canto delle donne, editoriale di Giusi Sammartino
Carissime lettrici e carissimi lettori,
Insomma, non era proprio il caso, secondo me, di prendersela così a male! Non ci poteva essere apologia del governo attuale, seppure guidato da una donna che, però, bisogna dirlo, ha voluto ufficialmente sempre essere citata al maschile! Non è stata l’omissione di un fatto, perché è ancora cronaca, sicuramente politica, ma ancora non Storia. In più, anche questo bisogna dirlo, “quella” Storia apparteneva a quel periodo che “quelle” donne, citate nel monologo, hanno aiutato a scrivere.
Il monologo è quello che Paola Cortellesi ha recitato sulla piazza del Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica. Doveva essere una celebrazione e un ricordo storico. Per questo sono state nominate le donne, quelle che hanno permesso e sono state coinvolte nella Storia che le ha viste protagoniste: da Teresa Vergalli a Tina Anselmi da Irma Barbieri a Teresa Mattei e a Nilde Iotti. A loro, anche in quanto donne, è stato riconosciuta la partecipazione a che tutte le aventi diritto al voto potessero esprimere la loro voce politica, tutte, tantissime, che ha ricevuto per la prima volta a casa quell’invito e che lo hanno stretto a loro “come fosse un biglietto d’amore”. Erano tutte giovanissime. Teresa Vergalli (1927-2025) aveva appena 16 anni e ha più volte rischiato la vita nelle sue trasferte lungo la via Emilia con la bicicletta per portare e i messaggi nascosti tra i capelli raccolti in trecce. Una piccola pistola nel reggiseno per uccidersi a un’eventuale cattura dei nazisti. Teresa Mattei deve essere ricordata perché ha contribuito alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione in cui è sancita l’uguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso, di fronte alla legge. Mattei allora aveva appena venti anni. La più grande tra queste ragazzine, allora praticamente tutte minorenni, era Irma Barbieri che è stata uccisa a 29 anni “condannata” dal suo silenzio sulle attività partigiane. Il suo corpo torturato venne esposto pubblicamente perché “tutti vedessero quale era la fine che toccava ai nemici del regime”. Cortellesi nomina anche Tina Anselmi che aveva 17 anni quando, dopo aver visto i corpi di 31 impiccati dissidenti, scelse di essere partigiana e per tutta la vita fu per la difesa dei diritti politici (a lei dobbiamo l’attuale sistema sanitario) e in particolare quelli delle donne , nonostante le sue convinzioni personali (che la vedevano opposta all’aborto che però fece approvare dopo la vittoria referendaria). “molte di quelle ragazze erano adolescenti – ha letto Cortellesi durante il monologo – non avevano ancora il diritto di stavano già scegliendo il futuro dell’Italia e quella scelta aveva un prezzo reale il carcere la tortura la morte alcune partigiane finita la guerra entrarono persino nell’assemblea costituente” qui viene ricordata Nilde Iotti che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna e divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.
Per celebrare e festeggiare l’importante duplice anniversario degli ottanta anni della Repubblica e altrettanti del diritto al voto delle donne il monologo di Cortellesi è stato asciutto, come doveva essere senza spazi all’ironia. Solo uno, chiosato dalla stessa attrice: “Sono venuti a rubarci il lavoro”. Ancora una donna, ancora lei, Paola Cortellesi, attrice e ora acclamata regista di un film che già dal titolo guarda a “domani”: un termine futuristico per eccellenza. Un pizzico di sarcasmo che ci fa tornare alla mente l’altro monologo fatto dall’attrice alla consegna del David di Donatello del 2018, tutto giocato sull’equivoco del linguaggio relativo alle donne. All’enorme discrepanza tra declinazioni maschili e femminili.
Nella piazza del palazzo del Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica nell’occasione del doppio festeggiamento, degli ottanta anni della stessa nostra Repubblica e del primo voto universale a tutte le donne italiane, la cosa era …più seria. Che poi seria è una parola sbagliata si oppone solo a seriosa, seppure non sia così risaputo. Diciamo posata. Quando non si può festeggiare con ammiccamenti e istigare il pensiero attraverso il sorriso. Ma si deve “dire” in modo asciutto, conciso, preciso. E invece il Presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni si è offesa (o offeso!), ha sentito la presunta dimenticanza come mancanza di tatto e di rispetto. Lei che, cominciando dai primi suoi passi, bisogna ripeterlo, si è voluta nominare come “lui”.
