Acqua sporca, di Nadeesha Uyangoda, recensione di Paola Naldi

Colpisce inizialmente la copertina bucolica, molto colorata, in contrasto con il titolo del romanzo, che ha qualcosa di negativo. C’è un riferimento ai paesaggi dello Sri Lanka, a questa natura rigogliosa, che contrasta con la miseria e la povertà di tante vite.
Questo è un romanzo sul tema dell’immigrazione, vissuto dalla protagonista principale, Neela e da sua figlia Ayesha, secondo punti di vista completamente diversi.
Neela, dopo decenni di fatica e lavoro, decide di tornare nel paese d’origine. Dopo aver raggiunto un certo benessere economico, vuole lasciare tutto, sperando di recuperare il passato. La trama è minima, perché ruota attorno a questa scelta, che sconvolge tutti.
Abbiamo le voci della figlia di Neela, Ayesha e delle sorelle Himali, Pavitra e Hirunika, rimaste in Sri Lanka. Donne che non si comprendono, sono disallineate rispetto alla società, ritengono la scelta di Neela irrazionale e ingiusta. Come accade spesso con i libri a più voci, ho avuto difficoltà a mantenere distinte le storie dei vari personaggi, seguire il filo che li collega. I tempi poi sono vari: passato e presente si alternano.
Libro molto stratificato tocca vari aspetti riguardo la migrazione: la discriminazione, il razzismo, il disagio, la perdita di punti di riferimento e della misura di sé. Il mondo femminile appare tutto sommato forte e resiliente, mentre i maschi sono più fragili e volubili. Fabiano, il compagno di Ayesha, è forse l’unico uomo positivo: personaggio del nostro tempo, legato agli schermi, fa uno spostamento per amore, in questa provincia piatta, che non offre nulla e cerca di essere di supporto per la compagna. Il processo migratorio delle donne è stato più favorito nel tempo, per un maggiore legame con la famiglia d’origine, cui mandano regolarmente aiuto economico. È un libro che parla molto di relazioni e di buchi comunicativi. Chi parte fatica a trovare una propria dimensione e chi resta si sente come defraudato di un’esperienza che avrebbe forse dato una svolta positiva alla propria vita.
A interrogarsi sulla svolta della madre è la figlia Ayesha, che ha da sempre sofferenza identitaria: è cresciuta in Italia e fa l’artista. Durante l’infanzia è stata presso la nonna nel paese natio, poi ha raggiunto la mamma, sentendosi divisa, alla ricerca di una propria realizzazione. Ha studiato, ha visto la fatica e le umiliazioni della madre e gliene ha fatto quasi una colpa.
Nel libro c’è il presente delle protagoniste, ma anche il loro passato: in particolare ci sono l’infanzia e l’adolescenza di Ayesha in casa di Gino e Rosanna, i datori di lavoro della madre. Mentre Neela si occupava dell’anziana madre di Gino, Ayesha andava in vacanza con la coppia, studiava, si faceva strada nel mondo, senza mai smettere di percepire il razzismo nei suoi confronti. Una storia di non appartenenza, che denuncia il fatto che in Italia l’ascensore sociale è bloccato e per troppe persone è semplicemente impossibile salire fino in cima. Ayesha vive una costante frattura psicologica.
Tornare a casa sembra tornare a noi stessi, a una visione di noi stessi. Il migrante vive in due forme, si sdoppia: il luogo da cui parte diventa un fantasma rimpianto, pur consapevole dei problemi che hanno spinto ad andarsene.
La vita di chi emigra è un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per alimentare la certezza – o l’illusione – che nel paese lasciato sia rimasta una traccia di sé, qualcosa “che dimostri che si è esistiti quando, altrove, si è stati indaffarati a non esserlo”. Lo sdoppiamento, non trovare un posto che possa definirsi veramente casa, rappresenta il tormento di chi parte, se non riesce a trovare una dimensione che risponda ai propri sogni. L’integrazione rappresenta una sfida per chi accoglie ed è rara. Neela è il prototipo di tante vite ai margini, al servizio di altri, senza essere “visti” veramente.
La scrittrice mescola lessico e culture diverse, nuovi punti di vista, ma soprattutto parla di un’idea più autentica d’identità, lontana dagli stereotipi culturali.
Un libro che mi ha interessato per i temi proposti, il cui finale mi ha lasciato un po’ in sospeso. Che ne è stato poi di Neela e della figlia?
Nadeesha Uyangoda è autrice e saggista. Nel 2025 ha esordito con il romanzo Acqua sporca (Einaudi, 2025), mentre L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd, 2021) è il suo esordio saggistico, acclamato dalla critica per la lucidità con cui indaga razza, identità e appartenenza nell’Italia contemporanea; a questo è seguito Corpi che contano (66thand2nd, 2024). Nel 2022 ha ideato e co-condotto Sulla Razza (Juventus F.C., One Podcast), uno dei primi podcast in lingua italiana dedicati all’analisi della questione razziale e del razzismo sistemico. I suoi scritti sono apparsi su testate nazionali e internazionali, tra cui «La Repubblica», «Al Jazeera», «The Telegraph» e «Open Democracy». Cura inoltre una rubrica letteraria settimanale per la rivista «Internazionale». Membro del Comitato Scientifico del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, Uyangoda ha curato nel 2023 una sezione speciale di Book Pride, la fiera dell’editoria indipendente di Milano, dedicata al tema del linguaggio. Nello stesso anno ha tenuto un workshop presso l’Istituto Italiano di Cultura di Oslo ed è stata selezionata per la residenza Art Omi: Writers a Ghent, New York. Nel 2025 è stata invitata alla Fiera Internazionale del Libro di Lima, dove l’Italia era Paese ospite d’onore. Scrive in italiano e in inglese, alternando le due lingue come strumenti per cambiare punto di vista e prospettiva narrativa.