particolarmente significativa tra le lettere di Levi a Olivo, è la prima che lo scienziato scrive dopo l’arrivo di Hertha in istituto, l’otto di giugno del 1933. Riportiamo qui il passaggio di questa lettera in cui si fa il suo nome che Levi scrive quasi costantemente nella grafia errata “Meier” invece che “Meyer”.

La Sig.na Hertha Meier è arrivata e credo potrà rendere segnalati servigi all’Istituto; ha grandissima esperienza di colture, di tecnica istologica e di microfotografia; certo ne sa molto più della Rhoda Erdmann (2). Personalmente è modesta e molto educata, e per terminare con un pettegolezzo mi raccontò che ha dovuto abbandonare l’Istituto di Fischer (e come Lei altri) perché la moglie N° 2 spadroneggiava troppo, e nessuno ci andava d’accordo. Le affiderò la coltivazione di uno stipite di cellule; e quando avrò finito gli esami (che ho dovuto ritardare ancora per ordine del segretario del partito (autentico) ci metteremo assieme a riprovare colture di tessuto nervoso.

Il “pettegolezzo” riferito da Levi a proposito dell’istituto di Fischer può essere rilevante storicamente. Le discordie causate nel laboratorio in cui la Meyer aveva lavorato prima di venire in Italia dalla seconda moglie dello scienziato danese, potrebbero aver spinto la giovane studiosa all’emigrazione in una fase in cui andare via dalla Germania per una ebrea era ancora relativamente facile. E questo potrebbe aver contribuito alla sua salvezza.
L’accenno poi, sempre nella lettera a Olivo, al ritardo degli esami imposto a Levi “per ordine del segretario del partito [fascista]” è interessante come spia della pervasività del potere fascista in ambito universitario, ancor prima delle emanazione delle leggi razziste. Lo studioso torinese, antifascista dichiarato e con evidenti simpatie socialiste, era inviso agli organi del partito tra l’altro anche perché aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti scritto da Benedetto Croce in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. L’anno successivo, per gli eventi legati al tentativo compiuto dal figlio Mario, in compagnia di Sion Segre, di far entrare dalla Svizzera in Italia, attraverso il ponte sul fiume Tresa, materiale di propaganda antifascista, Levi subirà l’umiliazione delle carceri fasciste, da cui venne liberato dopo breve tempo, grazie a prese di posizioni a livello internazionale che videro tra gli altri impegnati personaggi del calibro di Ross Granville Harrison, e Santiago Ramon y Cajal.

Harrison, apprendendo la lui la tecnica delle culture cellulari. Harrison la volle all’Università di Yale, in cui fu la scienziata fu la prima donna ad avere una posizione ufficiale come membro della “Graduate Faculty”, posizione che mantenne fino al 1918. Il suo periodo americano ebbe termine in modo inatteso quando, impegnata com’era in ricerche batteriologiche, venne accusata di inquinare con il colera l’acquedotto di New Haven. Imprigionata, venne poi rilasciata per l’intervento di Harrison e di altri colleghi e amici, e quindi espulsa dagli Stati Uniti e ricondotta in Germania. Dopo varie difficoltà riuscì a riprendere una carriera accademica e di ricerca nel suo paese, e fu in effetti la prima donna a dirigere un istituto universitario tedesco. Tra i suoi contributi più importanti di questo periodo fu la dimostrazione della possibilità di propagare un tumore attraverso un ultrafiltrato privo di cellule, ma contenente virus. Molto attiva in vari aspetti della scienza, fondò nel 1925 l’importante rivista scientifica Archiv für experimentelle Zellforschung, besonders Gewebezüchtung” dedicato in particolare agli studi sui tessuti in vitro, chiedendo a Levi di entrare nel comitato editoriale. Questa rivista veniva pubblicata in quattro lingue (francese, inglese e italiano, oltre che tedesco),cosa voluta anche per sancire la ripresa della collaborazione internazionale dopo gli anni del primo conflitto mondiale. Con l’avanzare del nazismo in Germania, Rhoda fu inizialmente accusata di essere ebrea (cosa non vera) e poi di aver aiutato gli studenti ebrei a fuggire dalla Germania. Fu imprigionata dalla Gestapo, ma poi rilasciata e riabilitata. Nelle sue lettere a Olivo, Levi nomina spesso la Erdmann che nel 1927 aveva offerto all’allievo di Levi “un posto di assistente” nel suo istituto a Berlino. Di solito però Levi non sembra avere molta simpatia per la collega tedesca (che trova “noiosissima” nel corso di una visita di quest’ultima a Torino nell’autunno del 1928).