Ci mancano pochi giorni al solstizio estivo, il giorno più lungo dell’anno, quando a Roma, su iniziativa di Alessandro Barricco quest’anno per la prima volta (precisamente l’evento avverrà il 17 giugno alle 20.47, ora segnata nel cielo dal tramonto del sole) tantissime persone leggeranno insieme lo scritto di un autore famoso, universale. La lettura avverrà silenziosa nei luoghi più belli e importanti della capitale: dal Palatino, all’Ara pacis, dal Campidoglio a Villa Torlonia al Teatro dell’Opera e, come ultima entrata dato l’esaurimento immediato dei prenotati possibili, la Casa del jazz). Durante questa “Tempesta silenziosa” si leggerà insieme, cominciando da una storia scritta da F. M. Dostoevskij, “Le notti bianche”, un racconto giovanile del grande scrittore dell’anima, emblematico per questo periodo, quando nella città costruita da Pietro il Grande il sole tramonta per una settimana alle dieci di sera non permettendo al cielo di diventare completamente scuro.
In questo scritto di inizio estate parlerò ancora di donne. Un’ulteriore celebrazione mia con voi lettori e lettrici per mostrare gioia per questo anniversario di un diritto acquisito (Cortellesi alla fine del monologo fa cenno alle mancanze attuali di bisogno di conquista: “L’effettiva parità salariale la libertà di camminare solo la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità ecco – commenta l’attrice e regista – queste ultime promesse non sono state ancora mantenute, dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo – sottolinea Cortellesi – perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve fare la sua. Molto è cambiato da allora ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla. Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi serve a ricordare da dove veniamo a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà”.
Ci ricordano la preziosità della democrazia e della libertà con altre donne che hanno contribuito alla conquista dei diritti femminili. Due sono scomparse in questi giorni, ma al mondo femminile hanno dato davvero tanto. Nomino per prima, Luisa Ricaldone, che ha lasciato questo mondo la notte tra l’8 e il 9 giugno, perché ho avuto la fortuna non solo di conoscerla ma di averla come promotrice, insieme a Daniela Finocchi, la creatrice del Concorso Lingua Madre, per la scrittura femminile straniera, della presentazione del mio libro al prestigioso Circolo dei lettori di Torino. La professoressa era torinese e dopo un lettorato di italiano all’università di Vienna aveva insegnato all’ateneo torinese Letteratura italiana contemporanea con una particolare attenzione alla scrittura femminile tra il Settecento e i giorni nostri. Luisa Ricaldone è stata anche presidente della Sil, la società italiana delle letterate e ha scritto tante pagine sulle donne, guardandole in faccia, come nello stupendo testo sulla vecchiaia ultima parte della vita oggi che si allunga sempre di più, ma di cui si ha paura. Ha scritto di lei Francesca Bolino ricordandola sulle pagine locali di un quotidiano: “Con il suo ultimo libro “Ritratti di donne da vecchie” (edito da Iacobelli nel 2017, con una copertina davvero molto bella e nzta a divertente) Luisa ci ha costretto a guardare in faccia la realtà: l’occidente invecchia ma noi non vogliamo riconoscerlo, tanto meno accettarlo. Un pamphlet contro i tabù dell’età che avanza, soprattutto per le donne. Ora che Luisa non c’è più, bisogna (re)incontrarla tra le righe. Memoria preziosa per le ragazze di oggi e per quelle che verranno”. Stupenda conclusione e meraviglioso ricordo.
Questa settimana se ne è andata anche una grande filosofa, anche lei si chiamava Luisa. Luisa Muraro è stata anche lei docente e “tra le più importanti protagoniste del femminismo italiano, voce autorevole del pensiero della differenza sessuale”. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la storica Libreria delle donne di Milano. Così la ricordano alla Casa internazionale di Roma a via della Lungara: “Filosofa, traduttrice, cofondatrice insieme a Lia Cigarini della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima, Muraro ci consegna una preziosa e feconda eredità intellettuale sulla libertà femminile e la relazione politica tra donne, radicate nella valorizzazione delle genealogie materne. Contro un ordine simbolico dominato dal neutro maschile, Muraro ne ha rovesciato il segno, invitandoci a cercare nella madre la radice di senso e il fondamento di un’esistenza femminile libera, non secondaria al modello maschile. Nelle sue opere – da “La signora del gioco”, “Maglia o uncinetto” a “L’ordine simbolico della madre”, fino ai numerosi interventi e articoli sulla politica delle donne – Muraro ci lascia un patrimonio di saperi, parole ed elaborazioni che ha inciso sul pensiero e sulle pratiche politiche di più generazioni, pur nelle controversie e nelle distanze che la sua opera ha suscitato all’interno dei femminismi e dei transfemminismi”.
