accadde…oggi: nel 1931 nasce Clara Gallini, di Maria Ludovica Perini

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Il 21 gennaio cade il nono anniversario della scomparsa di Clara Gallini: antropologa eccentrica, intellettuale brillante, sviluppò importanti riflessioni anche sulle pagine del manifesto. Spesso ricordata solo come allieva del noto etnologo Ernesto De Martino – categoria che lei stessa rifiutava – fu invece in grado di informare il pensiero del maestro e di contribuire in modo importante agli studi folklorici italiani.
Clara Gallini nasce a Crema nel 1931, in una famiglia benestante: «Una delle mie contraddizioni: stare dalla parte di chi non ha, ma restare sempre una padrona», commenterà con lucida consapevolezza.

Specializzatasi a Milano e poi a Roma, contro il parere della famiglia che la preferiva moglie e madre, Clara segue, testarda, la voce interiore che la spinge verso la ricerca: strada che la porterà, poco dopo, all’incontro con De Martino, il quale le offrirà di seguirlo a Cagliari come assistente volontaria.

Sono anni, quelli giovanili, di intensa formazione, vissuti nel momento in cui l’etnologo napoletano e la sua equipe stavano rivoluzionando i metodi dell’antropologia all’italiana. Clara assorbe tutto, e in quegli anni svolge la propria ricerca sui rituali sardi di guarigione dell’argia.

Nonostante una ferrea formazione sul lavoro di campo, però, nell’arco della sua carriera l’antropologa non resisterà alla tentazione di sperimentare con le metodologie della ricerca, rimanendo sempre in relazione dialettica e curiosa con l’oggetto di studio.

Nel 1981 pubblica Intervista a Maria, un lungo dialogo tra lei e Maria Patta, contadina sarda. Le due donne si confrontano apertamente sulle «trasformazioni della donna nella società che la circonda»: Clara, in questo frangente, riflette criticamente sul rapporto che si crea tra l’antropologo e il soggetto della ricerca, che raramente veniva interpellato come interlocutore politico.

Con La sonnambula meravigliosa (1983), abbandona l’osservazione partecipante e si cimenta con l’analisi antropologica delle fonti storiche, in uno studio sulla teoria dei fluidi magnetici tra Sette e Ottocento. Questo libro così visionario rappresenta anche un tentativo di rivolgere lo sguardo antropologico, storicamente riservato ai poveri, anche ai borghesi, con la consapevolezza dell’importanza dello studio della cultura egemonica. Il libro passò in sordina, forse perché incompreso, nella sua originalità anche politica, da quegli stessi borghesi che, oggi come allora, occupano posizioni influenti nell’università.
La ricerca di Clara fu fortemente caratterizzata anche da importanti sperimentazioni sul linguaggio, iniziate proprio con La Sonnambula, definito da alcuni «prima di tutto un grande romanzo».

La volontà di far dialogare scrittura accademica e letteratura emerge con potenza ne Il Miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes (1998), un’analisi del santuario mariano francese: scritto senza mai esserci stata – anzi, essendone scappata con un forte senso di angoscia addosso. Sperimentando ancora con metodo e scrittura, Gallini qui usa un romanzo come materiale etnografico: il Lourdes di Émile Zola, la cui analisi diventa pretesto di importanti riflessioni sulla cristianità moderna.

In età matura, Gallini si cimenta in esercizi giocosi di antropologia del quotidiano, analizzando, con instancabile curiosità, i piccoli eventi della vita: un esempio ne è l’«antropologia gattesca», un’analisi del rapporto tra essere umano e felino che anticipa di molto l’antropologia dei non-umani. Ma le riflessioni più importanti, in questo senso, sono contenute nell’ultimo libro, Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia (2016), dove Gallini conduce un’auto-etnografia dei processi di medicalizzazione a cui deve sottoporsi per via del tumore al cervello che la porterà alla morte, dopo poco. Un libro scritto per «rileggersi», perché la memoria tentenna, le cui pagine tradiscono la penna tremolante di chi, piano piano, sta perdendo la proprietà di linguaggio: un ennesimo esercizio di sperimentazione, forse involontario, ma anche un modo per riflettere sulla vecchiaia e sulla malattia, con autoironia ed eleganza.

La bibliografia di Clara Gallini è costellata di articoli e brevi saggi che, negli anni, pubblica su varie riviste non scientifiche, prima di tutte il manifesto, con cui, dal 1981, collabora per quasi trent’anni: oltre a importanti contributi sul razzismo – anche qui, ante litteram – articola riflessioni sulle articolazioni contemporanee delle forme di religiosità popolare, scrivendo di indovini, cartomanti, astrologi. Poco a suo agio nella torre d’avorio dell’università, per Clara scrivere su Il manifesto è anche una presa di posizione politica, ridando dignità ad uno sguardo, quello antropologico, imprescindibile per leggere i rapidi mutamenti di un mondo complesso.

In generale, Clara Gallini è stata un’antropologa dal pensiero radicalmente moderno, che ha innovato profondamente la disciplina. Da una posizione «aliena» e isolata, dove spesso è stata relegata dall’università, Gallini rinvigorisce il suo pensiero nutrendosi dei ricchi carteggi con intellettuali italiani ed europei, dei rapporti con le amiche (tra cui l’amata Vittoria de Palma, vedova di De Martino) e con gli allievi, che, come sosteneva, le hanno sempre insegnato tanto, soprattutto politicamente.

Tra questi, merita una menzione speciale Adelina Talamonti, i cui scritti costituiscono una fonte imprescindibile sulla vita e sul lavoro dell’autrice. E tra coloro che hanno imparato dal pensiero e dalla vita di questa antropologa bizzarra, mi posiziono anche io, sebbene non l’abbia mai conosciuta. Quando, come tanti e tante precarie della ricerca, mi trovo a scontrarmi con un’università bistrattata, definanziata, e ancora dominata da dinamiche baronali e patriarcali, mi faccio guidare dall’esempio di questa maestra – aliena, indocile e testarda – e allora mi ricordo perché, nonostante tutto, non riescono a farci smettere di amare l’antropologia.