la guerra del maestro, di Daniela Borgato, recensione di Paola Naldi

Siamo in un paese della campagna padovana tra il 1943 e il 1945. La guerra ha già devastato luoghi e persone, ma l’armistizio dell’8 settembre 1943 sembra segnare una svolta. È invece proprio in questo periodo che la ferocia di fascisti e nazisti si fa più intensa.
Isonzo Sartori, il protagonista, maestro elementare, si trova nella difficile situazione di dover scegliere se aderire alla richiesta di indossare di nuovo la divisa, secondo i bandi della neonata repubblica di Salò o darsi alla macchia. Molto legato alla madre e alla sorella, ha un nome ereditato dal padre, mai conosciuto, perché morto sul Piave, per cui la famiglia ha già vissuto una vicenda dolorosa. Il paese è occupato dai fascisti, c’è Ocio con la sua banda che controlla tutto, continue le violenze, le ruberie, le uccisioni ai danni della povera gente. Isonzo è confuso, preoccupato, a differenza di altri coetanei, come l’impulsivo Leone, che ha già fatto una scelta precisa.
Il romanzo unisce una parte di invenzione con un’altra ampiamente documentata, che riguarda la lotta partigiana nel territorio, la rete di salvataggio organizzata da alcuni preti e l’attività delle staffette partigiane, ragazze che in bicicletta, nella borsa della spesa, cuciti negli orli delle sottane o nascosti nei manubri, portano messaggi e tengono collegamenti preziosi.
Alla fine non solo Isonzo diventa partigiano, ma, catturato, resiste alle torture e infine organizza con pochi uomini il sabotaggio di un ponte, quello di Ronchi di San Nicola, fermando un drappello tedesco.
Le storie individuali di Isonzo e di Vittoria, staffetta partigiana, che ne diventa compagna, si uniscono a quelle di tanti altri personaggi, legati a memorie storiche o personali, a racconti tramandati o conservati in ambiti familiari.
Il territorio diventa altro protagonista: l’osteria gestita da Regina, con i frequentatori abituali e quelli di passaggio, la chiesa abbandonata, il fiume, le cascine, i campi devastati e in lontananza Padova sotto bombardamenti improvvisi.
«Ronchi di San Nicola era un grumo di case asfittiche, strette attorno a un crocevia, fiancheggiate da un fiume, un ponte, la chiesa e l’osteria della Regina. Prima della guerra il paese era vivace: una piazza contornata da alberi e e botteghe, la pesa pubblica accanto al ponte di ferro, il municipio con le poste regie. Il mercoledì era affollato di contadini, mediatori e carretti. Ora pareva un deserto.» (p. 32).
I paesaggi, con le sfumature di colore, i cieli cangianti, le numerose descrizioni danno al racconto un’impronta scenografica, aiutano l’immaginazione del lettore e la sua adesione alla storia. Molti gli episodi pieni di densità emotiva, che rendono la storia avvincente.
Il bene e il male si mescolano, Isonzo è costretto a provocare morte, anche se per un ideale e questo lo tormenta: si domanda come potrà continuare a insegnare ai bambini, con il male che ha visto e vissuto. Ha però rinunciato alla vendetta e questo dimostra come abbia conservato la propria etica morale.
C’è una speranza: la nascita di Celeste, proprio in una casa occupata dai nazisti in ritirata.
Un libro importante, che dà dignità e voce ai tanti resistenti, persone comuni, spesso povere e analfabete, che con grande coraggio hanno accolto profughi, aiutato partigiani, rimanendo solidali tra di loro.
C’è chi ha vissuto la fame, la paura, il lutto conservando la propria dignità.
La guerra lascia strascichi penosi, ferite aperte anche nei vincitori e questo rimane un messaggio importante.
Soprattutto in un periodo come questo, in cui si vuol dare una parvenza di normalità alla guerra, sono necessari libri come questo.