Per ultima, ma importantissima da non dimenticare l’avvocata Tina Lagostena Bassi che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni. E’ nata a Milano in una data che doveva proprio entrare nella sua vita, il 2 giugno del 1926, esattamente venti anni prima del voto plebiscitario delle donne alla repubblica. Era nota come “l’Avvocata delle donne”, battagliera, autonoma e indipendente anche nella vita privata (volle essere avvocata nonostante l’opposizione del marito, anche lui avvocato). Era diventata famosa soprattutto per i processi di stupro di Fiorella, una ragazza di Nettuno il cui processo si svolse a Latina e per la difesa della sopravvissuta al massacro del Circeo. Lagostena Bassi si è battuta affinché il reato di stupro e gli abusi sulle donne fossero ascritti nel codice penale italiano tra i reati contro la persona non più contro la morale.
Oggi più che mai, con le tante donne qui ricordate, legandoci al loro impegno, la lettura consolatoria che ci giunge attraverso la poesia la facciamo con i versi di Alda Merini che ha saputo dedicare intense poesie alle donne che hanno subito violenza esaltando la loro forza interiore e la loro capacità di rinascita. Così il componimento “trasforma il dolore in un inno alla resilienza femminile”.
CANTO DELLE DONNE
Io canto le donne prevaricate dai bruti
la loro sana bellezza, la loro “non follia”
il canto di Giulia io canto riversa su un letto
la cantilena dei salmi, delle anime “mangiate”
il canto di Giulia aperto portava anime pesanti
la folgore di un codice umano disapprovato da Dio,
Canto quei pugni orrendi dati sui bianchi cristalli
il livido delle cosce, pugni in età adolescente
la pudicizia del grembo nudato per bramosia,
Canto la stalla ignuda entro cui è nato il “delitto”
la sfera di cristallo per una bocca “magata”.
Canto il seno di Bianca ormai reso vizzo dall’uomo
canto le sue gambe esigue divaricate sul letto
simile ad un corpo d’uomo era il suo corpo salino
ma gravido d’amore come in qualsiasi donna.
Canto Vita Bello che veniva aggredita dai bruti
buttata su un letticciolo, battuta con ferri pesanti
e tempeste d’insulti, io canto la sua non stagione
di donna vissuta all’ombra di questo grande sinistro
la sua patita misura, il caldo del suo grembo schiuso
canto la sua deflorazione su un letto di psichiatra,
canto il giovane imberbe che mi voleva salvare.
Canto i pungoli rostri di quegli spettrali infermieri
dove la mano dell’uomo fatta villosa e canina
sfiorava impunita le gote di delicate fanciulle
e le velate grazie toccate da mani villane.
Canto l’assurda violenza dell’ospedale del mare
dove la psichiatria giaceva in ceppi battuti
di tribunali di sogno, di tribunali sospetti.
Canto il sinistro ordine che ci imbrigliava la lingua
e un faro di marina che non conduceva al porto.
Canto il letto aderente che aveva lenzuola di garza
e il simbolo-dottore perennemente offeso
e il naso camuso e violento degli infermieri bastardi.
Canto la malagrazia del vento traverso una sbarra
canto la mia dimensione di donna strappata al suo unico amore
che impazzisce su un letto di verde fogliame di ortiche
canto la soluzione del tutto traverso un’unica strada
io canto il miserere di una straziante avventura
dove la mano scudiscio cercava gli inguini dolci.
Io canto l’impudicizia di quegli uomini rotti
alla lussuria del vento che violentava le donne.
Io canto i mille coltelli sul grembo di Vita Bello
calati da oscuri tendoni alla mercé di Caino
e canto il mio dolore d’esser fuggita al dolore
per la menzogna di vita
per via della poesia.
(Alda Merini)